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 2004  febbraio 07 Sabato calendario

Nessuno avrebbe mai immaginato che sotto una baraccopoli della periferia di Lima, in Perù, riposasse da 500 anni un’immensa necropoli inca

Nessuno avrebbe mai immaginato che sotto una baraccopoli della periferia di Lima, in Perù, riposasse da 500 anni un’immensa necropoli inca. L’unico ad avere sentore di ciò è stato Guillermo Cock, archeologo di grande esperienza attivo da vent’anni nel Paese sudamericano e da sempre in contatto con la comunità scientifica statunitense. Proprio grazie ai suoi buoni uffici con la National Geographic Society, Cock ottenne, nel 1999, una prima consistente tranche di denaro per cominciare a scavare. Mai soldi furono investiti meglio, potremmo dire. Da allora a oggi l’immenso giacimento di Tupac Amaru (come gli abitanti locali hanno ribattezzato l’antico sito di Puruchuco, per rendere omaggio al regnante inca assassinato dagli Spagnoli nel 1572) ha restituito 2400 mummie e oltre 70mila oggetti, molti di valore inestimabile. Ma più che di un rescate, un recupero di ciò che era sepolto, si è trattato di un vero salvataggio... Le mummie, ancora avvolte nei loro fardos funerarios, rischiavano il deterioramento e la distruzione in breve tempo. Per colpa degli abitanti locali che, in mancanza di fognature, avevano versato per anni le acque reflue in fosse e canali di fortuna. Così la terra secca e compatta del deserto costiero (non vi piove anche per 20 anni), che aveva preservato per secoli i suoi antichi abitanti, si è lentamente trasformata in un pantano. Molti dei fardi salvati contenevano più di un individuo, spesso bambini, a riprova che la mortalità infantile era altissima nel periodo dell’Orizzonte Tardo (1440-1532 d.C.), che coincise con la massima espansione dell’Impero. Ma cosa può aggiungere di nuovo, un sito come quello di Puruchuco, a quanto già si sa sugli Inca? «Puruchuco è una scoperta sensazionale per dimensioni, ma soprattutto perché copre un periodo storico molto limitato» spiega Cock. «La maggior parte delle sepolture è stata effettuata in un arco di tempo di appena 75 anni, un dato che ci permetterà di ricostruire con un certo margine di certezza le condizioni di vita della comunità incaica in quella fase. E poi qui abbiamo rappresentate tutte le classi sociali, dai semplici cittadini all’élite nobiliare e sacerdotale». Il ritrovamento in assoluto più stupefacente sono le falsas cabezas, teste finte, cucite solo su alcuni dei fardi: «Finora ne era stata trovata solo una, nel 1956, noi ne abbiamo trovate 40. Sono nei fardi più grandi, quelli che contengono gli oggetti più ricchi e che venivano sepolti solo in zone adeguatamente preparate ad accoglierli. Dunque il personaggio al loro interno dovette sicuramente essere di alto lignaggio». Le mummie sono ora in fase di studio e potranno rivelarci molte informazioni: «Diciamo innanzitutto che per ora analizzeremo solo i 3 fardi già aperti. Operazione non semplice: ogni volta c’è bisogno di una équipe di almeno cinque antropologi. Dai brandelli di muscolo rimasti attaccati alle ossa contiamo di ricavare dati importanti sullo sviluppo e la crescita dei soggetti, la loro alimentazione, le malattie di cui soffrirono e i lavori che fecero. Le ossa invece ci aiuteranno a descrivere il quadro sociale, politico e religioso dell’epoca in cui vissero». Tupac Amaru è stata scavata appena per un quarto, secondo gli archeologi altre 8000 mummie aspetterebbero di essere disseppellite. Molte, però, si trovano proprio sotto le case dell’odierno insediamento umano, dunque non c’è speranza di recuperarle. Tutto ciò che è stato trovato finora, invece, è stato immediatamente portato a Lima, nel quartier generale di Cock. è lì che troviamo la Señorita, una ragazza di non più di 20 anni che conserva ancora, dopo mezzo millennio, la sua folta chioma bruna, con un bambino piccolissimo accucciato ai suoi piedi, forse il figlio. Si pensa che morirono entrambi a causa di una malattia. Un quadretto semplice e tragico, al contempo, bilanciato solo dalla potenza immaginifica del Re del cotone, chiamato così perché il suo fardo ne conteneva ben 135 chili. è sufficiente la sua testa, cinta di splendide piume di chissà quale uccello amazzonico, a evocare l’importanza del ruolo che ebbe nella gerarchia incaica. Una sensazione confortata dalla ricchezza del suo fardo, dotato di un corredo eccezionale: vasi, patate, mais, foglie di coca, conchiglie, armi. Tutti simboli ancora da interpretare, ma la cui spiegazione potrebbe trovarsi nei quipu: parliamo di quelle lunghe cordicelle, cui ne erano attaccate molte altre recanti dei