Nicola Nosegno, Macchina del Tempo, novembre 2003 (n.11), 7 febbraio 2004
Cosa rappresenta la SARS nella storia delle epidemie? Lo abbiamo chiesto a Giorgio Cosmacini (foto), docente di storia della medicina all’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano e autore di diversi libri, tra cui il recente ”Lettera a un medico sulla cura degli uomini”, scritto con Roberto Satolli e pubblicato da Laterza
Cosa rappresenta la SARS nella storia delle epidemie? Lo abbiamo chiesto a Giorgio Cosmacini (foto), docente di storia della medicina all’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano e autore di diversi libri, tra cui il recente ”Lettera a un medico sulla cura degli uomini”, scritto con Roberto Satolli e pubblicato da Laterza. A conti fatti la Sars ha provocato pochi casi, ma ha avuto un grande impatto sull’opinione pubblica. Perchè alcune malattie fanno più paura di altre, a dispetto delle statistiche? «La percezione di una malattia dipende da molti fattori. Per alcune, come la peste medievale, il panico è comprensibile: il contagio portava a morte quasi certa. Altre malattie, come la lebbra, spaventavano soprattutto perchè portavano la morte civile, l’interruzione dei rapporti sociali. La Sars fa paura perché, a differenza dell’Aids, non è percepita come la malattia del diverso, ma del simile: colpisce il turista, e tutti siamo turisti, l’uomini d’affari in viaggio, e molti di noi viaggiano per lavoro». Le grandi epidemie del passato ci hanno insegnato qualcosa? Siamo preparati a eventi del genere? «Sì e no. I mezzi di cui dispone la medicina sono ovviamente molto maggiori che in passato, ma la facilità degli spostamenti fa sì che oggi un’epidemia si diffonda più rapidamente. In più, la Sars ha evidenziato come economia e sanità oggi siano spesso in contrasto. L’Italia si è comportata bene, ma altri Paesi europei hanno rifiutato in nome di interessi commerciali di applicare controlli severi sugli spostamenti, mettendo a rischio tutto il continente. Ciò non accadeva ai tempi della peste medievale: quando arrivavano navi sospette a Venezia, si bloccavano gli sbarchi, i mercati, la circolazione delle merci, nonostante le perdite in denaro che questo comportava. Di fronte all’epidemia si superavano le divisioni politiche, c’era un’oculata sapienza amministrativa che creava un’unione europea ante litteram. Invece nel caso della Sars in Europa è mancata l’unità di intenti. Non solo, ma durante la Peste, la sanità era affidata a ”magistrati” in grado di imporre le proprie decisioni: in presenza di un’epidemia, le misure di sicurezza vanno ”comandate”, non ”raccomandate”». Questa epidemia è un episodio minore nella storia della lotta tra uomo e virus, o una potenziale grande pandemia per ora scongiurata? « presto per dirlo, la Sars è ancora un’esperienza troppo breve. La storia ci insegna che le malattie respiratorie infettive possono avere comportamenti molto diversi. A volte rimangono a lungo endemiche in una comunità, altre volte provocano epidemie limitate nel tempo ma estese geograficamente. E non di rado, in questo caso, sono bifasiche: hanno un primo episodio relativamente circoscritto e poi tornano a esplodere su scala mondiale l’anno successivo. Senza andare troppo indietro, è quello che accadde con la ”Spagnola” nel 1918-19. Per questo, dobbiamo rimanere allertati. Ma non allarmati: in medicina la paura è cattiva consigliera».