Mario Torre e Silvana Kuhtz, Macchina del Tempo, dicembre 2003 (n.12), 10 febbraio 2004
«La produzione di energia elettrica in Italia copre solo l’ 83% del fabbisogno nazionale. è necessario, quindi, quanto prima, decidersi e rispondere alla domanda con altre centrali elettriche», così il Nobel Carlo Rubbia sulla situazione energetica italiana, venuta alla ribalta in seguito al black-out del 28 settembre
«La produzione di energia elettrica in Italia copre solo l’ 83% del fabbisogno nazionale. è necessario, quindi, quanto prima, decidersi e rispondere alla domanda con altre centrali elettriche», così il Nobel Carlo Rubbia sulla situazione energetica italiana, venuta alla ribalta in seguito al black-out del 28 settembre. Anche se i reali motivi che hanno spento l’Italia sembrano da attribuirsi, più che a una mancata produzione di energia, alla vulnerabilità della nostra rete nazionale, non c’è dubbio che prima o poi arriverà un black-out proprio per la carenza di energia. Cosa fare allora? Rubbia propone alcune soluzioni a breve e a lungo termine e spiega: «Per il breve occorre costruire centrali a gas che si fanno in un tempo tecnico di 36 mesi». Per il lungo tempo bisogna puntare sull’idrogeno più che sul nucleare, perché, prescindendo dalle questioni politiche sulle quali non vuole entrare, «in Francia per fare una centrale nucleare ci sono voluti dagli 8 ai 10 anni». Un tempo troppo lungo. Ma intanto la dipendenza dal petrolio dell’Unione Europea è destinata ad aumentare sensibilmente nei prossimi 30 anni a causa della mancanza di vere alternative e, nonostante un concreto sforzo per lo sviluppo delle energie rinnovabili, queste ultime non sono la via di svolta. Secondo lo scenario a medio e lungo termine elaborato dagli esperti della Commissione europea nelle ”Previsioni mondiali per l’energia, la tecnologia e la politica climatica”, che analizza l’evoluzione delle fonti energetiche nel periodo 2000-2030, indicano che la domanda di energia nell’Ue è destinata a crescere dello 0,4% annuo nel corso dei prossimi 30 anni e nel 2030 «il petrolio rappresenterà il 39% del consumo totale di energia, seguito dal gas naturale (27%) e dal carbone (16%). Nel 2030 i combustibili fossili (petrolio, gas naturale e carbone) rappresenteranno l’88% dell’approvvigionamento mondiale di energia, e il petrolio è destinato a rimanere la principale fonte energetica (34%)». Con questi dati e con queste prospettive ”Macchina del Tempo” fa il punto per le diverse risorse energetiche. L’ultima sortita del ministro all’Industria francese, Nicole Fontaine, ha sollevato un vespaio di reazioni da parte degli ecologisti: rinnovare il parco delle 59 centrali nucleari d’Oltralpe con reattori di nuova generazione, più economici e sicuri. E il black-out di settembre ha innescato una girandola di reazioni anche in Italia: nucleare sì o no? La tragedia di Chernobyl è ancora impressa nella memoria, ma all’orizzonte c’è una via ”pulita” all’atomo, senza rischi di esplosioni o scorie radioattive. Si chiama Iter (International Thermonuclear Experimental Reactor) e si basa sulla fusione nucleare, lo stesso processo utilizzato dalle stelle per produrre energia. Il progetto - un investimento da 4,7 miliardi di euro, più altri 4,8 per la gestione - è promosso da Canada, Unione Europea, Giappone, Russia, Stati Uniti, Cina e Corea del Sud. Ed entro fine anno sarà scelto il sito per ospitare il reattore, che sarà costruito, fra un paio d’anni, in Spagna, Francia, Giappone o Canada. Ma i tempi di realizzazione saranno molto lunghi: la costruzione finirà dopo 10 anni, e il primo GW elettrico prodotto in continuo vedrà la luce non prima del 2035. Le centrali nucleari tradizionali si basano sul meccanismo della fissione: una grande quantità di energia è sprigionata a temperature di centinaia