Nicola Nosengo, Macchina del Tempo, dicembre 2003 (n.12), 9 febbraio 2004
Sempre più velocemente, sempre più in alto, a profondità sempre maggiori. La storia recente si può leggere anche come una successione di record sportivi, di imprese che hanno spostato ogni volta un passo più avanti la nostra percezione dei limiti umani
Sempre più velocemente, sempre più in alto, a profondità sempre maggiori. La storia recente si può leggere anche come una successione di record sportivi, di imprese che hanno spostato ogni volta un passo più avanti la nostra percezione dei limiti umani. Lo sviluppo di metodi scientifici di allenamento e l’applicazione allo sport delle più moderne tecnologie hanno permesso di polverizzare traguardi che solo qualche decennio fa sembravano fuori dalla portata di qualunque essere umano. Oggi sappiamo che è possibile, almeno per alcuni di noi, correre oltre i 37 chilometri all’ora, saltare in alto fino a 2 metri e 45, scendere in apnea fino a 162 metri di profondità e salire senza ossigeno sulla montagna più alta del mondo. Ma dove ci fermeremo? Esistono dei limiti che non riusciremo mai a superare? Terreno privilegiato delle imprese estreme sono le vette delle montagne. L’8 maggio del 1978 Reinhold Messner arrivò a piedi sulla cima dell’Everest (8.848 m), senza ossigeno artificiale. Un’impresa che gli studiosi non esitano a definire «quasi sovrumana». I più alti insediamenti umani si trovano a circa 5.000 metri, e si sa che è impossibile rimanere per periodi lunghi oltre i 6.000 metri senza andare incontro al deterioramento dell’organismo. «A quelle quote inizia infatti il fenomeno del catabolismo» ci dice Paolo Passino, ricercatore dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa e autore di diversi studi sulla risposta del corpo umano alle condizioni estreme: «In pratica l’organismo inizia ad assorbire il tessuto muscolare per fare fronte alle funzioni vitali, visto che la respirazione non fornisce sufficiente energia». Prima dell’impresa di Messner si pensava che oltre i 7.500 metri fosse semplicemente impossibile sopravvivere senza una bombola di ossigeno, anche per brevi periodi, perché la diminuzione della pressione atmosferica provoca l’ipossia: l’aria che si respira ha una quantità minima d’ossigeno da donare ai polmoni, il cervello riceve troppo poco ossigeno e si perde conoscenza. Ma in barba ai moniti degli studiosi, Messner arrivò in vetta all’Everest concedendosi anche il lusso di trattenersi a scattare fotografie. L’alpinista altoatesino, comunque, può dirsi fortunato. Per una singolare coincidenza, la più alta cima del mondo corrisponde quasi esattamente al limite di altezza raggiungibile dall’uomo: «Possiamo dire con sicurezza che se la vetta dell’Everest fosse solo trecento metri più in su, a 9100-9200 metri, sarebbe assolutamente impossibile raggiungerla senza ossigeno artificiale» conclude Cerretelli. Più in alto, molto più in alto stavano Valery Polyakov e Vasilevich Avdeyev, ma loro l’ossigeno artificiale dovevano averlo per forza: entrambi lavoravano nella stazione spaziale russa Mir e ci rimasero a lungo. Avedyev per 742 giorni complessivi in tre missioni diverse, Polyakov per 432 giorni, durante i quali ha lesse 100 libri e vide 513 film in videocassetta. Era il 1995 e resta ancora oggi il record assoluto di permanenza continuata nello spazio in assenza di gravità. In queste condizioni, non è tanto il sistema circolatorio a essere messo sotto stress: durante la fase di transizione i fluidi si spostano dalle estremità verso la cassa toracica, ma una volta raggiunta la gravità zero la circolazione e il battito cardiaco ritornano praticamente normali. Gli effetti più rilevanti sono invece sulle ossa, che tendono a decalcificarsi, e sui muscoli, che si atrofizzano, il tutto per motivi ancora non molto chiari. è per questo che gli astronauti devono continuamente fare ginnastica. Una lunga permanenza nello spazio significa anche un lungo isolamento: esperienza che mette alla prova l’equilibrio psicologico dell’uomo, per natura animale sociale. Difficile però parlare di veri e propri limiti: la resistenza alla solitudine varia da individuo a individuo. Vero esperto in questo campo è Maurizio Montalbini, che ha condotto diversi esperimenti