Antonio Armano, Macchina del Tempo, dicembre 2003 (n.12), 9 febbraio 2004
«Se non ci fossero gli scettici, dovremmo proprio inventarli», ammette Salvatore Veca, docente di filosofia politica all’Università di Pavia e animatore del ”Socrate al caffé”, un ciclo di incontri filosofici che si tengono al bar pavese Demetrio, «perché il grande valore dello scetticismo è la messa in questione delle ragioni che abbiamo per credere e per agire
«Se non ci fossero gli scettici, dovremmo proprio inventarli», ammette Salvatore Veca, docente di filosofia politica all’Università di Pavia e animatore del ”Socrate al caffé”, un ciclo di incontri filosofici che si tengono al bar pavese Demetrio, «perché il grande valore dello scetticismo è la messa in questione delle ragioni che abbiamo per credere e per agire. Interrogarsi sulla validità delle nostre ragioni o delle nostre credenze genera risultati importanti, che consistono spesso nell’approfondimento e nella ridefinizione di come vediamo il mondo. In due parole: l’obiezione scettica mette a soqquadro il paesaggio delle nostre certezze e c’induce a rifare le nostre mappe cognitive». La dottrina scettica, fondata da Pirrone di Elide nel IV secolo a.C., negava la possibilità di giungere a una conoscenza veritiera e sosteneva la necessi- tà per il saggio di astenersi da ogni giudizio. Tale posizione fu ripresa all’interno della seconda Accademia (III e II secolo a.C.), in particolare da Carneade (a proposito del quale, nei ”Promessi sposi” del Manzoni, Don Abbondio si pone la famosa domanda: «Chi era costui?»). Il pensiero di Pirrone è il frutto della sua esperienza al fianco di Alessandro il Grande. Accompagnando il condottiero nelle sue campagne belliche, si accorse che ciò che era considerato giusto in Grecia era al contrario visto come abominevole altrove e viceversa. Non bisogna però credere che lo scettico, impossibilitato a giudicare, sia incapace di agire. Semplicemente, non cercherà di giustificare la decisione sulla base di un valore spacciato come assoluto. Prenderà la vita come viene senza porsi il problema di ciò che è peggio o meglio, accettando il mondo come è e agendo come gli sembra giusto sul momento. Una lezione che non è però priva di limiti: «Credo che qualcosa debba essere sottratto al dubbio, perché si possa dubitare di qualcos’altro» osserva Veca «di fronte a fatti come Auschwitz e il genocidio di un popolo, uno scettico ci chiederebbe di saggiare fino in fondo i nostri criteri di valutazione e di condanna della Shoah, fino a farci scoprire che non esiste un sistema di valori assoluti e univoci e la fragilità dei valori umani». Compresa la nostra conoscenza.