di gradi, spezzando nuclei atomici pesanti (uranio) in nuclei più leggeri in una reazione a catena. Un chilo di uranio può sviluppare circa 18 milioni di kWh termici. I rischi sono legati alla possibilità di guasti, con conseguente emissione di sostanze radioattive (una centrale ha un contenuto radioattivo di un miliardo di curie), e al problema dello smaltimento delle scorie. La fusione nucleare, invece, è il processo con cui da tempo immemorabile si sprigiona energia nel sole e nelle stelle per le reazioni di fusione tra nuclei d’idrogeno. Il sogno di usare la fusione nucleare per fornire energia e in gran quantità ha rovinato il sonno di molti scienziati fin dagli anni ’20 ed è tuttora un problema aperto, se si eccettuano esperimenti in cui l’energia è stata prodotta per una manciata di minuti (vedi tabella a lato). Ma cos’è la fusione nucleare? Lo abbiamo chiesto al fisico Michel Chatelier, direttore di ricerca del Commissariato per l’Energia Atomica (CEA) francese, esperto di fusione da 30 anni e responsabile del dipartimento di ricerca CEA per la fusione. «Nella fusione, due nuclei leggeri si fondono per ottenere nuclei pesanti, generando grandi quantità di energia grazie al difetto di massa: quando i due atomi si fondono, la loro massa non è pari alla somma delle masse dei due nuclei, ma minore, e la materia si converte appunto in energia». La fissione, però, è molto più facile da realizzare: perché? «Si sfrutta una reazione propria di materiali fissili come l’uranio costituiti da nuclei grandi, che spontaneamente si rompono nei prodotti della fissione e nei neutroni. Questi ultimi, a loro volta, se collidono con altri nuclei di uranio producono altra fissione e neutroni, in una cascata esponenziale. Nella fusione, invece, solo se due nuclei vengono posti a una distanza sufficientemente piccola interviene la forza di attrazione nucleare che li fa fondere. Il problema è che questa forza agisce solo a cortissimo raggio, cioè fino a 1015 metri (un millimiliardesimo di millimetro), e poiché i nuclei che si vogliono far fondere sono entrambi carichi positivamente, quando si mettono uno vicino all’altro tendono a respingersi e non a fondersi per via di un’altra forza, la repulsione elettrostatica, che si fa sentire su distanze maggiori e ostacola la fusione. Per infrangere tale barriera, i nuclei devono essere in uno stato d’eccitazione raggiungibile solo a temperature di oltre cento milioni di gradi, condizione in cui gli atomi vengono letteralmente spogliati della propria corteccia elettronica: è a queste condizioni che la fusione tra atomi leggeri avviene naturalmente». Il cuore del reattore Iter si chiama Tokamak, una ciambella metallica di 6,2 metri di raggio, cava all’interno e circondata da magneti, che consentirà di riscaldare un gas di particelle come il deuterio e il trizio, isotopi dell’idrogeno (l’insieme viene chiamato plasma), fino a temperature estreme (centinaia di milioni di gradi) raggiunte usando prima una forte corrente elettrica e poi iniettando onde elettromagnetiche (come nel forno a microonde) con un’energia dell’ordine di milioni di watt. Il calore farà muovere le particelle a grande velocità per urtarsi con forza sufficiente a vincere la repulsione, e fondere. A tali temperature però, nessun materiale è tecnologicamente in grado di resistere e si è pensato di usare all’interno della ciambella il confinamento magnetico, ovvero creando campi magnetici che agiscono intorno al plasma per mantenerlo opportunamente distanziato dalle pareti metalliche. Il problema è che fino a ora l’energia prodotta con questi esperimenti (per esempio in Gran Bretagna nel Joint European Torus, JET) non ha nemmeno compensato l’energia spesa per riscaldare il plasma. Uno dei vantaggi della fusione, d’altra parte, è che il funzionamento