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 2004  febbraio 12 Giovedì calendario

U n tempo, per le popolazioni dell’Europa centrale che non conoscevano il leone, era lui il ”re degli animali”

U n tempo, per le popolazioni dell’Europa centrale che non conoscevano il leone, era lui il ”re degli animali”. Schivo, goffo e pacioso, ma anche fiero e maestoso, sin dalla preistoria l’orso bruno è sempre stato amato e temuto. La mole corporea, la relativa longevità e la lunga giovinezza, l’acuta intelligenza e la notevole capacità di apprendimento, la possibilità di assumere una posizione bipede e le zampe prensili, il tipo di alimentazione: «Per queste somiglianze con l’uomo, molte popolazioni preistoriche consideravano l’orso una specie di essere umano» spiega lo zoologo svizzero Hans Roth, che studia gli orsi bruni fin dal 1969, da 12 anni anche in Italia. Perché nel cuore della Penisola, sulle montagne dell’Abruzzo, vive una sottospecie unica al mondo: l’orso bruno marsicano, protetto sin dal 1939. Discendente diretto dell’orso delle caverne, vive nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (Pnalm), protetto fin dal 1939. Da adulto, il maschio pesa fra i 170 e i 190 kg (in estate e in autunno), mentre la femmina fra i 90 e i 120 kg. Sua caratteristica tipica è la colorazione scura intorno agli occhi; rispetto agli esemplari dei Carpazi e dell’Eurasia del Nord è più tozzo e con il collo e gli arti corti. Nel ’90 Roth ha iniziato - con il biologo Giorgio Boscagli e l’allora direttore del parco Franco Tassi - una moderna ricerca sugli orsi, con la cattura e la marcatura di alcuni esemplari: 14 marsicani sono stati muniti di radiocollare e seguiti a distanza, passo dopo passo, negli spostamenti e nelle abitudini di vita. A partire da Linda, schiva e difficile da avvistare, fino a Yoga e Serena, che di sera si lasciavano vedere alla periferia dei paesi, a meno di dieci metri di distanza. «Nel parco dell’Abruzzo si contano 30-40 esemplari» avverte Roth, «una popolazione troppo piccola per sopravvivere altri 50 anni». Per salvarla, secondo l’esperto, basterebbe creare piccole riserve, di 3-5 km2, in cui vietare la caccia. Qui l’orso potrebbe rifugiarsi quando si sente minacciato. «L’orso non ha paura dell’uomo se lo vede passare, anche a pochi metri di distanza, lungo un sentiero o un percorso stabilito. Ma se qualcuno si muove in modo imprevedibile, allora l’orso lascia la zona» spiega Roth, che oltre all’applicazione del radiocollare, per monitorare i marsicani ha intenzione di studiare a fondo il loro Dna. Nel frattempo, sarà completata l’analisi dei dati raccolti e delle osservazioni compiute. Un lavoro lungo e affascinante, raccontato nel volume ”Terre di orsi” (foto a sinistra, per ordinarne una copia contattare: Libreria De Luca, tel. 0871-30154, e-mail:info@delucasnc.com) in cui, alle descrizioni di Hans Roth, si affiancano le splendide immagini di questo servizio, realizzate dal fotografo Maurizio Valentini in dodici anni di appostamenti. Le osservazioni non sono facili. « meno difficile seguire le femmine» dice Roth «i maschi si muovono su un territorio più ampio, di circa 150 km2». Gli orsi si mostrano solo di sera. Durante la giornata se ne stanno a sonnecchiare lungo i pendii, in fosse poco profonde, scavate vicino a un masso o a un tronco. Scelgono punti strategici, per tenere sotto controllo la situazione: se qualcuno si avvicina, si ritirano in gran fretta. Non utilizzano mai lo stesso giaciglio per due giorni: così l’igiene è garantita. All’imbrunire entrano in attività: frugano nel sottobosco, alla ricerca di cibo, ghiande e semi di faggio, ma anche formiche e larve. Con il naso sfiorano il terreno: il loro olfatto è eccellente e sentono l’odore del cibo a distanza. Sono forti, ma sorprendentemente agili: capaci di correre fino a 50 km l’ora, di ribaltare massi del peso di oltre un quintale o di arrampicarsi su cespugli e alberi da frutta. Durante il pasto, per prendere il cibo, utilizzano spesso le zampe posteriori: con cinque dita e una grande capacità prensile, sono in tutto e per tutto delle preziose mani. Verso la mezzanotte, si rilassano per una pennichella di un paio d’ore. Poi, di nuovo a caccia. Non stabiliscono tra loro un territorio vero e proprio: si evitano a vicenda. Di anno in anno, ripercorrono le stesse zone ricche di cibo: merito di un’eccellente memoria geografica e di una grande capacità di orientamento, appresa sin da piccoli. «Dalla primavera all’autunno inoltrato sono attivi per 9-14 ore al giorno, per il resto dormono» spiega Roth. Tra settembre e novembre, invece, inizia il superlavoro: nessuna pausa notturna, è tempo di ingrassare. Servono 20mila calorie al giorno, pari a 30 kg di mele, per aumentare il peso anche di 50 chili e affrontare l’inverno, ritirandosi in una tana. Il letargo non dipende tanto dal freddo, quanto dalla mancanza di cibo: per questo in Abruzzo dura solo 2-4 mesi. Durante lo svernamento, gli orsi riducono i battiti cardiaci e la temperatura e non espellono feci e urine: il loro organismo è in grado di riciclare l’urea prodotta dal corpo. La primavera segna il risveglio dei sensi. Nei maschi, abitualmente solitari, si accende il desiderio di una compagna. Trovarla non è facile: le distanze sono ragguardevoli e le femmine disponibili sono solo quelle senza cuccioli (il che accade una volta ogni tre anni). In aiuto accorre, ancora una volta, l’olfatto: le femmine spargono un profumo eccitante e i maschi seguono le loro piste come dei segugi. Ma una volta trovata l’amata, il traguardo è ancora lontano: l’orsa si fa seguire dai pretendenti, con cui ha delle scaramucce d’amore. Dopo diversi giorni di corteggiamento, finalmente inizia la luna di miele: per un paio di settimane i due partner vivono fianco a fianco, si dividono il cibo, si accoppiano diverse volte durante la stessa giornata; nella femmina, la stimolazione dell’accoppiamento induce l’ovulazione e non è raro che, alla fine della storia d’amore, si accoppi anche con altri maschi. A giugno termina la fase degli amori. I maschi tornano alla vita solitaria. Nelle femmine apparentemente non accade nulla: gli ovociti fecondati non si sviluppano fino all’inizio del letargo. Così, se un’orsa in autunno non è riuscita ad accumulare sufficienti riserve di grasso, la gravidanza ha termine. Altrimenti la gestazione avviene in inverno e dura 60 giorni. I piccoli, da uno a tre, nascono nella tana nudi, ciechi e del peso di 400 grammi. Per i primi tre mesi si nutrono esclusivamente di latte materno, poi, a maggio, iniziano le esplorazioni, ma non si allontanano mai da mamma orsa, che insegna loro come vivere. E dalla capacità di apprendere dipende il loro futuro. Che non è sempre roseo. «A volte i bracconieri li scambiano per cinghiali e sparano uccidendoli» conclude Roth. Patrizia Longo