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 2004  febbraio 10 Martedì calendario

A Galileo Galilei, all’inizio del Seicento, bastava puntare il proprio cannocchiale fuori dalla finestra del suo studio per riuscire a vedere dettagli che nessun occhio umano aveva mai scorto prima

A Galileo Galilei, all’inizio del Seicento, bastava puntare il proprio cannocchiale fuori dalla finestra del suo studio per riuscire a vedere dettagli che nessun occhio umano aveva mai scorto prima. Oggi, nelle nostre città, se alziamo lo sguardo dopo il tramonto, riusciamo appena a distinguere qualche decina di stelle, affogate in un mare di luci artificiali. Ma esistono luoghi dove il cielo è ancora intatto e l’atmosfera pura: su vulcani e alte montagne, in mezzo ai deserti, occhi sensibilissimi scrutano l’Universo. Sono i telescopi degli osservatori astronomici. Uno dei più potenti si trova a 2.635 metri d’altezza, sul Cerro Paranal, nel deserto cileno di Atacama: è il Very Large Telescope (Vlt), realizzato dall’European southern observatory (Eso), un consorzio di Dieci paesi europei, fra cui l’Italia. L’Eso ha scelto questa landa sperduta del Cile per le sue eccezionali condizioni atmosferiche: scarse precipitazioni, purezza dell’aria, basso inquinamento luminoso. Trovato il sito giusto, le prestazioni di un telescopio dipendono in gran parte dalle dimensioni dello specchio che raccoglie la luce dallo spazio. Il Vlt è costituito da una batteria di quattro telescopi con specchi di 8,2 metri di diametro, che in combinazione funzionano come un unico strumento (interferometro) di 16 metri, e da diversi telescopi di 1,8 metri. Se lavorano tutti insieme, possono simulare un telescopio di oltre 100 metri di diametro, con una risoluzione altissima: si può vedere, sulla superficie della Luna, un oggetto grande un millesimo di volte il diametro di una moneta da un euro! Ma Vlt ha anche un altro primato: il deserto di Atacama è il luogo più arido della Terra dopo l’Antartide. Alcuni posti, come Calama, non hanno mai visto la pioggia. E la poca acqua (meno di un centimetro l’anno) deriva solo dalla condensazione della nebbia. «Lassù il silenzio è impressionante» racconta Guido de Marchi, dell’Agenzia spaziale europea, che per anni ha lavorato all’Eso, «i telescopi si muovono nel buio grazie a meccanismi idraulici quasi impercettibili. L’unico rumore, nel cuore della notte, è il movimento degli specchi che, grazie alle moderne ottiche adattive, si rimodellano a seconda delle condizioni atmosferiche, per garantire sempre la massima qualità». «Ormai, però» continua de Marchi «gli astronomi hanno sempre meno occasione per godere di questo spettacolo. Quasi tutto è automatizzato, e si può lavorare a distanza, sul proprio computer». Cosa si studia al Vlt? «Ad esempio, gli ammassi globulari, gruppi di cen- tinaia di migliaia di stelle che circondano la nostra galassia, oppure le nubi interstellari, fucina delle baby-stelle» spiega de Marchi. Sempre nel cuore del deserto andino, ma sul monte La Silla, a 2400 metri, l’Eso gestisce un altro complesso di telescopi. «Una vera e propria città delle stelle» racconta Alberto Moretti, ricercatore dell’Osservatorio astronomico di Brera, «La Silla è un posto magico, con splendidi colori al tramonto. E poi c’è tutto il fascino del Sud America, della difficoltà di raggiungere quel posto in mezzo al nulla. stato proprio su quel monte, vedendo cieli così belli e limpidi, che ho capito come sia nata nell’uomo l’attrazione per l’astronomia». Ma la Terra non è meno affascinante del cielo. Passiamo allora a un altro angolo di paradiso, le