del reattore esclude rischi di perdita di controllo poiché la quantità di combustibile usata per la reazione e presente all’interno del reattore è ridotta (solo pochi grammi) per una durata di qualche decina di secondi di combustione; la seppur minima perturbazione all’interno del reattore fa raffreddare il plasma con conseguente arresto spontaneo delle reazioni di fusione. I reattori a fissione, invece, contengono grandi quantità di combustibile nucleare (uranio) e in caso d’incidente, anche se la reazione a catena è arrestata, il calore prodotto all’interno può fondere il nocciolo del reattore e liberare i prodotti radioattivi con gravi conseguenze. è per questo che oggi sono supersicuri, protetti da sempre più raffinati sistemi di sicurezza e da almeno due involucri a tenuta stagna. Un altro vantaggio della fusione è che sarà realizzabile quasi ovunque: non dipende dalla disponibilità di materie prime, il suo carburante, il deuterio, si estrae dall’acqua. Inoltre, il prodotto di combustione della fusione è l’elio, il gas usato per gonfiare i palloncini, e le scorie hanno attività radioattiva che si esaurisce nel giro di un centinaio d’anni (contro i migliaia d’anni per le scorie da fissione). La tecnologia usata per Iter è dunque pulita? «La parola pulito ha connotazioni soggettive» precisa Chatelier «tutte le attività umane hanno un impatto sull’ambiente. In un reattore a fusione, comunque, non c’è niente come il plutonio e le scorie radioattive di lunghissima durata (almeno 20 mila anni) derivate dall’uranio, che aprono il principale problema dello stoccaggio dei rifiuti radioattivi delle centrali a fissione. Inoltre, una caratteristica comune dei reattori a fusione e a fissione è che in fase di funzionamento non emettono gas a effetto serra che influiscono sul riscaldamento globale. La costruzione di un reattore industriale, generatore d’elettricità a fusione, non è comunque prevedibile prima del 2050». Uno dei più grandi sogni dei fisici potrà dunque divenire realtà: gestire sulla terra energia come quella prodotta dal Sole. Ma ci vuole molta pazienza, 40 anni sono tanti: per risolvere il problema dell’energia nel mondo occorre nel frattempo battere altre strade. (S.K.) Luci e ombre attorno all’idrogeno o meglio attorno alla pila a combustibile, inventata nel 1839 dall’inglese William Grove, che produce elettricità tramite la reazione della molecola dell’idrogeno con quella dell’ossigeno, dando come unico gas di scarico vapore acqueo. Da un lato infatti lo si osanna come la soluzione del problema energia e inquinamento, dall’altro si sostiene che non è la vera soluzione. Tra i sostenitori vi è Carlo Rubbia, che all’inaugurazione del nuovo laboratorio di ricerca e sperimentazione sull’idrogeno di Torino (una struttura costata 1.200.000 mila euro) ha detto: «L’idrogeno è diventato oggi un’avventura mondiale. L’idrogeno ha portato l’uomo sulla Luna, muove lo Space Shuttle, ma non è poi così nuovo: era al 50% idrogeno il vecchio ”gas di città”. In questa nuova rincorsa ci saranno vincitori e vinti, e i vinti saranno i nuovi emarginati tecnologici del futuro». E c’è chi dalle parole è passato ai fatti, come l’Islanda, dove è stata aperta la prima vera stazione di servizio nel mondo per veicoli a idrogeno, nell’ottica di eliminare del tutto i mezzi a benzina e gasolio. E che le vetture a idrogeno siano il futuro ci crede anche la General Motors, il maggior costruttore mondiale di auto, la quale punta a produrre profitti a partire dal 2010, grazie alla vendita di vetture dotate della tecnologia a celle combustibili e destinate a limitare le emissioni di gas inquinanti. Ma quali sono le ombre dell’idrogeno allora? La prima voce negativa viene da Antonino Zichichi: «L’idrogeno non ci salverà, in quanto è solo un conduttore di energia. Non