Varie, 10 febbraio 2004
GROS Piero
GROS Piero Sauze d’Oulx (Torino) 30 ottobre 1954. Ex sciatore alpino. Vinse la Coppa del Mondo assoluta 1974, la medaglia d’oro in slalom alle Olimpiadi del 1976. La più grande delusione il 10 febbraio 1974, al Mondiale di St. Moritz: «Primo a metà gara, con due centesimi su Zwilling e quarantotto su Hinterseer, il volto rapace dell’Austria. E poi... E poi gli viene da rammentare il 14 febbraio. Ma del 1976, la data del suo trionfo ai Giochi di Innsbruck. E della vendetta: primo Gros, secondo Thoeni. Non vale: torniamo indietro, please . “Volete proprio, eh?... Confesso: la delusione non è ancora del tutto sfumata. Ero il più forte, quell’anno, tant’è che mi consolai con la Coppa del mondo assoluta; eppure non riuscii a dimostrarlo. Succede a chi va in pista sempre e comunque per attaccare. Succede, in particolare, a chi si ritrova al comando dopo la prima discesa. È una ’’sfiga’’, lo giuro: lo sperimentai di nuovo nel Mondiale del 1978, anche se di mezzo c’era Stenmark, mica un brocco, e quella volta almeno l’argento mi rimase al collo. Lo sport prende e dà: sono stato sconfitto, però ho vinto un’Olimpiade e metà Mondiale. E sono sempre andato sul podio nelle manifestazioni alle quali ho partecipato: all’Italia non ho mai fatto fare figuracce”. Sì, ma quel giorno? “Non seppi dominare la foga e i nervi. E non era vero che avevo litigato con Striker: mi avevano attribuito una frase che non avevo mai detto, circa l’opportunità di far gareggiare un altro al suo posto. No, fu tutta farina del mio sacco: subito un errore, poi una scivolata, quindi la ripresa seguita dalla rinuncia definitiva. Non invoco nemmeno la sfortuna... [...] Premesso che fu l’unica volta nella carriera in cui versai delle lacrime, con Thoeni credo di non aver mai commentato, a caldo, né la sua né la mia prova. Io e lui non abbiamo mai avuto grandi dialoghi, in fondo. Cattivo feeling? No, è una sensazione differente, difficile da spiegare a parole. Gustavo è stato un campione e pure un maestro: ho imparato parecchio dal Thoeni sciatore. Ma un conto è l’aspetto sportivo, un altro quello umano: tra rispetto e senso del cameratismo da un lato e amicizia profonda dall’altro, c’e differenza. Per me lui era uno come gli altri. E non pretendo che lo stesso concetto di ’valanga azzurra’ contempli l’idea di un gruppo privo di scintille. Thoeni e il sottoscritto erano i più forti: non credo che chi era in squadra con noi fosse felice di essere battuto. Gli atleti sono egoisti, perché lo sci, fuori da ogni ipocrisia, è uno sport individuale. Ed è per questo che faccio un’osservazione: anch’io, perdendo in quel modo ma facendo i conti su Zwilling, non su di lui, ho contribuito alla celebrazione di Gustavo. È diventato un mito, a pieno diritto. Però nessuno ha mai dato la stessa enfasi alla mia rimonta di Innsbruck: cancellai oltre un secondo di scarto e lo battei. No, per i più l’impresa memorabile resterà la sua” [...]» (Flavio Vanetti, “Corriere della Sera” 10/2/2004).