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 2004  febbraio 08 Domenica calendario

Libeskind Daniel

• Lodz (Polonia) 12 maggio 1946. Architetto. «L’architetto che ha disegnato il Museo Ebraico di Berlino, è nato in Polonia, ha studiato in Israele e poi è andato a New York a studiare architettura. Nella Grande Mela ha vinto il concorso per il monumento da erigere a Ground Zero, in memoria dell’11 settembre. [...] ”Non sono un uomo interessato alla moda. La mia è una dimensione architettonica di tipo culturale: umanistica, non soltanto tecnica. L’architettura non è un prodotto del consumismo”. [...] Suo primo progetto importante? ”Il Museo Ebraico a Berlino. Sono molto affezionato anche al ”Feux Nusbaum Museum’ di Osnabrück, dedicato a un grande pittore ebreo morto in deportazione a Auschwitz. L’edificio è molto piccolo, la città ha solo 120 mila abitanti ed è vicino alla frontiera olandese. Oggi in quella cittadina vi sono più di 300 mila visitatori all’anno per il museo [...]”» (Alain Elkann, ”La Stampa” 8/2/2004). «Concepisce l’architettura come una sinfonia di luce, ed il suo studio, che occupa un intero piano di un grattacielo sulla punta dell’isola di Manhattan, sembra volerlo dimostrare in ogni dettaglio. Le finestre sul versante sud sono affacciate sull’oceano che penetra nella baia di New York, e i palazzi che circondano l’isolato rifrangono da ogni lato la luce del tramonto. Negli ampi locali dello studio, che l’architetto ha trasferito in questa zona dopo aver vinto la gara per la ricostruzione di Ground Zero, sono disseminati ovunque progetti e bozzetti, circondati da fotografie dei lavori più importanti del passato, e da alcuni poster con scritte in ebraico. Libeskind celebra con orgoglio il proprio senso di appartenenza, e nella sua storia personale di figlio di sopravvissuti all’Olocausto enfatizza ogni momento della conquista del concetto di speranza e memoria. un uomo dalla statura piccola ed il sorriso energico e contagioso, dialoga senza tenere a freno il proprio entusiasmo, ama trovare convergenze inaspettate tra argomenti diversissimi. [...] ”[...] sono innanzitutto un ebreo che ha vissuto tre anni e mezzo in un kibbutz in Israele. Per chiunque si occupi di arte, l’Italia rappresenta una memoria universale, e per quanto mi riguarda personalmente rappresenta un momento fondamentale della mia esistenza, a cui lego anche i ricordi più insignificanti, come il nome della scuola Armando Diaz, nella quale avevo mandato i miei figli su consiglio di Aldo Rossi. [...] Credo che l’architettura non possa prescindere dalla luce e dai simboli, e questa è una verità valida per tutta la sua storia, sin dall’antichità. Il mio progetto esprimerà architettonicamente i concetti di libertà, indipendenza, uguaglianza che sono centrali nella vita di New York [...] Ogni undici settembre la luce colpirà la Freedom Tower esattamente alle 8.45, l’ora in cui il primo aereo si è abbattuto sulla torre nord, e quindi scenderà sulla stazione sottostante alle 10.27, il momento in cui la torre crollò [...] ho conosciuto il male della dittatura comunista, e so cosa possono fare i totalitarismi allo spirito umano. Credo quindi che i simboli abbiano una funzione determinante per ogni essere vivente, e ritengo che la grandezza dell’America sia proprio nella loro interpretazione concreta e quotidiana. Da emigrante credo che la torcia della Statua della Libertà non sia un pezzo scultoreo in bronzo, ma qualcosa che arde per tutti coloro che la considerano un valore fondamentale. Ma nel mio passato c’è anche il fatto di aver vissuto in un kibbutz in Israele e che metà della mia famiglia è ultraortodossa. Credo che la mia esperienza in Medio Oriente sia evidente nell’importanza che attribuisco alla luce [...] Credo che tra l’architettura e la musica ci siano molte più affinità di quante possa apparire in superficie, così come con la matematica, mia altra grande passione. Amavo il pianoforte, ma l’essere apolide mi ha costretto a scegliere uno strumento che poteva essere trasportato senza problemi: a quattordici anni ho cominciato a fare delle tournée con l’armonica e a vincere premi in tutto il mondo. Se avessi continuato su quella strada sarei diventato molto più ricco, ma in realtà credo di non avere mai abbandonato la musica, e sorrido quando ricordo Isaac Stern che mi disse di non aver mai conosciuto una persona che prendesse così sul serio l’armonica”» (Antonio Monda, ”la Repubblica” 29/1/2005).