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 2004  febbraio 08 Domenica calendario

BORZACCHELLI

BORZACCHELLI Antonio Giugliano (Napoli) 10 novembre 1961. Maresciallo • «Per anni ha investigato gli affari della pubblica amministrazione palermitana, raccogliendo dati, fissando appunti. Il tutto per ricattare o minacciare imprenditori e potenti vari. Per questo Antonio Borzacchelli, ex maresciallo dei carabinieri ed ex deputato regionale dell’Udc [...] stato condannato a 10 anni di carcere nell’ambito del processo per le Talpe alla dda di Palermo. Pesanti le accuse: concussione, rivelazione del segreto delle indagini e favoreggiamento aggravato. Tra le sue vittime anche l’imprenditore Michele Aiello, manager della sanità siciliana e titolare della casa di cura Villa Santa Teresa. Aiello, già condannato per mafia a 14 anni, sarebbe stato costretto a prestare denaro all’ex militare in cambio del silenzio sulle indagini sui suoi rapporti con la mafia di Bagheria. ”Il metodo Borzacchelli” ha poi fruttato all’ex carabiniere l’elezione nel 2001 tra le file dell’Udc dell’allora candidato governatore Salvatore Cuffaro. Una nomina, sostengono i pm, nata ”sulla volontà di realizzare un ombrello protettivo per Cuffaro dalle indagini”. [...]» (’Corriere della Sera” 29/3/2008) • «Da sbirro è diventato onorevole e da onorevole sbirro è diventato ricco. Faceva soldi con le informazioni riservate: le vendeva e ricattava. Rovistava negli archivi, spargeva paure, i suoi complici tremavano. E pagavano. Poi lo maledivano: ” un bastardo, un terrorista bastardo”. Sparlavano di lui: ” uno scarafaggio”. Lo insultavano sempre: ” un vero cornuto”. Voleva soldi, tanti soldi. E case. E favori. E quote societarie. E ancora soldi. Insaziabile, incontentabile, l’onorevole sbirro aveva in pugno perfino amici e prestanome del boss dei boss Bernardo Provenzano. Spericolato. Ingordo. Protetto da una ciurma di spioni che gli passavano notizie top secret su indagini antimafia e pentiti. Onorevole sbirro in una Palermo impasto di politica e malaffare. Da una caserma alle spalle del teatro Massimo agli stucchi di Palazzo dei Normanni, dal reparto operativo dei carabinieri all’Assemblea regionale, 4852 voti alle elezioni del 2001, lista del Biancofiore, padrino politico il governatore della Sicilia Totò Cuffaro. Eccola la storia del maresciallo Antonio Borzacchelli, un passato di indagini al di sotto di ogni sospetto negli antri più oscuri della pubblica amministrazione, e poi un doppio salto mortale verso il parlamento siciliano e ambienti al confine tra ”servizi” e Cosa nostra. [...] In anni assai tormentati, lo conoscevano come un pittoresco investigatore quel carabiniere che si aggirava ogni mattina tra le aule di giustizia a parlar sempre male del sindaco Orlando, degli affari loschi del teatro Massimo, del marcio che stava ovunque in quella città che dopo le stragi aveva avuto il coraggio di ribellarsi ai suoi vecchi padroni. E lui, ”Anto’ il napoletano”, indagava su ogni piccolo e grande appalto della pubblica amministrazione. Su quelli della Sanità soprattutto. E sulla Sanità ha puntato anche da onorevole. Ha praticamente trovato tutti i contatti giusti al boss delle cliniche Michele Aiello, l’uomo che stando alle prime scoperte del pool antimafia avrebbe investito nella Sanità i soldi di Bernardo Provenzano. Ha dichiarato lo stesso Aiello ai magistrati: ”Il Borzacchelli ha seguito tutta la mia vicenda del mio ingresso nel mondo della Sanità...mi presentò molti politici...Cuffaro lo conoscevo in maniera superficiale ma lui creò un rapporto molto più stretto”. Ancora Aiello: ”Cinque anni fa Borzacchelli mi informò che il pentito Barbagallo aveva reso dichiarazioni nei miei confronti...nel dicembre 2002 mi disse del pentito Giuffrè”. Sempre Aiello: ”Borzacchelli mi garantì che teneva in pugno Giancarlo Manenti (il più grande manager della Sanità pubblica in Sicilia, ndr) poiché si era occupato di indagini che lo riguardavano, mi disse che l’aveva assistito per evitare che subisse guai seri e un giorno mi disse anche che Manenti aveva bisogno di un prestito”. Il boss delle cliniche ricorda di avere incontrato per tre volte - presente sempre l’onorevole sbirro - il manager che un anno fa era il direttore generale dell’Ausl n.6. E di avergli consegnato 50 milioni di vecchie lire ”a titolo di prestito anche se non me l’ha mai restituito”. Scrivono i magistrati nella richiesta di custodia cautelare contro Antonio Borzacchelli: ”Non si può non rivelare la straordinaria velocizzazione della procedura per l’adozione dei tariffari in favore delle cliniche di Aiello da parte dell’Ausl n.6”. Ma tanti altri soldi ha sborsato il boss delle cliniche per avere da una parte le informazioni riservate sulle inchieste