Cinzia Gatti, Macchina del Tempo, novembre 2003 (n.11), 7 febbraio 2004
Se il bugiardo più famoso del mondo, Pinocchio, è nato in Italia, forse una ragione c’è. Da un’indagine Astra/Demoskopea è emerso che circa la metà della popolazione italiana ammette di dire bugie più di cinque volte al mese: il che significa che in un anno verrebbero raccontate qualcosa come un miliardo e 400 milioni di frottole
Se il bugiardo più famoso del mondo, Pinocchio, è nato in Italia, forse una ragione c’è. Da un’indagine Astra/Demoskopea è emerso che circa la metà della popolazione italiana ammette di dire bugie più di cinque volte al mese: il che significa che in un anno verrebbero raccontate qualcosa come un miliardo e 400 milioni di frottole. Siamo un popolo di bugiardi? Forse, ma stando ai più recenti studi sul comportamento umano, e sulla bugia in particolare, siamo in buona compagnia: le ricerche dello psicologo statunitense Robert Turner, per esempio, hanno dimostrato che durante la conversazione le persone utilizzano espressioni ingannevoli o poco sincere nel 61,5 per cento dei casi. Insomma, mentire sarebbe un’abitudine più diffusa di quanto si possa pensare, anche se le ragioni non avrebbero niente a che vedere con la cattiva volontà delle persone. Le bugie, da quelle più innocenti a quelle più gravi, sono ciò che ci ha permesso di fare un salto evolutivo rispetto alle altre specie. Raccontare una bugia richiede capacità cognitive complesse e molto sviluppate: «La menzogna è molto più difficile della verità perché richiede una pianificazione mentale molto precisa» spiega Luigi Anolli, docente di psicologia della comunicazione all’università Bicocca di Milano e autore del libro ”Mentire” (Il Mulino). «Per mentire bisogna sapere qual è la verità, bisogna essere in grado di costruire un racconto falso ma credibile, trovando particolari e dettagli che confermino la versione inventata e la rendano verosimile. L’impegno mentale è particolarmente elevato, ed è proprio per questo chi vi ricorre occasionalmente ha molte più difficoltà di un bugiardo di professione». Del resto, lo sforzo sostenuto dal nostro cervello per inventare delle storie è notevole: lo dimostra uno studio condotto da Daniel Langleben, un ricercatore americano dell’università della Pennsylvania, negli Stati Uniti. Assieme alla sua équipe lo studioso ha consegnato alle persone coinvolte nell’esperimento un oggetto, chiedendo loro di nasconderlo in tasca. Subito dopo, ha mostrato loro una serie d’immagini, inclusa quella dell’oggetto nascosto, con la consegna di negare che le immagini che stavano vedendo avessero a che fare con l’oggetto nascosto anche quando ciò che vedevano rappresentava proprio ciò che si trovava nelle loro tasche. L’attività cerebrale evidenziata dalla risonanza magnetica funzionale ha indicato che durante l’elaborazione di una bugia sono attive l’area anteriore della corteccia e quella frontale superiore destra. In altre parole, dire una bugia comporta un super lavoro da parte del cervello perché prima di elaborare un inganno deve inibire la verità, che è la risposta più istintiva. L’obiettivo dello studioso era quello di mettere a disposizione della giustizia un dispositivo ancora più efficace della macchina della verità, che funziona registrando parametri come la variazione del battito cardiaco, della pressione sanguigna, della pressione e della resistenza elettrica della pelle, tutti fattori che possono però cambiare da persona a persona e rendono incerto il dato. L’inganno ha un’importanza cruciale nel mondo vivente, ma solo l’uomo sarebbe in grado di mentire consapevolmente, perché ha la capacità di comprendere i processi mentali dei propri simili e sa che è possibile modificarne le credenze. Per poter mentire a qualcuno dobbiamo avere cioè quella che lo psicologo Simon Baron-Cohen e filosofi come Donald Davidson e Daniel Dennett chiamano teoria delle altre menti. Queste caratteristiche tuttavia non sarebbero presenti fin dalla nascita, ma si svilupperebbero pienamente solo dopo il quarto anno di vita. Secondo gli psicologi il processo avverrebbe in modo graduale nei bambini: intorno ai diciotto mesi essi sarebbero in grado di fare il cosiddetto gioco di finzione, un comportamento che coincide con la presa di coscienza di sé: i bambini sono in grado di riconoscere se stessi allo specchio e fanno giochi simbolici sia con se stessi sia con le bambole. La teoria delle altre menti si svilupperebbe invece più tardi, come dimostrano i risultati del classico test di Sally e Anne: il bambino osserva una delle due bambole, Sally, mentre nasconde una biglia in un cesto. Quando Sally lascia la stanza entra la seconda bambola, Anne, che sposta la biglia in una scatola di nascosto da Sally. Se si chiede ai bambini di dire dove andrà a cercare la biglia Sally, quelli al di sotto dei quattro anni di solito indicano la scatola, perché non riescono a fare una distinzione tra ciò che Sally crede e ciò che loro stessi sanno. Wendy Clements, una psicologa dell’università del Sussex, ha dimostrato che i bambini molto probabilmente conoscono la risposta giusta, ma non hanno ancora sviluppato la capacità di esprimere i propri pensieri a livello verbale. In altre parole, saprebbero distinguere il vero dal falso e ciò che loro sanno da ciò che gli altri sanno, ma non avrebbero la capacità di riflettere sui propri pensieri e di assumere il punto di vista degli altri. La necessità di sviluppare questa forma di ragionamento