è una nuova forma energetica. Ha sì il vantaggio di non inquinare, ma il bilancio fra l’energia necessaria per utilizzarlo e quella poi che si può ricavare è negativo». In altre parole, per avere l’idrogeno bisogna produrlo. E c’è chi sostiene che l’idrogeno diventa vantaggioso solo se lo si produce attraverso il nucleare. Quest’ultima è infatti, l’unica risorsa in grado di garantire le grandi quantità d’idrogeno necessarie ai futuri motori ecologici. Lo sostiene Paul Grant, dell’Istituto statunitense per le ricerche sull’energia elettrica in un articolo su ”Nature”. Spiega il ricercatore: «Non ci sono problemi nell’uso dell’idrogeno, il vero problema sta nel come reperire tutto l’idrogeno necessario. L’unica strada pratica e pulita per estrarre l’idrogeno dalla fonte più accessibile, l’acqua, consiste nell’utilizzare l’energia nucleare». Ma c’è anche chi non vede nell’idrogeno un combustibile così verde. Secondo uno studio pubblicato su ”Science”, i potenziali impatti ambientali di questa tecnologia non sono di così poco conto. La diffusione mondiale di celle combustibili a idrogeno, rileva la ricerca, condotta da Tracey Tromp del California Institute of Technology, potrebbe avere impatti ambientali causati dalle emissioni d’idrogeno molecolare (H2). In teoria, se tutto funzionasse alla perfezione non si dovrebbero avere emissioni di H2, ma, sulla base dell’esperienza maturata con tecnologie associate al trasporto di gas naturale, sembra probabile che i sistemi di produzione, stoccaggio e trasporto di H2 comporteranno perdite in atmosfera, che, dice, «potrebbero essere nell’ordine del 10-20%», causando un incremento di vapore acqueo nella stratosfera. Ciò provocherebbe un raffreddamento stratosferico, con un aumento delle reazioni chimiche che distruggono l’ozono, un incremento delle nuvole nottilucenti (nubi altissime, fino a 95 km, che appaiono luminose sullo sfondo oscuro del cielo) e cambiamenti nella chimica della troposfera e nelle interazioni tra atmosfera e biosfera». Ma se l’uso dell’idrogeno potrà portare a una riduzione del 20-30% dell’anidride carbonica emessa dall’uomo in atmosfera è certo che gli sforzi per eliminare questi problemi porteranno ai risultati sperati. Europa via col vento. All’inizio di quest’anno, infatti, la quantità di energia prodotta con l’eolico risultava pari a 20.284 MW. Si tratta di una quota pari al 74% di quella mondiale, che è di 27.257 MW. Ma l’Europa non è solo leader nella produzione di energia, ma anche nella costruzione delle turbine, con circa l’80% degli aerogeneratori venduti nel mondo. Certo, non tutti i Paesi sono eolici allo stesso modo. L’84% della potenza eolica installata in Europa è presente in Germania (che rappresenta il 50% dell’eolico in Europa), dove la produzione eolica soddisfa il 4% del consumo elettrico nazionale, mentre in Danimarca questa percentuale arriva al 18%. A far da contraltare negativo c’è l’Italia, dove l’attuale potenza eolica sul territorio ha generato nel 2002 circa 1.400 GWh, pari a poco meno dello 0,5% della domanda di energia elettrica del Paese e nel contempo è rallentata la costruzione degli impianti eolici: l’anno scorso, infatti, sono stati installati 106 MW, 157 in meno del 2001. Le motivazioni? Sembrano da ricercare in una crescente attenzione per il corretto inserimento delle turbine eoliche nel paesaggio e un sistema di procedure di autorizzazione ancora poco snello. Ma se questo è il quadro attuale qual è il futuro? Il comparto eolico europeo, ma anche mondiale, è destinato a crescere enormemente nei prossimi anni. Alcuni studi ritengono che, se verranno messe in atto adeguate politiche di sviluppo e sostegno, entro 8 anni la potenza eolica potrà aumentare di 10 volte rispetto a oggi. E per l’Italia? Gli obiettivi nazionali per l’energia eolica