Cinzia Gatti, Macchina del Tempo, novembre 2003 (n.11), 7 febbraio 2004
«N o, io credo che nel management la bugia non paghi più. Può sembrare utile sul breve termine, può sbloccare una piccola impasse, ma non è più un metodo di gestione strategico»
«N o, io credo che nel management la bugia non paghi più. Può sembrare utile sul breve termine, può sbloccare una piccola impasse, ma non è più un metodo di gestione strategico». Pierluigi Celli, 60 anni, manager di lungo corso, già direttore generale della Rai e oggi capo delle relazioni istituzionali e della comunicazione di Unicredito, la prima banca italiana, non”fa il sincero”. «Sono realmente diventato un manager sincero, e ho sempre cercato di esserlo. Oggi la gente è molto più avvertita, preferisce una verità scomoda a una bugia con le gambe corte. Poi, magari, reagisce male alla verità: ma chi si accorge della menzogna, scatena una reazione ben più dura». Dottor Celli, lei è stato per anni capo delle risorse umane di grandi gruppi, compresa l’Olivetti, di cui ha gestito la ristrutturazione. Non dirà di non aver mai mentito! «Le direzioni del personale del passato erano maestre di ambiguità e simulazione, che però sono categorie evolute della bugia semplice. Ma non funzionava a lungo». Lei ha appena pubblicato con Sellerio ”Nascita e morte di un’impresa in 42 lettere”, storia del suo travagliato anno da presidente di Ipse, l’azienda di telecomunicazioni lanciata in Italia da Telefonica España e dalla Fiat e poi morta senza aver mai lavorato. Quali risultati le ha dato questa politica della sincerità? «Dire la verità è stato pagante nei confronti di chi lavorava in Ipse. Non verso l’alto: la sincerità, di solito,è meno gradita da chi è al di sopra di noi... E prima o poi i sinceri vengono colti in fallo e puniti per la loro sincerità». Quindi se la bugia con i dipendenti non paga più e la sincerità viene punita dai superiori, è diventato molto più difficile gestire? «Esattamente: è diventato tutto più difficile. Poi, nel concreto, molto dipende dalla qualità del management e dal contesto. Se in un’azienda, anche in difficoltà, si sente forte la qualità della leadership, la sincerità paga di più della menzogna come metodo di gestione del business e delle risorse umane. Se la leadership di un’azienda ha invece più voglia di fedeltà che di verità, le cose andranno peggio: sicuramente andranno peggio per i sinceri che per i bugiardi, ma andranno male anche per il business». Ha dovuto dire più bugie in Olivetti o in Rai? «L’Olivetti era un’azienda molto trasparente dal punto di vista dei rapporti personali e siamo riusciti a mantenere questo stile sempre, anche nella fase più dura. La Rai è un’azienda tutta ambigua: dire la verità, come pure ho tentato molto spesso di fare, non serve...». E ora lei è un superdirigente di una grande banca: in un momento in cui le banche non godono di una grande immagine. L’associazione dei banchieri ha avuto la necessità di lanciare una campagna chiamata ”Patti chiari”! Sono bugiardi, i banchieri? «Non so se e quanto lo siano stati, so però che oggi anche le banche hanno bisogno di essere trasparenti. la trasparenza che garantisce la possibilità di continuare a fare business. La vera discussione è sul giusto livello di trasparenza che va perseguito rispetto al necessario e inevitabile livello di riservatezza di certi business. Ma la trasparenza, che è poi il costume della sincerità, è un valore da coltivare».