e dall’altra ”per non essere rovinato”, come lo minacciava spesso l’onorevole sbirro. Ammette Aiello: ”Complessivamente gli ho dato un miliardo e trecento milioni di vecchie lire e in più gli ho venduto una villa che già occupava ma non pagava la pigione. La villa fu pagata il 50 per cento del suo valore, ma poi Borzacchelli pretese la restituzione del denaro”. Ultima richiesta avanzata dall’onorevole sbirro al prestanome di Bernardo Provenzano: il 5 per cento delle sue società o la somma di 4 o 5 miliardi ”per chiudere la situazione”. Racconta incredulo lo stesso Aiello: ”Mi disse che si sarebbe accontentato di quella cifra. Se non avessi accettato Borzacchelli mi assicurò che sarebbero stati guai”» (Attilio Bolzoni, ”la Repubblica” 8/2/2004) • «A metà degli anni Novanta era il terrore di tanti politici perché considerato il segugio dell’antimafia nella pubblica amministrazione. Ma anche allora il maresciallo Antonio Borzacchelli, con quel suo fare un po’ gigionesco, sempre spavaldo e amicone, otteneva qualche favore personale perfino dai superinquisiti. Magari senza chiederlo. Come era accaduto con l’assunzione della moglie al gruppo parlamentare della vecchia Dc, proprio all’Assemblea siciliana dove si ritrovava spesso in divisa da carabiniere, inseguendo tangenti e malaffari. Pioniere di un veniale conflitto di interessi, tra i soffici saloni di Palazzo dei Normanni ha cristallizzato col tempo le sue amicizie eccellenti. Soprattutto con la svolta del 2001. Con l’elezione a deputato, sponsorizzata dal líder máximo dell’Udc sicula, Totò Cuffaro, il presidente della Regione adesso preoccupato perché sa quanto si incrocino le due inchieste in corso su mafia, politica e talpe. Un magma giudiziario sfociato in arresti e incriminazioni che fanno traballare il governo, rendono incerto il quadro politico e forse portano a una sua candidatura alle Europee, passaggio obbligato per una immunità non prevista all’interno del più antico parlamento del mondo, appunto quello siciliano. Antico, ma più d’altri soggetto alle insidie di una questione morale che il maresciallo-onorevole Borzacchelli ha potuto misurare da inquisitore e da inquisito. Per mettere a fuoco il personaggio bisogna risalire ai tempi di Salvatore Sciangula, potente assessore andreottiano morto d’infarto nel ”95, gran collettore delle tangenti pilotate soprattutto all’ombra dei costruttori agrigentini e del loro capofila, Filippo Salamone. Fu soprattutto il contatto con Sciangula a far scoprire al maresciallo le perversioni e le tentazioni della politica. Pronto a combatterle e lasciarsene ammaliare. Lottando per il Bene e assaporando le spezie del Male. A faccia a faccia con uomini politici prima disprezzati, poi risultati mediocri, infine quasi invidiati, come gli accadde lavorando a fianco del giudice Giorgianni a Messina. Impegnato notte e giorno in inchieste afflosciatesi via via, con l’Antimafia ufficiale poi scagliatasi contro il magistrato frattanto volato in Parlamento. Altre delusioni a Palermo, operando accanto a un pm come Lorenzo Matassa, inflessibile, pronto nell’era Caselli a scavare sull’amministrazione di Leoluca Orlando e sulle cooperative rosse. Tutto arenatosi via via. Con Matassa dubbioso, insoddisfatto, ma capace di sublimare difficoltà e delusioni nella letteratura, scrivendo romanzi che non ruotano sul cliché del commissario Montalbano, ma su investigatori disincantati, sconfitti, convinti infine che la giustizia sia solo uno scontro fra poteri. Ecco, forse, il vero identikit di Borzacchelli che da carabiniere, appena morto Sciangula, si presenta al figlio Alfonso, allora ventenne, deciso a puntare il dito contro tanti amici del padre perché convinto dell’esistenza in Sicilia di un ”tesoro” della Democrazia cristiana sottratto e occultato dopo l’infarto. [...] Ombroso e spaventato, cosciente d’essersi immerso nelle sabbie mobili, stando allo sfogo di novembre 2003: ”La verità è che uno i nemici deve cercarseli a casa propria”. Un modo per aprire squarci illuminanti su una ”guerra” fra Udc e Forza Italia per i finanziamenti ai centri (privati) anticancro. E lui se ne intende perché la sua fortuna la radica attorno a Michele Aiello, il potente con radici a Bagheria, il paese famoso per i quadri di Guttuso, le poesie di Buttitta, i film di Tornatore, i libri della Maraini. Ma i tempi cambiano e sulle ville del ”700 campeggia l’ombra obliqua del Centro diagnostico di questo costruttore in rapporti con qualche boss mafioso, forse pure Provenzano, amico di altri potenti, a cominciare da Cuffaro. Tutte frequentazioni che lo portano a cancellare il disprezzo per il malaffare con una sorta di mutazione genetica sfociata infine nel ruolo di grande talpa» (Felice Cavallaro, ”Corriere della Sera” 8/2/2004).