sono, secondo quanto stabilito dal ”Libro Bianco” per le energie rinnovabili, di raggiungere, nel 2006, una potenza di 1.500 MW e tra il 2008 e il 2012 circa 2.500 MW. Sebbene il primo obiettivo sia stato centrato (700 MW al 2002), non sarà facile mantenere gli altri due; infatti essi richiederebbero un incremento annuale di 200 MW, già lontano dal dato del 2002. Progetti interessanti, tuttavia, ce ne sono. Uno di questi riguarda un prototipo di ”fattoria eolica” che sarà in grado di produrre elettricità per impianti di maricoltura nello Stretto di Messina. Spiega Gaetano Gaudiosi dell’Enea (Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente): «L’utilizzo di piattaforme marine per le energie rinnovabili permette d’integrare la produzione energetica da onde, correnti marine, gradienti di temperatura e densità dell’acqua e del vento, che in mare è più intenso e regolare». Il prototipo della fattoria sarà installato nel 2004 e produrrà una potenza di 5 MW, con cinque gabbie per acquicoltura di ombrine e orate. Si tratterebbe di un primo passo per la costruzione, a 20 km dalla costa, di un impianto che nel prossimo futuro sarà composto da 60 turbine della potenza di 5 MW ciascuna e di 60 impianti di maricoltura. E che il mare sia un luogo adatto per la produzione di energia eolica lo conferma anche un progetto tedesco che ha dato il via a un programma per la creazione nel Mar Baltico e nel Mare del Nord di campi offshore (che si trovano oltre i 20 km delle acque territoriali). In pratica, verranno piantati sul fondale marino, in punti dove la profondità varia tra i 20 e i 40 metri, dei pali con in cima le eliche, che si ergeranno ad almeno una decina di metri dalla superficie del mare. Spiega Joseph Thoben, del dipartimento per l’Agricoltura dell’Università di Kiel: «Il vantaggio è evidente: in mare il vento è molto più forte e continuo di quanto non sia, per diversi fattori, sulla terraferma. Abbiamo calcolato che in mare aperto una pala abbia una produttività in media superiore del 40% rispetto a quelle tradizionali. E poi, in alto mare non ci sono problemi d’impatto ambientale, gli unici che fino a ora hanno in qualche modo leggermente rallentato il boom dell’energia eolica». La produzione d’energia solare è in fermento. In Ue, al 2001 erano stati installati 1,4 milioni di m2 di pannelli solari termici, con un incremento del 27% rispetto al 2000. La superficie totale installata in Europa alla fine del 2001 si stimava in 12.100.000 m2: da sola, la Germania ne ha il 35% (4,2 milioni di m2); seguono la Grecia, con 2,9 milioni di m2 e l’Austria, con 2,3 milioni di m2. E l’Italia? Purtroppo è molto distanziata, con soli 55.000 m2. Eppure presto ospiterà il più grande impianto fotovoltaico d’Europa all’Interporto di Trento. L’impianto, che produrrà 3,4 MW, consentirà un risparmio di 33 milioni di litri di gasolio (pari a 66.000 Tir con il pieno nel serbatoio fermi nei garage) e di 78 milioni di kg di gas serra in 30 anni. Spiega il progettista Karl Trojer: «I pannelli saranno sul tetto dei capannoni industriali per una superficie di 75.211 m2». E per il futuro? Grazie a Germania, Grecia e Austria, le installazioni saliranno a 16,2 milioni di m2. Ma resteremo lontani dall’obiettivo del ”Libro Bianco” sulle rinnovabili: 100 milioni di m2. Si stima che per il 2006 non saranno superati i 68 milioni di m2. A differenza di altre energie rinnovabili, il solare ha ancora un forte handicap, i costi. Per avere i 3 kilowatt necessari ad alimentare una casa bisogna spendere dai 20 ai 24 mila euro, e l’investimento si ammortizza dopo 10-12 anni di utilizzo. Ma un dato fa ben sperare: lo sfruttamento dell’energia solare è ancora in fase embrionale. Mentre la costruzione di una pala eolica si potrà migliorare, ma difficilmente rivoluzionare, per il solare