Varie, 13 febbraio 2004
CHIARELLA
CHIARELLA Simone 22 maggio 1969. Avvocato. Il 4 maggio 2010 fu arrestato per bancarotta fraudolenta dopo la denuncia della ex moglie a seguito del crac finanziario della società Immoc.C • «Il nome non dice ancora molto, ma è di quelli da tenere a mente [...] Tra gli avvocati d’affari romani e gli esperti di recupero crediti è già diventato una celebrità. [...] un rampante imprenditore pochi anni fa sbarcato dall’America. Ma soprattutto è il genero del costruttore Gaetano Caltagirone, l’amico di Andreotti e del suo braccio destro Franco Evangelisti, sì proprio quello del celebre ”A Fra’, che te serve?’, che con il suo storico crack si conquistò negli anni ”70 un posto d’onore negli annali della prima Repubblica. Al giovane Chiarella, incuneatosi con destrezza nei meandri della sezione fallimentare del Tribunale di Roma, è [...] riuscito un colpo da maestro: incassare la cifra ingentissima del credito miliardario in vecchie lire vantato dall’ex Iccri, l’Istituto centrale delle casse di risparmio (ora Banca federale europea), nei confronti del suocero e da lui acquistato con pochissimi soldi. Un’impresa che ha lasciato con un palmo di naso il Fisco italiano e che sta già facendo scuola tra gli esperti del ramo. Con qualche piccolo incidente alle spalle per l’emissione di alcuni assegni contestati, dopo essersi trasferito in America e aver conosciuto e sposato Giuseppina Caltagirone, una delle figlie di don Gaetano, fino al ”99 Chiarella vive tranquillo a New York. Ha una società, Capital Partners 2000 Inc, sede prestigiosa in Park Avenue, con la quale opera (stando a quello che lui stesso racconta) nel settore dei "fondi di investimento mobiliare di tipo chiuso". Il suocero non gli fa mancare il suo sostegno. Nemmeno quando decide di realizzare una vecchia aspirazione: tornare in Italia per impiantarvi le sue attività. Sconosciuto nei giri capitolini che contano, Chiarella ha però bisogno di essere introdotto. E che cosa fa il suocero? Al suo arrivo a Roma, lo affida a due fidatissimi amici: il giornalista e senatore di Forza Italia Lino Jannuzzi e l’avvocato Giovanni Acampora, il professionista che ai tempi d’oro gli curava l’impero societario e che ora, reduce da vari guai giudiziari, conta pur sempre tra la sua qualificata clientela il gruppo Ligresti e quello Berlusconi. Contatti che Chiarella traduce in business all’istante. Jannuzzi lo introduce nel mondo che meglio conosce, quello politico-editoriale, spingendolo tra l’altro a diventare azionista dell’agenzia ”Il Velino’ di cui era direttore e della quale Chiarella tenta di prendere il controllo. Ma la scalata fallisce per le resistenze degli altri soci, Stefano De Andreis e Roberto Chiodi che, prima estromettono Jannuzzi dal ”Velino’ (dopo il falso scoop sulle manovre anti-berlusconiane del pm milanese Ilda Boccassini), poi allontanano Chiarella dall’impresa, rilevandone le quote. Ma il genero rampante non demorde. Il ”Velino’ è perso? Lui si rifà investendo sul settimanale di Marcello Dell’Utri ”Il Domenicale’, editando la nuova agenzia Web di Jannuzzi ”Linonline’ e mettendo le mani sulla rivista giuridica bipartisan ”Il giusto processo’, che trasforma in organ house di Fi non prima di defenestrare Roberto Martinelli, il direttore che l’aveva resuscitata. E Acampora? L’avvocato non può che condurlo per mano nei segreti del settore societario nel quale è maestro. La prova? Arrivato in Italia, ecco Chiarella interessarsi alle vicende di una vecchia società del suocero, la Centro uffici moderni Eur (Cume), fallita insieme ad altre 151 creature di Caltagirone. Perché tanto interesse? Sposando Giuseppina, Chiarella sapeva certamente di impalmare l’erede di una ricca famiglia. Non poteva invece sapere che a nome della Cume era depositato presso la Banca di Roma un libretto con oltre 22 miliardi di vecchie lire. Certo, l’imbeccata poteva forse avergliela data il suocero. sicuro invece che l’avvocato Acampora gli fornisce tutta la documentazione sulle vicende della Cume e i suoi segreti societari. Il fallimento Cume era stato infatti dichiarato chiuso nel ”99 con parziale pagamento dei creditori. All’Iccri, che nel ”75 aveva concesso alla Cume un finanziamento di 30 miliardi di lire e che alla fine risultava creditrice di circa 57 miliardi, nell’aprile ”99, in sede di riparto finale, erano stati versati dal curatore circa 15 miliardi. Restava dunque da pagare all’istituto bancario un credito residuo di circa 42 miliardi, da sommare all’altro reclamato dal Fisco (44 miliardi) con il quale la Cume aveva però da tempo aperto un robusto contenzioso presso la Commissione tributaria di Roma. E proprio in attesa che questa vertenza venisse risolta, il curatore fallimentare della Cume aveva vincolato il libretto a favore dell’amministrazione finanziaria. Mettere le mani su quei soldi sembrava dunque una mission impossibile. Ma Chiarella sa come muoversi. Prima mossa: incunearsi nel fallimento Cume. Acampora che conduce il gioco: contatta i vertici dell’Iccri e li convince a cedere a Chiarella il loro credito. L’affare viene concluso il 22 dicembre ”99: con la miseria di 120 milioni di lire il genero di Caltagirone acquista i 42 miliardi del credito residuo vantato dall’istituto. Ora, per svincolare il libretto e mettere le mani sui ricchi depositi c’è solo da seguire le mosse dell’erario, cogliendo l’occasione giusta. Che, provvidenziale, arriva nel 2002 con il condono fiscale prontamente utilizzato dal curatore fallimentare. E cosa fa Chiarella? Una seconda mossa, decisiva: chiede al Tribunale la riapertura del fallimento, graziosamente concessa nel marzo 2003 (in camera di consiglio c’è anche Tommaso Marvasi, figlio di Mario, il magistrato che nell’87 in Cassazione aveva prosciolto Caltagirone dall’accusa di bancarotta fraudolenta) con la motivazione che essa è necessaria per recuperare i quasi 3 miliardi di crediti che la Cume, espletato il condono, a questo punto dice di vantare nei confronti dell’erario. Siamo all’epilogo della storia, a lieto fine per Chiarella. Preso atto che il curatore "ha usufruito della definizione agevolata di cui alla legge sul condono per tutto il contenzioso tributario pendente", il 4 novembre 2003 il tribunale fallimentare di Roma annuncia finalmente che i fondi del libretto sono sbloccati e che i creditori Cume possono essere soddisfatti. In questo modo, se il Fisco rimane a bocca asciutta, Chiarella può passare all’incasso. Quanto intasca? A fronte dei suoi 42 miliardi di crediti (21 milioni 809 mila euro) si vede autorizzato un pagamento di 8 milioni 724 mila euro, quasi 17 miliardi di vecchie lire. Non è tutto il malloppo, ma va bene lo stesso. Considerando che Chiarella per questo ben di Dio ha speso solo 120 miseri milioni del vecchio conio. Da vero genio del fallimento creativo» (Primo De Nicola, ”L’espresso” 18/2/2004).