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 2004  febbraio 10 Martedì calendario

Marbury Stephon

• Brooklyn (Stati Uniti) 20 febbraio 1977. Giocatore di basket. Dei Foshan Dralions (Cina). Ha giocato nella Nba con Minnesota Timberwolves, New Jersey Nets, Phoenix Suns, New York Knicks, Boston Celtics • «A 26 anni, dopo tre squadre Nba, 8 allenatori, due All Star Game e una serie di aneddoti che lo hanno posto di diritto tra gli incompresi del basket, ha finalmente indossato la maglia che ha sempre desiderato vestire nel palazzo che più di ogni altro ama: il Madison Square Garden. “Tutto è diverso qui. Non si può spiegare. Sono esaltato di farne parte, sopraffatto. È così diverso rispetto agli altri posti perché è la gente che lo rende unico” ha dichiarato al debutto. [...] “Quand’ero piccolo sognavo di venire qua solo per vedere da vicino i giocatori della Nba e capire cosa provassero veramente. La gente di fuori non può immaginare cosa significhi essere un fan dei Knicks: puoi giocare a New Jersey o a Phoenix ma sai che sanguinerai per sempre arancione”. Marbury è nato a Coney Island, dove Brooklyn finisce e comincia l’oceano, in uno dei cosiddetti projects, le case popolari. Il suo, Surfside Gardens, non è uno dei più malfamati. Ogni complesso ha campi di basket all’aperto e squadre. Il playground più famoso è quello che ha fatto da sfondo al film di Spike Lee, He got game. Poco lontano, la Lincoln High School. Stephon è stato il quarto Marbury a giocare lì: sono passati tre suoi fratelli maggiori e uno minore. Ma nessuno è arrivato lontano quanto lui: i Marbury erano forti, alcuni molto forti, ma quasi ingestibili. Oggi uno ha un negozio di parrucchiere a Brooklyn, un altro fa il maestro, il terzo ha tentato la fortuna giocando in piccole leghe in giro per il mondo. [...] Marbury comincia giocare a 3 anni, a 6 sa tirare e palleggiare con le due mani. A 10 anni diventa capitano della squadra under 14 e quando, l’anno successivo, segna 41 punti nella finale della lega giovanile cattolica, il “New York Daily News” gli dedica il primo articolo. Fisicamente è normale, teme di non crescere abbastanza per schiacciare. Quando opta per la Lincoln High School, è già una celebrità del quartiere. Al primo allenamento, la palestra è piena di studenti, curiosi e anche giornalisti. Pretende che i compagni gli portino i libri. Per 4 anni domina il campionato delle scuole pubbliche, trascina la Lincoln fino al titolo cittadino. Le finali si giocano al Madison Square Garden: nel 1995 Marbury viene eletto miglior liceale della nazione. Passa solo un anno a Georgia Tech. Nel 1996, a 19 anni, viene chiamato dai Milwaukee Bucks della Nba, quarta scelta assoluta, e subito girato a Minnesota. Comincia una carriera particolare. Nessuno mette in dubbio l’incredibile talento, l’incapacità dei difensori di bloccare il suo primo passo in uno contro uno, il grande tiro e l’abilità quasi sovrannaturale di trovare i più complicati angoli di passaggio. Ma Stephon è considerato troppo individualista in campo, egoista nei rapporti personali, presuntuoso. A Minnesota entra presto in conflitto di personalità con Kevin Garnett e chiede di essere ceduto. A New Jersey staziona in fondo alla classifica, litiga coi compagni, si presenta in campo con la scritta All Alone sulle scarpe, mostrando al mondo tutta la sua frustrazione. Va a Phoenix quando i Suns decidono che Jason Kidd, dopo una schiaffo alla moglie, sia diventato un cattivo esempio per la comunità. Le cifre sono da stella ma si comincia a dubitare della sua capacità di essere un uomo in grado di migliorare una squadra. Ha caviglie fragili, nell’estate del 2001 prende lezioni di ballo per rinforzarle ma si allena poco. I Suns non vorrebbero cederlo ma sacrificarlo è l’unico modo per liberarsi di Penny Hardaway e del suo contratto. Il sogno si avvera. Torna a New York, una squadra nella tempesta. Trova un nuovo allenatore che, come lui, è cresciuto sulle strade di Brooklyn, Lenny Wilkens. [...] Starbury , suo soprannome dalla Lincoln, sembra iniziare una nuova vita. Dice: “I playmaker sono nati e recapitati in campo da Dio. Non puoi insegnare a qualcuno a fare il regista, è una abilità naturale di cui Dio mi ha fatto dono. Non posso spiegare come ci si senta, si tratta semplicemente di scendere in campo e fare delle cose”. Il Madison Squadre Garden, ci crede» (Luca Chiabotti, “La Gazzetta dello Sport” 10/2/2004).