Macchina del Tempo, novembre 2003 (n.11), 7 febbraio 2004
Non è un progetto futuribile. Anzi, la propulsione a ioni è già usata dal 1972. Il suo principio è semplice: dagli atomi di una sostanza (spesso lo Xenon) viene strappato un elettrone, così essi si caricano elettricamente
Non è un progetto futuribile. Anzi, la propulsione a ioni è già usata dal 1972. Il suo principio è semplice: dagli atomi di una sostanza (spesso lo Xenon) viene strappato un elettrone, così essi si caricano elettricamente. A quel punto un forte campo elettrostatico li accelera, sparandoli fuori a velocità altissime dalla camera di scarico del motore. La navicella è quindi spinta nella direzione opposta. Per arrivare a questo risultato è necessaria molta energia elettrica, ricavata da pannelli solari, ma in futuro si potrebbero usare piccoli reattori nucleari (da non confondere coi motori nucleari termici, vedi pag. 132). Usato da tempo per piccole variazioni di orbita sui satelliti per telecomunicazioni, il primo vero successo del motore a ioni è rappresentato dalla sonda Nasa Deep Space 1, che ha raggiunto la cometa Borrelly nel 2001. Ma anche l’Europa ha iniziato a usarlo con la sonda Smart-1 (foto), che in questo momento è in viaggio verso la Luna. La spinta fornita da un motore elettrico è paragonabile a quella che esercitiamo tenendo un foglio di carta in mano. «Sembra un motore lento» dice Giorgio Saccoccia, capo della Divisione di Propulsione spaziale dell’ESA «ma funziona ininterrottamente per mesi, e alla lunga permette di far arrivare prima un veicolo spaziale a destinazione». Ovviamente questa propulsione può essere usata solo nello spazio, dopo che un razzo convenzionale ha portato il veicolo in orbita. I motori elettrici possono essere anche magnetoplasma- dinamici (un campo elettrico e uno magnetico lavorano assieme) ed elettrotermici (riscaldamento elettrico di un gas, tramite un arco elettrico o una resistenza, come un fornetto).