di isolamento sociale e spazio-temporale arrivando a trascorrere un intero anno in una grotta, proprio per verificare la possibilità futura dell’uomo di vivere a lungo in stazioni spaziali o in colonie extraterrestri. Il record assoluto di cui si abbia notizia è però quello dello jugoslavo Minutin Veljkovich, che rimase 463 giorni nella grotta di Samar, nella Jugoslavia orientale, tra il giugno del 1969 e il settembre del 1970. I principali effetti fisiologici di questa esperienza sono l’alterazione del sonno dovuta all’interruzione dell’alternanza luce/buio, a cui ci si può abituare nel giro di qualche settimana; e la minore produzione di vitamina D, fondamentale per la calcificazione delle ossa, non più stimolata dalla luce solare ma che può essere recuperata con l’alimentazione. Ma c’è anche chi, nella ricerca dei propri limiti, alla solitudine ha aggiunto la privazione del cibo: è il caso, recente, dell’illusionista David Blaine, che ha trascorso 44 giorni senza mangiare in un cubicolo di plexiglas sospeso sul Tamigi. Un vero record-limite, sempre che non sia ricorso a qualche trucco. Una misura più certa dei nostri limiti ci è offerta dall’atletica. Qui l’uomo è solo, senza ausili meccanici e in condizioni controllate (vento, pressione atmosferica, qualità della pista) che ricordano da vicino quelle di un esperimento scientifico. Uno studio tedesco pubblicato l’anno scorso sulla rivista scientifica ”Nature” dimostrava che nella maggior parte delle discipline atletiche i record hanno smesso, più o meno dalla metà degli Anni 80, di migliorare secondo progressioni regolari e prevedibili, e sono sempre più rari e legati al caso: un soffio di vento ai limiti del regolamento, o una giornata di condizione straordinaria di un atleta altrimenti ”normale”. Secondo gli esperti, fino a un certo punto il costante miglioramento dei record era dovuto soprattutto a una questione statistica: «Mezzo secolo fa o poco più, lo sport era prerogativa di poche persone, per lo più bianchi benestanti» spiega Paolo Cerretelli, professore ordinario di fisiologia umana all’Università di Milano, «poi il bacino da cui pescare atleti si è allargato, includendo persone di diversi gruppi etnici, e diventava sempre più probabile trovare e allenare persone con doti naturali fuori dalla norma». Oggi in molte discipline siamo probabilmente arrivati vicini ai limiti fisiologici. Specialità come velocità, il salto in lungo e il salto in alto, dice Cerretelli, richiedono l’immagazzinamento nei muscoli di grandi quantità di energia, sotto forma di fosfati e glicogeno, e la sua liberazione in breve tempo. E non c’è allenamento o farmaco, almeno tra quelli leciti, che possa migliorare questi parametri oltre i livelli raggiunti oggi dagli atleti al top. Solo piccoli dettagli come la pista, il tipo di scarpe o la distribuzione dello sforzo lungo il percorso di gara possono migliorare l’efficienza della prestazione. Nelle gare di resistenza, come la maratona o i 10.000 metri, sembra invece esserci ancora spazio per nuovi record, soprattutto per le donne, che solo da pochi anni hanno fatto il loro ingresso in queste discipline: «Un tempo si pensava che le corse oltre i 5.000 metri sfidassero i limiti del fisico femminile» racconta Gianluca Toselli, dell’Istituto di Medicina dello Sport di Torino, «ma ora sappiamo che le donne, anche se hanno minore massa muscolare, resistono ad allenamenti più intensi e possono arrivare quindi a correre le stesse distanze degli uomini con tempi di poco superiori». Tuttavia è difficile indicare, per qualunque disciplina, prestazioni limite oltre cui non si potrà andare. Per dirla con Antonio dal Monte, fisiologo e membro della Commissione Medica del Comitato Olimpico Internazionale, «per qualunque record attuale c’è sicuramente da qualche parte in Cina (il Paese più popoloso e con la maggiore variabilità genetica del mondo, ndr) una persona che ha le doti naturali per fare leggermente meglio». Il problema è trovarla e allenarla. Diverso il discorso per l’immersione in apnea. Per questa specialità, i fisiologi credevano esistesse davvero un muro invalicabile. Per una legge fisica elementare, si calcolava che al di sotto di quota 50 metri la pressione, determinata dalla colonna d’acqua