Antonio Armano, Macchina del Tempo, dicembre 2003 (n.12), 9 febbraio 2004
«L’epicureismo non è, come generalmente si crede, perseguire il massimo del piacere, ma minimizzare il dolore
«L’epicureismo non è, come generalmente si crede, perseguire il massimo del piacere, ma minimizzare il dolore. Detto ciò, sono pronto a definirmi epicureo» osserva Luciano De Crescenzo, uno dei più famosi divulgatori della filosofia, di cui è appena uscito da Mondadori ”Storia della filosofia moderna”. La scuola filosofica fu fondata da Epicuro nel 306 a.C. e fiorì anche a Roma fino al II secolo d.C. grazie alla divulgazione che ne fece Lucrezio fu però fortemente osteggiata da Cicerone per il suo contenuto eversivo e dai filosofi cristiani per i suoi risvolti libertini e atei. Il cardine del ”Giardino”, la scuola fondata da Epicuro, in contrapposizione all’Accademia di Aristotele e al Liceo di Platone sul piano sia dottrinale che organizzativo (era aperta alle donne e agli schiavi), è infatti la ricerca della felicità attraverso l’eliminazione del timore degli dei e di altre angosce inutili come quella della morte. Prendere coscienza del fatto che gli dei, se esistono, non pensano affatto agli uomini, non deve costituire un elemento di disperazione, ma una liberazione. Ciò non significa darsi a un’orgia erotica e alimentare. Anzi: l’epicureo tende all’ascetismo, a liberarsi di inutili seccature, a cominciare da tutto quanto non è né necessario né naturale: l’onore, la gloria, la ricchezza, i vizi. De Crescenzo si presta a fare un esempio: «Ieri sera ho incontrato una bellissima ragazza. Abbiamo parlato a lungo e sembrava che potesse nascere qualcosa. Ma io so che quella ragazza è una rompiscatole tremenda. Per questo, da buon epicureo, non cercherò di dare un seguito all’incontro. Meglio desiderarla con l’immaginazione che scontrarsi con la realtà». Se oggi con ”epicureo” si apostrofano le persone che si dedicano unicamente alla soddisfazione dei loro sensi, dal letto alla tavola, la colpa va ricercata nella tendenza a semplificare, a ragionare per luoghi comuni negativi. «Quello di Epicuro è un messaggio alto, che ha dato origine al ”Carpe diem” oraziano» prosegue De Crescenzo «per esempio io ho 75 anni, ma che cosa posso fare di fronte a un evento ineluttabile? Ancora una volta minimizzare il dolore. Quindi se avessi una malattia terminale, che non mi dà scampo, per quale ragione dovrei morire nelle sofferenze atroci? Meglio l’eutanasia. Ecco: l’eutanasia è un esempio concreto di scelta profondamente epicurea».