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 2004  febbraio 07 Sabato calendario

Un tempo adoravamo dèi nascosti nell’Olimpo, eroi, principi e re-guerrieri. Oggi siamo diventati adoratori di celebrità, fan incalliti di star hollywoodiane, divi televisivi, cantanti, vip e personaggi noti di ogni tipo ed estrazione

Un tempo adoravamo dèi nascosti nell’Olimpo, eroi, principi e re-guerrieri. Oggi siamo diventati adoratori di celebrità, fan incalliti di star hollywoodiane, divi televisivi, cantanti, vip e personaggi noti di ogni tipo ed estrazione. Complice l’intera macchina dello star system, i rotocalchi costruiti sul gossip, il piccolo schermo, il cinema e il mondo dello spettacolo in ogni sua sfaccettatura più o meno nobile, dalla creazione di un fenomeno tutto italiano come quello delle veline alla febbre da rapper capace di contagiare i teen-ager di mezzo mondo. Al punto che due psicologi americani, Lynn McCutcheon, dell’Università DeVry di Orlando, in Florida, e James Houran, della School of Medicine presso la Southern Illinois University di Springfield, dopo aver intervistato in profondità 600 fan e aver cercato di analizzarne i comportamenti, sono arrivati a determinare l’esistenza di una vera e propria «sindrome da celebrità». Eppure, rilevano gli esperti, dietro questo comportamento sociale, tutto sommato, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. I biologi evoluzionisti sostengono che è assolutamente naturale per l’uomo dimostrare forme di curiosità, ammirazione, estremo rispetto, fino all’adorazione o al desiderio di identificazione, nei confronti di personaggi noti, perché significa che hanno avuto successo nella società: «In epoche preistoriche» sostiene James Maltby, docente di psicologia all’Università di Leicester, in Inghilterra, «questa forma di ammirazione si sarebbe tradotta nell’osservare con rispetto i più abili cacciatori e gli anziani». Un atteggiamento utile sia a livello sociale che cognitivo. «Oggi, invece» prosegue Maltby, che ha studiato i nessi tra i rapporti con le persone famose e i vari tipi di personalità, «ci rivolgiamo a quelle celebrità di cui vogliamo emulare la fama e la fortuna». Dal punto di vista evolutivo, quindi, copiare i comportamenti che hanno successo è un vantaggio. I tempi sono cambiati ma la sostanza rimane la stessa. C’è bisogno, soprattutto quando si è giovani o giovanissimi, di modelli, di esempi a cui rifarsi per imparare, imitando. «Solo che un tempo, quando si viveva in comunità contadine e famiglie allargate» commenta il sociologo e massmediologo Ugo Volli «i modelli di riferimento erano vicini, erano padri, zii, nonni, conoscenti, oggi, invece, con l’atomizzazione sociale che ci ha portato a vivere in famiglie ristrette e in grandi città, caratterizzate da forti aspetti di anonimato, lo sviluppo dei grandi media tende a farci identificare in modelli lontani da noi, nella star e in generale nel personaggio mediaticamente famoso». «Non sempre comunque» sostiene Robin Dunbar, biologo evoluzionista presso l’Università di Liverpool, «seguire i personaggi celebri significa averli presi a modello. A volte ne siamo affascinati anche se non ci facciamo in quattro per imitarli». è in questo caso soprattutto che la macchina dei media e dello show-business gioca al massimo il suo ruolo nell’alimentare la curiosità morbosa di lettori e spettatori nei confronti di personaggi costruiti intorno al loro alone di celebrità. Ed è a questo punto che, hanno rilevato Lynn McCutcheon e James Houran, a forza di seguire le mosse dei ricchi e famosi, di scrutarne avidamente le vite private e cercare di sapere tutto di loro e del loro ambiente si finisce, se non si sta attenti, per ammalarsi. E in maniera seria, finendo preda di un’ossessione che può portare a forti scompensi psicologici. I due psicologi americani sono arrivati addirittura a determinare i quattro stadi di coinvolgimento di un fan nei confronti del proprio idolo. Nel primo, il più blando, rientrano coloro che sono incuriositi dai personaggi noti e seguono le notizie su di loro come puro intrattenimento. Sono il 20 per cento dei fan e si dichiarano tali per svago e per ragioni sociali, per dimostrarsi ben informati anche sul versante del gossip. All’estremo opposto, al quarto stadio, troviamo tutti coloro che hanno sviluppato un’ossessione patologica per il personaggio amato. Per fortuna sono una minoranza, l’1 per cento dei fan, ma possono arrivare a inseguire e perseguitare le celebrità, cercare di avere rapporti intimi con la stessa e sviluppare