c’è ancora molto da scoprire. Un esempio è la ricerca del Dipartimento scientifico e tecnologico dell’Università di Verona, dove Valerio Dallacasa sta mettendo a punto una cella solare innovativa. «Le nostre celle» dice «potranno essere incorporate nei vetri delle finestre e potranno trasformare in energia elettrica non solo quella che viene oggi sfruttata, ma anche quella all’infrarosso». Risultato? Il costo di tali celle sarà inferiore a quello delle fotovoltaiche, perché, trasformando in elettricità anche i raggi infrarossi, potrebbero funzionare anche di notte. E a ricavare energia solare dai vetri di casa sta pensando anche Anna Dyson del Rensselaer Polytechnic Institute di New York (Usa): «Vogliamo introdurre centinaia di quadratini di silicio trasparenti di un cm di lato tra i vetri delle finestre. I quadratini scorrono l’uno sull’altro creando una specie di veneziana trasparente che segue i raggi del Sole. Questi quadratini sono dei veri pannelli fotovoltaici che catturano il calore e la luce solare trasformandoli in elettricità». Ogni chip solare dovrebbe costare 25 eurocent. Il loro tasso di conversione energetica dovrebbe superare il 50%, a fronte del 14-16% dei comuni pannelli solari. Per il solare si pensano anche progetti imponenti. Come quello indicato da Rubbia, Nobel per la fisica: «L’Enea sta studiando un impianto nel deserto del Sahara, dove specchi ustori, amplificando il calore del Sole, riscalderebbero un tubo di acciaio dentro cui passerebbe il guano, o sale del Cile, fertilizzante naturale composto da nitrato di sodio e potassio da accumulare in un raccoglitore che manterrebbe la temperatura di 600 gradi per almeno tre giorni. L’energia verrebbe prodotta da una normale centrale elettrica e potrebbe essere usata dall’Algeria o esportata tramite cavi sotterranei. Duemila MW potrebbero arrivare in Italia, altri 3.000 MW andrebbero verso la Spagna, per un totale di 5.000 MW, pari all’energia nucleare esportata dalla Francia in Europa. Il costo di produzione sarebbe competitivo con quello del petrolio». Combustibili fossili, nucleare, eolico, solare, idroelettrico e geotermico. Ma è davvero tutto qui? Certamente no. Sono molti i progetti che mirano a ottenere energia da fonti innovative e alcuni sono molto interessanti. Come la ”Torre solare”, una ciclopica struttura che sorgerà nel deserto australiano. Sarà la costruzione più alta mai eretta dall’uomo: si ergerà per un chilometro in altezza e, sfruttando unicamente aria calda, sarà in grado di produrre corrente elettrica per soddisfare i bisogni di 200.000 case. La megacostruzione è stata approvata dal governo australiano e potrebbe entrare in attività entro tre anni. Il gigantesco camino produrrà energia elettrica sfruttando la naturale risalita di aria calda proveniente dal suolo desertico, che, opportunamente indirizzata, sarà in grado di far muovere decine di turbine all’interno della torre. La società autrice del progetto, la EnviroMission, sostiene che il primo modello che sorgerà al confine tra il New South Wales e Victoria, potrà essere replicato in tutti i deserti della Terra. L’unico prodotto di scarto è aria calda, dunque nessun inquinamento. La costruzione della gigantesca ciminiera (richiederà 450.000 m3 di cemento) sarà affidata alla tedesca Schlaich Bergermann Partners, leader nella progettazione di edifici ”sospesi”, come lo stadio olimpico di Monaco. I lavori inizieranno entro il 2003 e la prima elettricità è attesa nel 2005. Se tutto andrà come previsto, entro il 2010 potrebbero entrare in attività altre 4 torri simili. Secondo Roger Davey, della EnviroMission, la torre australiana produrrà almeno 200 MW di elettricità, una quantità che, se fosse prodotta con i combustibili fossili, darebbe come scarto 700.000 tonnellate di anidride carbonica in un