Mario Torre,Macchina del Tempo, dicembre 2003 (n.12), 9 febbraio 2004
L’ultimo allarme di un’onda anomala pericolosa si è registrato lo scorso 26 settembre, quando un violento terremoto ha scosso il Giappone nella regione di Hokkaido
L’ultimo allarme di un’onda anomala pericolosa si è registrato lo scorso 26 settembre, quando un violento terremoto ha scosso il Giappone nella regione di Hokkaido. In mare aperto il sisma generò lunghe onde che, una volta giunte vicino alla terraferma, avrebbero potuto trasformarsi in muri d’acqua alti diversi metri. Per fortuna si è trattato di un allarme infondato: la morfologia del fondale oceanico ha deviato dalle coste queste temibili ondate. Poche settimane prima, invece, un’onda anomala larga 30 m e lunga 50 aveva interessato un edificio della Oregon State University (Usa). Ma non ha prodotto danni: anzi, ha strappato un lungo applauso dagli oltre 400 tra ingegneri, scienziati e politici che la stavano osservando. L’onda, infatti, era stata prodotta artificialmente nel nuovo centro di ricerca per lo studio degli tsunami creato nell’Università, che si propone di capire come viene rilasciata l’energia di tali onde anomale. Tsunami è una delle poche parole giapponesi universalmente utilizzata e significa «onda del porto»: ma cos’è, e come si forma? Quando una faglia sotto il fondo dell’Oceano si muove, soprattutto se in senso verticale, agita l’acqua sovrastante come se fosse spinta da una gigantesca pala e questo genera lunghe onde sulla superficie del mare. Le onde si propagano in ogni direzione e, data l’energia che è contenuta in esse, possono muoversi anche per migliaia di chilometri (alla velocità di oltre 1000 km/ora) prima di abbattersi sulle coste, dove si manifesta tutta la loro violenza. In mare aperto la distanza tra le creste di un’onda può essere anche superiore ai 100 km mentre l’ampiezza raramente supera i 2 m. Quindi è difficile identificarle, anche se passano sotto una nave. Ma quando si avvicinano alla terraferma, le onde tendono a rallentare perché, diminuendo la profondità dell’acqua, s’innesca un forte attrito con il fondale. Come macchine che si muovono in colonna ad alta velocità e per una frenata improvvisa si tamponano accavallandosi una sull’altra, anche le onde finiscono per sovrapporsi. Questo porta alla formazione di muri d’acqua alti decine di metri che concentrano l’energia di più onde e nel momento in cui cadono sulla terraferma hanno un effetto devastante. Sotto la loro forza i manufatti possono sbriciolarsi e le persone vengono spazzate via come formiche. I luoghi della Terra dove gli tsunami potrebbero abbattersi da un giorno all’altro sono numerosi, ma in alcune aree il fenomeno può essere più catastrofico che in altre. Là dove vi sono vulcani vicino alle coste, ad esempio, il pericolo è molto elevato. All’University College di Londra un gruppo di geologi ha identificato alcune aree dove in futuro potrebbe abbattersi uno dei più violenti tsunami mai verificatosi in tempi storici. Queste aree si trovano lungo le coste dell’Africa, dell’America settentrionale e meridionale e in seconda battuta lungo le coste atlantiche dell’Europa. La sorgente del ”Big One” degli tsunami si troverebbe sulle pendici del vulcano Cumbre Vieja, alle Canarie. Una ricerca di alcuni anni fa, infatti, mise in luce che se il vulcano dovesse risvegliarsi, su un suo versante potrebbe scatenarsi una gigantesca frana. I geofisici dell’University College hanno voluto capire quali potrebbero essere le conseguenze. Secondo il loro modello, la frana creerà una cupola d’acqua alta alcune centinaia di metri e larga decine di chilometri, che collassando immediatamente sotto il proprio peso darebbe origine alla prima onda dello tsunami che viaggerebbe a 800 km all’ora. La frana, poi, produrrebbe altre onde del genere, creando un vero e proprio treno di tsunami. Gli effetti più devastanti si sentirebbero sulle isole Canarie stesse, ma il modello prevede che la costa nordoccidentale dell’Africa potrebbe essere spazzata da onde alte fino a 100 metri. In Brasile e negli Usa le onde sarebbero più modeste, con un’altezza massima di 50 metri, ma in grado di devastare completamente le coste. L’Europa verrebbe colpita da onde più basse ancora, ma sempre abbastanza grandi da causare notevoli danni in Spagna, Portogallo, Francia e Inghilterra. Le coste atlantiche degli Usa potrebbero essere interessate anche da tsunami di altra origine. Spiega Neal Driscoll del Woods Hole Oceanographic Institute: «Negli ultimi anni sono state scoperte alcune fratture lunghe circa 40 chilometri sui fondali dell’Oceano, proprio in prossimità degli Stati Uniti. Queste strutture potrebbero generare frane che scatenerebbero una serie di tsunami con onde alte anche 15 m. Le coste della Virginia e della Carolina del Nord sono le zone maggiormente a rischio». Se queste potrebbero essere le future aree soggette a drammatiche catastrofi, sono le coste del Giappone ad aver