e di ingannare gli altri sarebbe legata alla funzione sociale della menzogna. Per sopravvivere ai propri nemici o catturare una preda la forza fisica non è sempre sufficiente: è a quel punto che entra in gioco il vantaggio evolutivo dell’inganno, che permette di non far conoscere agli altri i propri reali obiettivi. quello che asserisce, per esempio, Oscar Wilde ne ”La decadenza della menzogna” (1889). Wilde sostiene la priorità dell’inganno, nell’arte come nella vita, rispetto al vero di natura, e si spinge ad affermare che la menzogna è fondamento delle relazioni sociali: a dimostrazione riporta l’esempio del cosiddetto ”protobugiardo”, l’uomo delle caverne che, invece di unirsi ai compagni che vanno a caccia, rimane all’interno della caverna e al loro ritorno racconta di aver incontrato e affrontato belve feroci. L’inganno non viene scoperto dai compagni, perché il bugiardo sa che cosa loro si aspettano di sentirsi dire e inventa un racconto che corrisponde alle loro aspettative. Il protobugiardo conosce la mente dei propri simili: sa come funziona, che cosa essi saranno disposti a credere e che cosa no. «La bugia è strettamente legata alla comunicazione» sostiene Maria Bettetini, docente di filosofia della comunicazione alla Iulm di Milano e autrice del libro ”Storia della bugia” (Raffaello Cortina). «Se si ha la possibilità di comunicare si dicono bugie. E il fatto che oggi siano aumentati i canali di comunicazione ha moltiplicato le possibilità di dire bugie». Per poter mentire, inoltre, bisogna avere l’intenzione di farlo: è per questo che non ha senso parlare di menzogne e inganni da parte della natura. «Dove non c’è intenzionalità non c’è menzogna: la bugia viola la fiducia tra due persone, mentre un inganno da parte di un animale o della natura è tale solo per noi» afferma Bettetini. Per le stesse ragioni, nemmeno l’autoinganno è un atto menzognero in senso stretto: «L’autoinganno è un processo diverso» precisa Luigi Anolli, «dagli psicologi viene definito ”self-serving bias” e lo adottiamo per esempio quando dobbiamo attribuirci le responsabilità di un certo fatto. In genere, tendiamo ad attribuirci i meriti dei successi e a scaricare su altre cose o persone gli insuccessi. Quando questa normale e naturale distorsione della realtà diventa molto accentuata, la situazione è grave e in alcuni casi può sfiorare il patologico, perché chi inganna molto se stesso inganna di più e più facilmente gli altri». La forma più paradossale di menzogna, però, è forse il dire la verità, come ha fatto Adolf Hitler, che ha proclamato il suo programma proprio perché sapeva che nessuno dei suoi interlocutori lo avrebbe preso troppo sul serio: «La sincerità di Hitler è imbarazzante, anche nei confronti dei suoi adepti» osserva Maria Bettetini: «in ”Mein Kampf” non lascia dubbi sulle intenzioni e sui metodi del futuro Führer, ribaditi poi negli anni successivi in discorsi e proclami sempre chiarissimi. Forse uno dei più tragici inganni del secolo scorso si è perpetrato proprio utilizzando la forza della verità. vero che Hitler, come tutti coloro che sono stati a capo di governi totalitari, ha pubblicamente annunciato il suo programma d’azione. Ma lo ha fatto proprio perché sapeva che le sue dichiarazioni non sarebbero state prese sul serio dai non-iniziati; era proprio col dire loro la verità che era sicuro d’imbrogliare e confondere i suoi avversari. La realtà ci mette di fronte a situazioni che potrebbero essere previste, ma che non vorremmo mai si realizzassero». Ma se la bugia è un comportamento così diffuso, perché la consideriamo tanto riprovevole? «L’orrore per la bugia e per la menzogna è tipica dell’etica americana» spiega Maria Bettetini «gli italiani, in fondo, hanno sempre giocato con la dissimulazione: basta pensare a Machiavelli. Negli ultimi 30 anni invece anche in Europa ha preso piede questa forma di puritanesimo proveniente dagli Stati Uniti: un atteggiamento che non ci appartiene, ma che mutuiamo da quella cultura, pur con le contraddizioni che comporta, come ha dimostrato il comportamento dei cittadini americani e dei media nei confronti degli ultimi due presidenti, in particolare in occasione dello scandalo Lewinsky». Ma può esistere un mondo senza bugie? «Forse sarebbe un mondo più piatto di quello in cui viviamo, ma non necessariamente meno intelligente» ipotizza Bettetini, «potrebbe essere un mondo in cui tutti cercano di dire sempre tutta la verità, mantenendo una discrezione su alcuni aspetti più strettamente privati o che non è necessario rivelare. In fondo, qualcosa del genere potrebbe essere realizzato anche nel nostro mondo: i media oggi ci hanno obbligato a uno svelamento continuo della privacy e del segreto: forse dovremmo a poco a poco riscoprire una certa forma di rispetto dell’individualità». Di opinione diversa Luigi Anolli: «Se teniamo presente che il 60 per cento delle interazioni quotidiane è inficiato dalla menzogna ci rendiamo conto di quanto questo sia difficile. Del resto, la menzogna è una questione legata alla cultura: in Oriente la verità è un ideale meno importante dell’armonia e dello stare bene con gli altri, perché l’offesa personale è molto più grave della bugia. Noi viviamo con la bugia. Se dicessimo tutto quello che ci passa per la testa vivremmo in uno stato d’isolamento totale, un inferno, forse. La menzogna è una condizione della vita sociale: forse quello che dovremmo fare è cominciare a capirla e a gestirla meglio». Cinzia Gatti