anno. Non mancano, però, le perplessità: i costi (380 milioni di euro) e l’effettiva edificabilità di una struttura del genere. Dai deserti ai fondali oceanici. Ai margini dei continenti, Mediterraneo orientale compreso, esiste un idrocarburo che potrebbe sostituire il petrolio e rifornire l’umanità di energia per diversi secoli. è l’idrato di metano, un gas che può essere prodotto dall’azione di batteri anaerobici (che vivono senza aria) sul plancton quando muore oppure che sale direttamente dalla crosta marina per le elevate temperature che vi sono all’interno. A contatto con l’acqua, per le basse temperature e per le forti pressioni si solidifica, e diventa simile a neve sporca. Purtroppo l’estrazione di questo minerale presenta notevoli difficoltà: portandolo in superficie infatti, passa allo stato gassoso ed è difficile da gestire. Sarebbe necessario trasformarlo in gas in profondità, ma ciò risulta estremamente complesso e costoso. Una tecnica in via di sperimentazione è l’uso di una campana sottomarina in grado di raccogliere il gas che l’idrato sviluppa quando cambiano la sua temperatura o pressione. Grande interesse, almeno nella fase esplorativa, lo stanno mostrando Giappone, Usa e Corea. Intanto altre fonti alternative più semplici da sfruttare stanno diventando realtà. Un esempio è la prima turbina che produce energia sfruttando la forza delle maree (vedi ”Macchina del Tempo” di settembre) che ha cominciato a funzionare al largo delle coste inglesi di Devon. La turbina è costituita da un unico rotore di 11 metri in grado di generare 300 kW. Al mondo esistono altre turbine per sfruttare l’energia delle maree, ma quella di Lynmouth è la prima in mare aperto in grado di fornire energia per consumo. Finora, i generatori sommersi che sfruttano il flusso e riflusso delle maree sono stati installati alla foce dei fiumi, in zone dove la differenza di livello può superare i 10 metri di altezza. La più nota di queste centrali elettriche è entrata in funzione nel 1966 sull’estuario del fiume francese Rance. La centrale, la più grande del mondo, produce 600 milioni di kWh l’anno, pari ai consumi domestici annuali di una città di 300.000 abitanti e fornisce il 90% dell’elettricità prodotta in Bretagna, a un costo inferiore a quello del nucleare. Nel frattempo cresce la produzione di combustibili dai prodotti vegetali, il biodiesel. è un carburante liquido che si ottiene scomponendo le molecole di oli vegetali e dei grassi animali, ottenendo glicerina ed estere semplice. Questa reazione chimica è conosciuta da tempo: già durante la seconda guerra mondiale si produceva carburante dall’olio di colza. Tuttavia solo in tempi recenti si è potuto migliorare il processo di trasformazione chimica. In pratica tutti gli oli e i grassi vegetali, siano essi originali o di scarto, e tutti i grassi animali sono adatti alla produzione di biodiesel. In tutto il mondo sono in esercizio circa 90 impianti biodiesel, che producono 1,3 miliardi di litri di diesel. Questo combustibile possiede un bassissimo contenuto di zolfo (< 0,001%) dunque non contribuisce al fenomeno delle piogge acide, inoltre è altamente biodegradabile (99,6% dopo 21 giorni) e in caso di dispersione accidentale non inquina né suoli né acque e soprattutto ha un ciclo chiuso di anidride carbonica: la sua combustione nel motore produce un’emissione di CO2 pari a quella che le piante assorbono dall’aria nel loro processo di crescita. A conferma della bontà del sistema, recentemente DuPont e il National Renewable Energy Laboratory (NREL) dell’United States Department of Energy hanno annunciato un accordo di ricerca per lo sviluppo della prima ”bio-raffineria” integrata che utilizza mais o altre fonti rinnovabili al posto dei tradizionali prodotti petrolchimici per la produzione di carburanti.