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 2004  febbraio 07 Sabato calendario

Viaggiare nello spazio, qualsiasi sistema si voglia usare (a parte i buchi nello spazio-tempo, di cui parliamo a parte), significa sempre affidarsi al terzo principio di Newton: espellere materia da una parte per essere spinti nella direzione opposta

Viaggiare nello spazio, qualsiasi sistema si voglia usare (a parte i buchi nello spazio-tempo, di cui parliamo a parte), significa sempre affidarsi al terzo principio di Newton: espellere materia da una parte per essere spinti nella direzione opposta. Ma ci vuole energia per questa spinta, e per raggiungere le lontanissime stelle c’è bisogno di qualcosa di fantastico, magari a cominciare dall’antimateria. Questo ”alter ego” della nostra materia (con le particelle atomiche che hanno stessa massa, ma carica elettrica opposta) ha una caratteristica ben nota: quando materia e antimateria si incontrano, tutta la loro massa viene istantaneamente convertita in energia secondo la celebre formula di Einstein E=mc2. In termini concreti: se avessimo una ”pillola” di antimateria non più grande di una caramella, e la facessimo incontrare con altrettanta materia ordinaria, si sprigionerebbe abbastanza energia da spingere un’astronave su Marte in due o tre giorni contro i 6 mesi necessari oggi. Solo che di antimateria se ne riesce a produrre pochissima. In un anno tutti i laboratori del mondo ne creano pochi miliardesimi di grammo. E poi non la si può mettere in un serbatoio: esploderebbe subito a contatto con la materia ordinaria. Più in là, e lavorando di fantasia sul serio, esiste la cosiddetta ”Energia del punto zero”. Secondo la fisica quantistica, anche nel vuoto più assoluto c’è un ribollire di particelle atomiche, chiamate virtuali perché appaiono e scompaiono continuamente. Alla fine il bilancio è sempre zero. Hanno semplicemente contratto un prestito con l’Universo: energia ”rubata” per tempi brevissimi. Eppure qualcuno pensa che si possa sfruttarle prima che svaniscano. Per ora c’è solo un trucchetto chiamato ”effetto Casimir”: due piastre di metallo, nel vuoto più assoluto, tenderanno ad avvicinarsi anche se nessuna forza le spinge. La spiegazione è che nello spazio tra le due superfici alcune radiazioni prodotte dal vuoto (quelle di lunghezza d’onda superiore alla distanza tra le piastre) vengono gradualmente eliminate. All’esterno questo non avviene, e così ci sono più radiazioni. L’energia fuori risulta quindi maggiore di quella dentro, e finisce per spingere le piastre l’una contro l’altra. Il fisico Richard Feynman ha calcolato che in una tazzina di caffè potrebbe esserci abbastanza energia di questo tipo da far bollire tutti gli Oceani della Terra. Ma saperla ricavare è un altro discorso. «La mia opinione» commenta scettico Andrés Galvez, coordinatore dell’Advanced concept team dell’ESA, «è che l’energia dal punto zero difficilmente potrà essere usata per la propulsione spaziale. Forse potremmo impiegarla, in altri settori, per far funzionare dei nanomeccanismi, macchine così piccole da avvertire, e sfruttare, l’effetto Casimir».