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 2004  febbraio 10 Martedì calendario

Fin dal 1917 Gabriele D’Annunzio ebbe spesso nel suo appartamento a San Vidal Luisa Baccara, pianista ventiquatrenne dal corpo armonioso, «il volto ulivigno da piccola greca dell’Asia Minore», occhi scuri e una capigliatura fitta e arida «di capelli neri, di capelli fulvi e di capelli canuti commisti in matasse che hanno per intrico un segreto notturno»

Fin dal 1917 Gabriele D’Annunzio ebbe spesso nel suo appartamento a San Vidal Luisa Baccara, pianista ventiquatrenne dal corpo armonioso, «il volto ulivigno da piccola greca dell’Asia Minore», occhi scuri e una capigliatura fitta e arida «di capelli neri, di capelli fulvi e di capelli canuti commisti in matasse che hanno per intrico un segreto notturno». La Baccara restò col Vate per vent’anni, lui le scrisse 1.780 lettere chiamandola prima Barbara, poi Sirenetta, Smikrà, Rosafosca e Befana (cui faceva corrispondere per sé l’equivalente Befano). Ai tempi della presa di Fiume, alcuni legionari presero a definirla «Musa perversa», per il suo potere d’attrazione e perché stancava il comandante con estenuanti giochi erotici: pensarono di rapirla e abbandonarla su un’isola deserta, ma le voce giunse all’orecchio di D’Annunzio e il progetto fu abbandonato. Anzi, in quei giorni l’intimità tra i due crebbe: «La bocca ha una vita ambigua, tra il labbro di sopra disegnato secondo il modo dell’arco cretese e il labbro di sotto che contraddice col suo molle broncio a quell’amara fermezza. [...] Tu volevi essere penetrata fin nel profondo, squarciata dalla mia vioenza, calcata e spremuta come il grappolo. Mio grappolo d’oro, mia uva attossicata». Luisa, però, pur regalandogli «notti folli, nell’odore delle rose quasi soffocante», andava e veniva da Fiume:«Non si pensava che tu fossi un elemento così profondo di vita qui». Nel dicembre del ’20, le lettere divennero bollettini di guerra («sono stato a vedere i nostri feriti e i nostri, non ho potuto non piangere»), fino al messaggio natalizio: «Il dolore affina l’amore. E, se non potremo amarci di più ché tutto il cuore è colmo, ci ameremo meglio». Il mènage continuò anche alla villa di Cargnacco, poi Vittoriale, assieme alla marchesa Casati e le altre «badesse» che frequentavano l’eremo. Dopo il «volo dell’Acangelo», la caduta di Gabriele da una finestra che quasi gli costò la vita (e che forse fu causata dalla stessa Luisa, gelosa), i due non fecero più l’amore, ma lei rimase al Vittoriale fino alla morte di quello che per lei rimase sempre Ariel.