forme di risentimento anche violento nel caso in cui si sentano respinti. Al secondo stadio si collocano invece coloro che sono ansiosi di conoscere ogni dettaglio della vita dei divi, dalle relazioni sentimentali all’arredamento della casa; costoro tendono a imitare alcuni comportamenti dei divi. Ma è già con i fan del terzo stadio che le cose iniziano a mettersi male. Costoro, e si parla secondo lo studio del 10 per cento dei fan, sviluppano intensi «sentimenti personali» nei confronti dei propri idoli arrivando a credere di avere dei legami speciali con essi: «Questo è lo stadio in cui può formarsi un interesse ossessivo, a volte una vera e propria dipendenza, che porta gli adoratori di celebrità a dedicare molto tempo a raccogliere informazioni sui propri miti, a vestirsi e atteggiarsi come loro e, nei casi estremi, anche a sottoporsi a interventi di chirurgia estetica nel tentativo di uguagliarli» spiega Lynn McCutcheon. Fatto sta che, in base ai risultati del loro studio, pubblicati dalla rivista ”New Scientist”, McCutcheon e Houran rilevano che ben un terzo della popolazione, perlomeno di quella dei Paesi occidentali, è soggetta alla «celebrity worship syndrome», quella fascinazione per le vite dei volti noti che, come abbiamo visto, può trasformarsi in una condizione potenzialmente pericolosa, per se stessi e per gli altri. «Non è che adorando una celebrità si diventi a tutti i costi dei soggetti disfunzionali» ha commentato il dottor Houran «ma mette in una situazione di rischio, questo sì. C’è una progressione in questo tipo di comportamenti, e se uno comincia questo percorso non sappiamo che cosa sia in grado di fermarlo». Come se l’adorazione per i propri idoli fosse l’esternazione di un malessere, in alcuni casi estremamente serio, nei confronti della vita. Eppure, al di là dei casi estremi, secondo Ugo Volli, non è il caso di preoccuparsi più di tanto: «Soprattutto nella fase dell’adolescenza è naturale avere divi o modelli di riferimento, e se poi questi sono Vieri o l’attrice del momento non credo sia un gran male. Non c’è bisogno di imbastire allarmismi, vedo che in genere la gente è abbastanza brava a gestirsi la propria condizione di consumatrice di storie». Perché, in fondo, sostiene il sociologo «quello che ci interessa sono le storie, e credo che questo sia un modo piacevole e divertente di consumare narrazione, fiction». Volli lo ha spiegato anche nel suo recente libro intitolato ”Culti Tv. Il tubo catodico e i suoi adepti”. Nato da una collaborazione con la Ricerca & Sviluppo di Mediaset e pubblicato da Sperling & Kupfer, il libro analizza l’atteggiamento quasi religioso, di attrazione e imitazione, per personaggi di programmi di culto come ”Zelig”, piuttosto che delle telenovelas tipo ”Vivere” o ”Un posto al sole”, o di trasmissioni come ”Quelli che il calcio”. Eppure l’abitudine di consumare storie non si è diffusa con la nascita della televisione: un tempo lo si faceva con principi, re, sacerdoti, eroi-guerrieri o grandi atleti, oggi lo si fa con uomini politici, capitani d’industria, campioni di calcio o divi del cinema. E con i cantanti che arrivano dalla strada. «Già, per i teen-ager i veri divi adesso non sono più le star di Hollywood o della televisione», dice Klaus Davi, massmediologo. «Loro vanno matti solo per i rapper, come Eminem o 50 Cent: quelli per loro sono i veri idoli», di cui spesso cercano notizie e curiosità pescandole non dalla tv ma da Internet. «Soprattutto per i giovanissimi il web è diventato, insieme alla radio, il più importante strumento d’informazione» continua Davi, il quale sottolinea anche come il divismo, quello che ebbe il suo momento di massimo fulgore negli anni Cinquanta e Sessanta, sia ormai in calo. Oggi che la comunicazione si è democratizzata anche il comune cittadino può aspirare, senza avere particolari doti o abilità, a godere dei suoi «cinque minuti di celebrità», come preconizzò Andy Warhol. «Paradossalmente, il vero divo è oggi il vincitore del ”Grande Fratello”», commenta Davi. Ma i tempi sono cambiati e chi da anni fa comunicazione e spettacolo sa come cavalcarli. Non a caso nella prossima edizione del suo celebre show tv, Maurizio Costanzo ha deciso di far salire sul palco (e rendere ”famosi”) spettatori pescati in diretta tra il pubblico, scelti con l’infallibile fiuto di un conduttore che ha saputo far emergere dal nulla e costruire personaggi, da Vittorio Sgarbi a Platinette, finiti poi a nutrire la macchina del gossip mediatico. Alla faccia della divina Greta Garbo. Arianna Dagnino