al di sopra dell’apneista, dovesse provocare la rottura della cassa toracica e lo schiacciamento degli organi interni, e quindi la morte. Ma Enzo Maiorca smentì clamorosamente gli scienziati, scendendo a 51 metri nel 1981, e da allora tale limite è stato battuto di oltre 100 metri. Come è stato possibile? «Quello che non sapevamo, e che poi è stato dimostrato in laboratorio» spiega ancora Cerretelli «è che a quelle profondità il corpo umano risponde alla pressione esterna sottraendo sangue agli arti e facendolo affluire alla regione toracica». il blood-shift, letteralmente ”trasferimento del sangue”. Aumenta così la pressione interna del torace, che contrasta quella esterna e previene il collasso delle costole. Inoltre, il sangue sottratto agli arti serve a portare più ossigeno al cervello e prevenire lo svenimento. Oggi sappiamo che la cassa toracica resiste fino a 170 metri, e probabilmente si può arrivare a 200. Ormai è chiaro, insomma, che la fase pericolosa di queste imprese non è affatto la discesa. Nemmeno la durata dell’apnea è il problema principale. Una discesa da record richiede normalmente dai quattro ai sei minuti; ma si pensi che, dopo aver effettuato l’iperventilazione, che procura una scorta di ossigeno disciolto nel sangue, un apneista allenato può resistere sott’acqua fino a 20 minuti (senza compiere sforzi). Naturalmente gli effetti sull’organismo di un’apnea prolungata sono notevoli e pericolosi. Il cuore rallenta fino a scendere sotto i 20 battiti al minuto; si riduce l’ossigeno nel sangue e si produce anidride carbonica in grande quantità, cosa che può provocare la perdita di coscienza per un fenomeno chiamato carbonarcosi. Ma con l’allenamento si può abituare il proprio organismo a tollerare alti livelli di anidride carbonica nel sangue, e si impara anche a resistere all’istinto di sopravvivenza, che fa muovere i muscoli respiratori alla ricerca di aria. Il vero problema in queste imprese è la risalita, anzi proprio gli ultimi metri prima del ritorno in superficie. In questa fase la pressione parziale dell’ossigeno nel sangue, che durante la discesa era aumentata aiutando a fare fronte alla scarsità complessiva di ossigeno, diminuisce progressivamente, finché proprio a pochi metri dal pelo dell’acqua scende a livelli tali da provocare facilmente la perdita di coscienza, e quindi l’annegamento. quanto è accaduto a Audrey Mestre Ferreras, giovane biologa marina francese che nell’ottobre 2002 stava per stabilire, nelle acque della Repubblica Dominicana, il record assoluto di immersione in apnea: 170 metri di profondità, 8 metri più in basso di suo marito, il primatista maschile Pipin Ferreras. Un incidente durante l’emersione le è costato la vita, ma a un anno dalla tragedia Pipin l’ha ricordata raggiungendo quel record. Infine un’esperienza così al limite che nessuno sa quali conseguenze potrebbe avere. A lanciare la sfida è il 58enne francese Michel Fournier, pronto a salire con un pallone aerostatico fino alla stratosfera (46.000 m) e poi lanciarsi con il paracadute. Così facendo infrangerebbe tre record in una volta: la maggiore altitudine per un lancio con il paracadute, la più lunga caduta libera (oltre 6 minuti) e la più alta velocità mai sperimentata da un uomo senza un mezzo di trasporto. Un minuto dopo il lancio Fournier supererà nella sua caduta la velocità del suono, arrivando a toccare una velocità prevista tra i 1200 e i 1600 km/h. Intanto la temperatura intorno a lui calerà di 65 gradi, perché nella stratosfera fa più caldo man mano che si sale. Fournier indosserà una speciale tuta pressurizzata e una maschera a ossigeno, che gli permetteranno di respirare e resistere agli sbalzi di pressione. Ma il vero rischio è proprio la velocità, e la difficoltà di mantenere una traiettoria. Se iniziasse ad avvitarsi su se stesso, perderebbe rapidamente coscienza. E cosa gli succederà quando passerà la barriera del suono, un’esperienza mai provata da un uomo fuori dalla cabina di un caccia supersonico? Il lancio, programmato per il settembre 2002, è stato più volte rimandato (l’ultima volta lo scorso agosto), perché le condizioni meteorologiche non erano favorevoli. Ma Fournier è sicuro di farcela. I limiti sono lì per essere superati. Nicola Nosengo