Patrizia Longo, Macchina del Tempo, dicembre 2003 (n.12), 10 febbraio 2004
vero: la sfida con se stessi ha il suo fascino. E la soddisfazione di superare i propri limiti può diventare una vera e propria droga
vero: la sfida con se stessi ha il suo fascino. E la soddisfazione di superare i propri limiti può diventare una vera e propria droga. Ma per quanto riguarda le attività fisiche, nella nostra vita quotidiana, è meglio lasciare i record a scalatori e astronauti, come Reinhold Messner e Vladimir Poliakov, o a primatisti dell’apnea come Pipin Ferrera. Parola di Antonio Dal Monte, 72 anni, e decano della medicina dello sport italiana: uno che di limiti se ne intende. Oggi è docente di fisiologia umana all’università di Tor Vergata, con oltre 400 pubblicazioni scientifiche all’attivo, nelle quali ha descritto il funzionamento dell’organismo di un atleta dal punto di vista respiratorio, cardio-circolatorio, metabolico e biomeccanico, ma può vantare anche un lungo elenco di incarichi che lo hanno portato a partecipare a 11 Olimpiadi: da medico della squadra olimpica italiane e membro della commissione medica del Comitato olimpico internazionale (Cio), a commentatore scientifico per la Rai durante le Olimpiadi. Abbiamo chiesto a lui quali come conciliare la ricerca dei limiti nell’attività sportiva delle persone comuni. Qual è il limite di chi pratica sport senza essere un superatleta? «Chi non pratica sport agonistico non deve battere nessun limite perché il suo obiettivo è certamente il miglior risultato possibile, che dev’essere giustamente lo stimolo di ogni sport, ma in rapporto all’età e senza compromettere la propria salute. Dobbiamo quindi accettare il fatto che ogni anno, per coprire ad esempio una determinata distanza di corsa, ci si impiega un pochino più di tempo, nonostante l’allenamento». Non accettare i propri limiti è tipico di chi fa poco sport o frutto di una cultura che ci spinge a volere tutto e subito? «Essere in pace con se stessi e con le proprie capacità è una dote che hanno in pochi. Anche tutti quelli che fanno sport esasperato non accettano, in età più avanzata, che le proprie performances possano peggiorare, ma con il passare del tempo è inevitabile». Oggi lo sport è visto come un elisir di giovinezza, ma cosa possiamo davvero aspettarci dall’attività sportiva? «L’allenamento è come una medicina e deve seguire due dettami fondamentali: le scelte del farmaco giusto e della dose appropriata. E proprio come un farmaco esistono dosi tossiche perché eccessive o dosi inefficaci perché insufficienti per poter produrre l’effetto desiderato. Bisogna guardarsi allo specchio, meglio se con l’aiuto di un esperto, e stabilire quale sport praticare, cercando d’interpretare anche i propri desideri e le proprie passioni. Una volta fatto questo, si può cercare di ottenere il massimo degli effetti, il che non significa battere record, ma migliorare l’equilibrio del proprio organismo, le proprie capacità di lavoro, di muoversi, di esercitare le funzioni della vita sociale». Come si stabilisce il programma di allenamento giusto? «L’allenamento deve seguire innanzitutto delle leggi generali, che sono quelle applicate all’età, al sesso e alla condizione fisica. Poi il programma può essere affinato in base al luogo dove uno si trova, alla disponibilità degli impianti. Allenarsi in modo corretto significa misurare lo sforzo. Man mano che passano gli anni, l’uomo si deve trasformare da sprinter in fondista: chi correva, andava in bicicletta, scalava le montagne, potrà fare delle ottime passeggiate; chi faceva sci di discesa dovrà rassegnarsi a fare sci di fondo; chi faceva tennis, dovrà fare golf». Allenarsi significa sempre migliorare le proprie prestazioni fisiche? «Dipende dall’età. Una persona anziana, che ha sempre corso in vita sua, potrà seguitare a correre, ma farà un grave errore se cercherà di mantenere gli stessi tempi che faceva, a parità di allenamento, quando era giovane. Un giovane, invece, migliora sicuramente. Ma bisogna vedere quali sono gli