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 2004  febbraio 09 Lunedì calendario

Se una volta allo zoo avete avuto la sensazione che uno degli scimpanzè si fosse offeso perché avevate riservato tutte le banane alla scimmia che vi era più simpatica senza lasciare nemmeno un boccone alle altre, avete visto giusto

Se una volta allo zoo avete avuto la sensazione che uno degli scimpanzè si fosse offeso perché avevate riservato tutte le banane alla scimmia che vi era più simpatica senza lasciare nemmeno un boccone alle altre, avete visto giusto. Il senso dell’ingiustizia non sarebbe una prerogativa umana, ma un tratto che abbiamo in comune anche con altre specie. Uno studio appena pubblicato su ”Nature” ha messo in evidenza che i primati si accorgono se viene commesso un torto: Frans de Waal e Sarah Brosnan, etologi della Emory University di Atlanta, in Georgia (Usa), autori della ricerca, hanno studiato il comportamento delle scimmie cappuccine delle foreste del Sudamerica, di fronte alla distribuzione ineguale di cibo. Lo scopo della ricerca era capire se e come gli animali reagivano a un comportamento poco equo da parte degli sperimentatori. De Waal e la Brosnan hanno insegnato alle scimmie a utilizzare gettoni per ottenere in cambio del cibo, in genere cetrioli. Una volta che le scimmie avevano imparato il gioco, i due ricercatori le hanno sistemate a due a due all’interno di gabbie, in modo tale che ciascuna potesse osservare il comportamento della compagna, e hanno provato a vedere cosa succedeva se a una delle due davano un frutto diverso o un premio non meritato. Quando a una veniva data dell’uva, considerata più appetibile, e all’altra i cetrioli, questa si rifiutava di accettare il cibo. Se poi la prima veniva ricompensata senza motivo, le cose peggioravano e la ”vittima” dell’ingiustizia si rifiutava di continuare a partecipare al gioco. In alcuni casi, poi, le scimmie non si limitavano a tenere il broncio ma mostravano il proprio disappunto gettando il cibo fuori dalla gabbia. Secondo de Waal e la Brosnan il comportamento osservato dimostrerebbe che le scimmie cappuccine hanno delle aspettative abbastanza precise sulla spartizione delle risorse alimentari. A differenza di altri primati, organizzati secondo una gerarchia rigida, le cappuccine avrebbero sviluppato forme di cooperazione basate su un’equa distribuzione delle risorse che le spingerebbe a non accettare le ingiustizie. Insomma, l’etica non sarebbe un’invenzione umana, anche se nelle altre specie potrebbe avere un significato e un’origine diversi. «Per gli umani il senso morale è codificato in un insieme di precetti che hanno origini storico-culturali e che non hanno analogie nelle altre specie» spiega Giorgio Vallortigara, psicobiologo all’Università di Trieste. «Gli studiosi di etologia e psicobiologia tuttavia» continua Vallortigara «ritengono che l’origine del senso morale vada ricercata nei meccanismi della cooperazione e dell’altruismo reciproco, presenti anche nei non umani». Il senso della giustizia avrebbe origini antiche perché la capacità degli individui di rispettare ruoli e regole sarebbe alla base della convivenza. «Se per senso della moralità e di ciò che è giusto e sbagliato, s’intende un insieme esplicitamente articolato di princìpi, non è possibile attribuire un qualcosa di simile agli animali» sostiene Marc Hauser, psicologo all’Università di Harvard. «Se invece s’intende un insieme di regole implicite che sono supportate da certi meccanismi e che quando vengono violate determinano un comportamento aggressivo, la situazione è diversa: basta pensare al fatto che quando i confini del territorio vengono invasi o non vengono rispettati i ruoli gerarchici gli animali rispondono in modo aggressivo» continua Hauser. Rispettare le regole permette di mantenere gli equilibri all’interno della comunità: «In molti gruppi sociali gli individui stabiliscono delle gerarchie e sviluppano relazioni che contribuiscono a regolare il comportamento sociale» afferma Marc Bekoff, biologo all’Università del Colorado. «Rispettando i ruoli ciascuno contribuisce a raggiungere e mantenere la stabilità sociale. Alcuni si riproducono, altri cacciano, altri fanno la guardia alle risorse: ognuno sa qual è il suo posto, sa che cosa è giusto e cosa è sbagliato, che