Hawaii, dove sul vulcano quiescente di Mauna Kea, a 2000 metri, sorge il più grande complesso di telescopi al mondo: tredici strumenti i più imponenti dei quali sono i due gemelli Keck, da 10 m di diametro (vedi disegno nella pagina a lato). La cima di Mauna Kea (4200 metri) si staglia sopra il 40% dell’atmosfera terrestre: uno strato di nubi di 600 metri la isola dall’umidità del mare e dall’inquinamento. «C’è così poco ossigeno lassù che non arrivano neanche le auto» dice Giorgio Palumbo, astrofisico dell’Università di Bologna, «si deve cambiare macchina a metà strada, e prenderne una col carburatore modificato per far entrare più aria. E per i primi giorni bisogna stare attenti: manca il fiato, basta raccogliere una matita per terra che ti gira la testa». A Mauna Kea gli astronomi cercano di ricostruire la storia dell’universo, che si stima abbia tra i 13 e i 14 miliardi di anni. «Al telescopio Keck» dice Sandra Faber, astronoma all’Università della California, Usa, «si esplora il fiume del tempo, fino alle sue sorgenti». Dalle Hawaii voliamo a La Palma (Canarie). Altra isola, altro vulcano: quello di Roque de los Muchachos, dove a 2358 metri si erge il più grande osservatorio italiano: il Telescopio Nazionale Galileo. Con i suoi 3,58 metri di diametro, Galileo ha permesso agli astronomi di casa nostra di fare scoperte affascinanti, come pianeti intorno ad altre stelle, di conoscere meglio le supernove, esplosioni con cui le stelle giganti muoiono, e fare luce sui gamma ray burst, misteriosi lampi di raggi gamma nello spazio. L’Italia partecipa ai progetti per i più grandi telescopi del mondo. L’Osservatorio di Arcetri, ad esempio, ha promosso, con partner tedeschi e statunitensi, la costruzione, in Arizona, del Large Binocular Telescope. Quando entrerà in funzione (estate 2004) Lbt sarà il più potente tra gli ottici: con i suoi due specchi di 8,4 m, montati su un unico supporto, avrà infatti una capacità di raccogliere la luce pari a quella di uno strumento da 11,8 metri, e una definizione di uno di 23 metri. «Gli specchi» spiega Bruno Marano dell’Osservatorio di Bologna, dello Scientific advisory committee del Lbt «avranno l’innovativa forma a nido d’ape, leggeri ma solidi, montati su un’unica struttura per garantire una maggiore precisione nell’osservazione simultanea». E in Italia, quali sono i telescopi ottici più potenti? «Il Copernico (1,80 metri di diametro), a Cima Ekar, ad Asiago, e il telescopio Toppo (1,60 metri) di Castelgrande» spiega Massimo Capaccioli, direttore dell’Osservatorio di Capodimonte, Napoli. «Ormai però nel nostro Paese sono pochi i centri dove si osserva davvero» continua Capaccioli «qui si preparano e si analizzano le osservazioni che si svolgono dai grandi telescopi all’estero. E ci si dedica alla divulgazione. Proprio ora, dalla finestra del mio studio, vedo una scolaresca. Basta prenotare la visita». Gli osservatori ufficiali in Italia sono 12, tutti visitabili (sito web: www.inaf.it). Gli oggetti celesti, oltre alla luce visibile, emettono anche onde radio, che arrivano sulla Terra. I telescopi ottici non riescono a coglierle, ma le percepiscono i radiotelescopi, enormi antenne, con cui si studiano fenomeni freddi come le polveri o i gas. Il più grande radiotelescopio del mondo è un disco di 305 metri, infossato in un cratere di un vulcano spento ad Arecibo, Puerto Rico. Questo enorme orecchio è in ascolto di possibili segnali intelligenti provenienti dallo spazio. Chissà che un giorno qualche extraterrestre cerchi di mettersi in contatto con noi... Luca Tancredi Barone Isabella Vergara Caffarelli