nodi, che costituiva il mezzo preferito dagli Inca per registrare gli eventi, in mancanza della scrittura. «I quipu» spiega Laura Laurencich Minelli, docente di Storia e Civiltà Precolombiane dell’America presso l’Università di Bologna, «potevano essere numerici e non numerici, talvolta custodivano messaggi di straordinaria complessità, riferimenti alla vita dei sovrani e perfino canti sacri o ricette. I numeri, in particolare, rappresentano la base delle culture precolombiane, perché a ogni numero corrispondeva una divinità». Un mezzo di comunicazione ancora misterioso: «Molti dei quipu letti non si sa a cosa si riferiscano, nel senso che è chiaro solo quali fossero le quantità contate, non le qualità. Nelle cordicelle mancano infatti gli indicatori di classe, cioè gli oggettini posti alla fine delle corde, che indicavano la categoria di riferimento. Se non fossero andati persi sarebbe molto semplice decifrare i quipu: ad esempio, una cordicella rossa associata all’indicatore degli agricoltori avrebbe significato quantità di peperoncino, associata a quella dei minatori solfato di mercurio e così via». Ai tempi di Puruchuco gli Inca avevano già reclamato l’attributo di ”Figli del Sole” e avevano fatto di Cuzco, mitica capitale, il loro centro sacro. Da lì, infatti, sarebbero passate tutte le strade che collegavano i luoghi più reconditi dell’ impero, 10.000 miglia di rete viaria, un’opera mastodontica. Il territorio sotto il loro controllo prese così il nome di Tawantinsuyo, ”le quattro parti”. L’impero arrivò presto a ospitare 6 milioni di persone, comprendendo parte degli odierni Perù, Ecuador, Cile, Bolivia e Argentina, allora corrispondenti alle regioni di Andesuyo a est, Condesuyo ad ovest, Chinchaysuyo a nord e Collasuyo a sud. Quando gli Inca cominciarono a espandersi con decisione verso nord, il calendario segnava l’anno 1470 ed era re Topa Inca, il decimo dei tredici sovrani pre-Conquista. Nella loro irresistibile avanzata i Figli del Sole sottomisero prima i Chimù e poi, non senza difficoltà, i mitici Chachapoya. Un popolo misterioso che abitava le zone selvatiche del nord-est (il nome deriva dalle parole quechua sacha, albero, e puyu, nube) di cui conosciamo qualcosa grazie al ritrovamento, nel ’97, di 200 fardos nel sito funerario della Laguna de los Condores. Fu l’équipe di Sonia Guillen, che oggi è responsabile della conservazione e dello studio delle mummie nel museo della vicina cittadina di Leimebamba, a evitare che i preziosi reperti finissero nelle mani dei tombaroli. I Chachapoya costituirono un’autentica spina nel fianco per gli invasori, nei 60 anni dell’occupazione, perché cercarono fino all’ultimo di difendere la loro identità. Pur di andare contro gli Inca si allearono perfino con gli Spagnoli, nel 1532. Salvo poi ravvedersi 40 anni dopo, quando spalleggiarono vanamente i Neo-Inca di Vilcabamba contro il comune nemico venuto da Oltreoceano. Dunque i Chachapoya erano veramente «gente de guerra... belicosos y indomables», come li definì il cronachista meticcio Garcilaso de la Vega? «Abbiamo notizia di almeno tre grandi rivolte durante l’occupazione incaica» spiega Inge Schjellerup, professoressa onoraria del Museo Nazionale di Danimarca, a Copenaghen, nonché esperta mondiale di Chachapoya, «e la popolazione giovanile chachapoya stava per essere deportata in Ecuador quando Francisco Pizarro arrivò a Cajamarca». Evidentemente fu l’estremo tentativo degli invasori di sedare i loro animi battaglieri. Ma come combattevano le genti del nord e perché ce l’avevano tanto con gli Inca? «Probabilmente attuando una sorta di guerrilla» continua la studiosa danese «che consisteva in imboscate e attacchi a sorpresa. Nel corso delle loro scorribande adoperavano soprattutto lance di chonta, un legno durissimo di una pianta sacra della selva, e bastoni con le punte di pietra. Gli Inca hanno avuto la grande colpa di essere arrivati lì e aver cambiato radicalmente il territorio dei Chachapoya, allineando ogni cosa al loro orizzonte culturale. Costruirono canali d’irrigazione, scolpirono i fianchi delle montagne, importarono differenti concezioni architettoniche, in pratica posero il loro marchio su un panorama denso di simboli cari ai Chachapoya». Eppure i guerrieri delle nebbie non erano dei selvaggi, altrimenti non avrebbero potuto costruire la splendida fortezza di Kuelap, la più grande delle loro città. Né avrebbero potuto tessere magnifici tessuti e tantomeno scoprire i benefici della coltivazione a terrazzamenti. Alla fine gli unici selvaggi risulteranno essere gli Spagnoli che con il loro scempio diedero il via alla lunga stagione del colonialismo europeo. Marco Merola