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 2004  febbraio 09 Lunedì calendario

La Sicilia orientale e la Calabria. Sono le zone d’Italia a maggior rischio tsunami secondo lo studio del professor Stefano Tinti, docente di Geofisica al Dipartimento di Fisica, settore di Geofisica dell’Università di Bologna, nonché membro dell’International Tsunami Commission

La Sicilia orientale e la Calabria. Sono le zone d’Italia a maggior rischio tsunami secondo lo studio del professor Stefano Tinti, docente di Geofisica al Dipartimento di Fisica, settore di Geofisica dell’Università di Bologna, nonché membro dell’International Tsunami Commission. Tinti, con l’Istituto di geodinamica del National observatory di Atene (Grecia), l’Università tecnica del Medio Oriente di Ankara (Turchia) e l’Università Tohoku di Sendai (Giappone) ha studiato gli tsunami del passato in Europa e sviluppato modelli teorici sul loro sviluppo: lo studio è stato selezionato tra i finalisti del premio Descartes 2003, istituito dall’Unione Europea. «In Europa», dice Tinti, «le coste a rischio sono in Turchia, Grecia, Italia, Spagna e Portogallo in quanto zone sismiche: sia per la presenza di vulcani, sia perché a cavallo dello scontro fra le placche dell’Africa e dell’Eurasia. Il 1° novembre 1755 un terremoto distrusse Lisbona: ancora non si sa quale faglia sottomarina abbia causato quel violento terremoto e maremoto che attraversò l’Atlantico e arrivò fino ai Caraibi e in Inghilterra. Ma abbiamo un esempio ancora più recente e vicino: il 30 dicembre 2002 vi sono stati due maremoti a distanza di 7 minuti a Stromboli, causati dal franamento di circa 20 milioni di metri cubi di materiale sott’acqua». Sono proprio le frane sottomarine, a detta dei ricercatori, un elemento chiave per comprendere molti tsunami. «Finora», continua Tinti, «si era sottovalutato il loro ruolo perché gli studi sugli tsunami sono nati nel Pacifico, dove le coste sono in genere lontane dalle sorgenti sottomarine dei maremoti, che possono impiegare anche ore per arrivare fino alla terraferma. I maremoti costieri, invece, sono più difficili da capire perché possono essere generati da più cause (terremoti, eruzioni vulcaniche, frane). Ecco perché abbiamo elaborato una serie di modelli teorici per studiare lo sviluppo degli tsunami tenendo conto del complesso gioco di tutti questi fattori». Un esempio? Più di 8mila anni fa, una frana sottomarina di centinaia di km spostò 3mila km3 di materiale nel mare di Norvegia causando un maremoto che arrivò fino alle isole Shetland in Inghilterra, con onde superiori a 20 metri: un’apocalisse troppo remota per essere documentata dalla storia, ma oggi nota ai geologi. Vito Tartamella