subìto le peggiori conseguenze legate a tsunami della storia passata. La costa orientale (Sanriku) di Honshu, in particolare, ne fu colpita drammaticamente in seguito al grande terremoto del 15 giugno 1896. Spiega Bruce Bolt, sismologo alla University of California, Berkeley: «L’epicentro fu in mare e il terremoto fu generato dalla spinta compressiva verso l’alto di una vasta porzione di fondo oceanico lungo una faglia sottomarina della fossa del Giappone. Le onde che si generarono spazzarono la vicina terraferma. Interi villaggi vennero sommersi, le case spazzate via dalle onde furono più di 10.000 e i morti oltre 26.000». Lo tsunami poi, si propagò verso est, attraverso l’Oceano Pacifico e a Hilo, sulle Isole Hawaii, vennero registrate onde alte 3 m. Queste continuarono verso la costa americana dove furono riflesse indietro verso la Nuova Zelanda e l’Australia. Ma non sono solo i terremoti, le eruzioni vulcaniche e le frane sottomarine a generare tsunami. Il pericolo può arrivare anche dal cielo. Se un asteroide dovesse schiantarsi contro la Terra infatti, le probabilità che vada a centrare un oceano sono molto superiori a quelle di un impatto con la terraferma visto che i mari ricoprono il 70% della superficie del pianeta. Ciò che potrebbe accadere è stato simulato prendendo a modello un vero asteroide di un chilometro di diametro che, quando venne scoperto la scorsa estate, si ipotizzò che sarebbe potuto entrare in rotta di collisione con la Terra fra 800 anni (l’ipotesi venne poi smentita). Steven Ward della University of California, di Santa Cruz (Usa) ha voluto capire cosa sarebbe potuto accadere se fosse precipitato in Oceano Atlantico. Conoscendo la sua velocità, nell’ordine dei 60.000 km all’ora, l’impatto con l’acqua avrebbe innalzato onde che si sarebbero presentate sulle coste degli Usa e dell’Europa con muri d’acqua alti 120 m. Ma il Mar Mediterraneo è esente da fenomeni simili? No. Fu probabilmente proprio uno tsunami, con onde alte 90 m a travolgere l’esercito egiziano nel Mar Rosso consentendo a Mosè di portare in salvo gli ebrei in fuga. è quanto suggerisce Boris Levin, capo del laboratorio tsunami all’Istituto oceanografico di Mosca, secondo il quale la mega-onda fu provocata da un’esplosione vulcanica dell’isola di Santorini (circa 1380 a.C). Un’ipotesi da prendere con le pinze, perché non si sa neppure quando avvenne realmente la fuga dall’Egitto. La ricerca comunque, sottolinea che nel Mediterraneo gli tsunami possono avvenire. In realtà sono le coste del Tirreno meridionale a maggior rischio maremoto. Un violento tsunami, che si abbatte su una fascia di costa popolata, ha effetti ben più catastrofici delle scosse di un qualsiasi terremoto, a meno che questi non sia di una violenza straordinaria. è per questo che lo studio di tali onde anomale sta diventando sempre più importante, visto anche l’aumento delle popolazioni che vivono sulle coste. Ecco perché laboratori come quello della Oregon State University assumono un valore fondamentale per questo tipo di ricerche. Chiamato ”Tsunami Wave Basin”, il laboratorio crea onde artificiali simili a quelle degli tsunami e si propone di capire cosa succede quando tali onde si abbattono sulle linee di costa e qual è il loro impatto sulle costruzioni, sui ponti, sulle barche ormeggiate, sugli edifici e non ultimi sulle piattaforme di perforazione. Spiega Dan Cox, direttore del centro di ricerca: «Nel nostro laboratorio è possibile simulare differenti fondali oceanici, con diverse profondità e tipi di rocce. Il bacino artificiale è profondo poco più di 2 m e si possono creare onde alte 1 m che si muovono a oltre 7 km all’ora, consentendo di simulare tsunami di intensità diversa». Queste ricerche sono molto preziose: potranno fornire indicazioni concrete agli ingegneri edili, perché possano costruire edifici in grado di resistere alla violenza dei grandi muri d’acqua. Nel frattempo, si mettono a punto tecnologie sempre più raffinate per prevedere con il maggior anticipo possibile l’arrivo di uno tsunami, così da permettere l’evacuazione delle popolazioni a rischio. Negli Stati Uniti e in Giappone si lavora per raffinare la sensibilità dei sensori di pressione posti sui fondali marini, capaci di misurare le variazioni di pressione dello strato d’acqua sovrastante nel momento in cui dovesse transitare uno tsunami. Tra quesi ricercatori vi è Hugh Milburn del Pacific Marine Environmental Laboratory degli Usa. Questi ha messo a punto uno strumento in grado di rilevare la nascita di tsunami anche a 6.000 metri di profondità e che si possono manifestare in superficie con onde alte 1 centimetro. Spiega Milburn: «I rilevatori di pressione trasmettono i dati sotto forma di impulsi acustici a una boa di superficie, la quale, a sua volta, li invia via satellite alle stazioni di osservazione, da cui è possibile irradiare l’allarme in tempo reale». Il sistema ha già permesso di salvare migliaia di vite umane. Mario Torre