cosa gli altri accettano oppure no». Secondo il biologo americano queste regole vengono apprese attraverso il gioco, una pratica che segue rituali ben precisi e che abitua gli animali a regolare la propria forza fisica. Il rispetto delle regole non serve soltanto a mantenere l’ordine, ma anche ad assicurare il benessere del gruppo: lo si osserva negli animali che vivono in branco. I lupi, per esempio, riescono a catturare prede molto voluminose grazie all’unione delle forze: se cacciassero un alce da soli, oltre a esporsi a un inutile pericolo probabilmente non riuscirebbero mai nell’impresa. Darsi sostegno reciproco può comportare vantaggi per tutta la comunità: «L’altruismo può evolvere tramite selezione di parentela, tra i consanguinei, oppure tra individui non imparentati come altruismo reciproco: io faccio una cosa per te, domani tu la fai per me» spiega Giorgio Vallortigara. L’altruismo, però, non è sempre vantaggioso: qualcuno può approfittarne. L’antropologo Robert Trivers, dell’Università Rutgers del New Jersey, sostiene che il sostegno ai compagni viene dato solo se tutti i membri del gruppo sono disposti a comportarsi allo stesso modo. Se qualcuno decide di avvantaggiarsi della situazione senza fornire il proprio aiuto agli altri e mette in atto una truffa, i compagni tendono a isolarlo. «L’altruismo reciproco è esposto al rischio dell’imbroglio e per questa ragione gli animali delle specie con socialità più evoluta possono avere sviluppato sofisticati meccanismi per la valutazione di ciò che è giusto o ingiusto» spiega Vallortigara. Trivers parla di indignazione per definire l’insieme di reazioni che si scatenano di fronte a chi cerca di fare il furbo, proprio come faremmo noi con un collega che abbiamo aiutato e che al momento del bisogno ci rifiuta un favore. Frans de Waal, nel libro ”Naturalmente buoni”, racconta un episodio osservato all’interno di un gruppo di scimpanzè. Una femmina di nome Gwinnie aveva l’abitudine di appropriarsi di grandi fasci di rami senza spartire il bottino con gli altri compagni. Un’altra femmina, Mai, divideva invece il proprio cibo con altre scimmie, tanto che spesso intorno a lei si formavano piccoli gruppetti. Quando le due scimmie restavano a corto di cibo le compagne erano pronte a spartire la propria razione con lei, mentre allontanavano in malo modo Gwinnie. Sembrava che volessero dimostrare a quest’ultima che, dal momento che non si era mai mostrata disponibile a dividere il cibo con le compagne, avrebbe dovuto aspettarsi di essere ripagata con la stessa moneta: una sorta di punizione per aver violato le regole di convivenza. Questi codici di comportamento potrebbero essere correlati alla capacità di certe specie di provare emozioni complesse, come rabbia o vergogna, che giocano un ruolo chiave nell’elaborazione di giudizi morali. Il fatto che il cervello di molti mammiferi possiede strutture e sostanze chimiche simili a quelle che regolano l’affettività nell’uomo ha spinto alcuni a sostenere che molti animali possono provare le nostre stesse emozioni. Ma c’è chi dubita che sia giusto attribuire processi mentali di questo tipo agli animali. « difficile applicare concetti complessi come quelli di moralità e giustizia agli animali» dice Roberto Marchesini, etologo e zooantropologo alle università di Milano e Bologna. «Prima di tutto perché ogni specie si comporta in base a regole che valgono solo all’interno del proprio gruppo, poi perché non è corretto affermare che esiste una morale assoluta e valida per uomini e animali». «Ogni specie ha sviluppato caratteristiche diverse e forme di intelligenza particolari, destinate a svolgere funzioni distinte: se vogliamo capirle dobbiamo smetterla di trattare gli animali come se fossero persone». Anche perché così si perderebbero di vista le differenze esistenti tra una specie e l’altra. «Una visione onesta delle menti animali dovrebbe portarci a un più profondo rispetto per gli animali come esseri unici in natura» afferma Stephen Budiansky nel libro ”Se un leone potesse parlare”. «Noi cerchiamo con tanta difficoltà di mostrare che gli scimpanzè, le scimmie, i cani, i gatti, i ratti, le galline, i pesci o le rane sono come noi nei pensieri o nei sentimenti; così facendo, non facciamo che svilire quello che sono realmente». Cinzia Gatti