obiettivi. Se vuole andare alle Olim-piadi, dovrà fare sacrifici immensi e sfruttare ogni più piccola potenzialità del proprio organismo, per migliorare in un determinato settore. Non in tutti: se uno vuole, ad esempio, migliorare enormemente nel sollevamento pesi, aumenterà la propria energia muscolare, ma se deve fare cinque piani di scale gli verrà il fiatone, perché si è allenato a sviluppare masse muscolari rilevanti e a compiere uno sforzo che dura meno di un secondo; chi invece si allena per la maratona, si troverà nei guai se dovrà spostare i mobili di casa, perché avrà perso la forza muscolare, che non gli serve per la resistenza». Come si fa a capire che si è già raggiunto il limite e non conviene spingersi oltre? «Nonostante io faccia ancora acrobazie complete con l’aeroplano e con l’aliante, se mentre volo non guardo l’indicatore di velocità, non posso conoscere la mia velocità. Allo stesso modo anche l’attività sportiva va monitorata. Si può per esempio utilizzare un cardiofrequenzimetro, un apparecchio che oggi costa poco, e permette di tenere sotto controllo il ritmo di un allenamento. Una persona di una certa età sa che deve tenere la sua frequenza cardiaca tra le 120 e i 130 pulsazioni al minuto; un canottiere, per sei minuti e mezzo, tiene anche 180 pulsazioni; chi pratica atletica leggera ed è un ragazzino, supera facilmente i 200 di frequenza cardiaca. Non si possono fissare dei parametri rigidi e assoluti, tutto va personalizzato per età, sesso, sport praticato». Può servire l’assunzione di integratori alimentari come vitamine e minerali? «In certi casi può essere utile: alcuni integratori sono sostanze che lottano contro un processo d’invecchiamento precoce delle nostre cellule dovuto alle molecole ossidanti, che un atleta produce in maggior quantità di una persona normale. Possono quindi colmare eventuali carenze date dall’impossibilità di avere una dieta assolutamente completa visto che consumiamo sempre più cibi surgelati e conservati, che rispetto ai cibi freschi sono poveri di elementi essenziali come selenio, vitamina A e C e quelle del gruppo B o D. Attenzione però a non entrare nel meccanismo perverso di dire: ”Se prendo un grammo di vitamina e mi fa bene, due o tre sono ancora meglio”. Si cadrebbe nell’errore dell’iperfarmacofilia, ovvero nell’abuso di farmaci che dà dipendenza. Discorso completamente diverso sono gli ormoni maschili: farne un uso non medico, volto cioè alla cura di patologie specifiche, vuol dire cadere nel doping, con il rischio di rovinare le proprie capacità funzionali e andare incontro a ipertrofie e tumori con conseguenze anche molto gravi». Possiamo allora dire che la preparazione atletica comincia prima di tutto a tavola? «Senz’altro, ma per fare sport non bisogna mangiare cibi strani, ma consumare i normali ingredienti in modo proporzionato ai consumi, ben differenti se uno è un fanatico della corsa lunga oppure delle macchine della muscolazione. Le sostanze fondamentali sono tre: carboidrati, grassi e proteine. Salvo particolari esigenze, le proteine, che hanno una funzione plastica perché riparano le fibre muscolari che si logorano con lo sforzo, devono essere attorno a 1-1,5 grammi al giorno per chilo di peso corporeo. Di grassi, che sono forme concentrate di energia, ce ne vogliono molto pochi, ma si trovano nella maggior parte degli alimenti, dalla carne all’olio e al formaggio. Chi è in sovrappeso, deve eliminare innanzitutto i grassi, e poi diminuire anche i carboidrati e le proteine. In definitiva, comunque, la dieta deve essere basata, oltre che sui consumi, sul buon senso». Che errore bisogna evitare? «Il pericolo più grande è il ”fai da te”. invece necessario rivolgersi a un esperto, come in tutti i campi. Se uno ha un disturbo al cuore, si rivolge al cardiologo e non pensa di andare da un ortopedico. Per le attività sportive, i più qualificati sono gli specialisti di medicina dello sport, una disciplina ben precisa, di cui purtroppo tutti si sentono esperti anche quando non lo sono». Patrizia Longo