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 2004  febbraio 07 Sabato calendario

Tra sceriffi e fuorilegge, cowboys e indiani, teepee e saloon, cavalli e bisonti, canyons e praterie, frecce e colt, il Far West è uno dei luoghi comuni più popolari dell’immaginario

Tra sceriffi e fuorilegge, cowboys e indiani, teepee e saloon, cavalli e bisonti, canyons e praterie, frecce e colt, il Far West è uno dei luoghi comuni più popolari dell’immaginario. Grazie soprattutto al cinema e alla tv ma anche ai fumetti e ai giocattoli. La fenomenologia della Frontiera va però oltre l’aspetto ludico o artistico e può diventare archetipo antropologico di violenza e giustizia fai-da-te, ad esempio quando per contestare la politica estera americana qualche commentatore accusa Bush di comportarsi da cowboy. Molti, senza essere così categorici, reputano comunque quel periodo ࿰ importante per capire la mentalità degli Stati Uniti. Il Far West è insomma questione più seria e meno semplice di quanto generalmente si pensi. E perciò merita di essere analizzata scrostando la patina mitologica e fantastica da cui è ricoperta. Anzitutto va detto che si tratta di un’epopea limitata nel tempo e nello spazio. Quando parliamo di Far West ci riferiamo al grandioso movimento migratorio degli yankees, gli anglosassoni d’America, verso il Pacifico, in un territorio dove si trovavano dieci tribù di indiani, ciascuna con varie sottotribù. Cioè Sioux, Cheyenne, Arapaho, Kiowa, Apache, Comanche, Navajo, Ute, Modoc, Nez Perce. Il movimento inizia nel 1842, quando viene tracciata la Oregon Trail, la Pista dell’Oregon, e finisce nel 1890, quando la resistenza dei pellerossa viene stroncata e quest’ultimi sono relegati in riserve. Un arco di tempo di neanche mezzo secolo. Il motore del movimento demografico non è stata solo la disponibilità di fertili terre in un clima temperato, ma anche la scoperta dell’oro. Nel 1848, un giacimento viene individuato in California. A quello stesso anno risale la creazione, a Washington, della teoria del ”Destino Manifesto”, cioè del destino di dominio su tutta l’America cui sono stati chiamati da Dio gli europei. Altre tappe della Conquista sono la nascita nel 1850 della California, trentunesimo stato dell’Unione, la scoperta nel 1854 dell’oro in Colorado, la nascita di altri due stati nello stesso anno, Kansas e Nebraska, il completamento nel 1869 della ferrovia transcontinentale Union Pacific, il divieto in tutte le riserve Sioux del ”rito selvaggio” conosciuto come ”danza del sole”, la sconfitta a Little Big Horn nel 1876 dei cavalleggeri di Custer e la violenta risposta che porta al massacro degli indiani a Wounded Knee nel 1890. Sullo sfondo, a partire dal 1860, si staglia la guerra civile tra Nord e Sud. Farà 650 mila vittime. Molte più di quelle delle sparatorie tra indiani e cowboy o dei famosi fuorilegge western. Dalle più recenti ricerche storiografiche emerge un elemento comune sorprendente. Il selvaggio West non era così selvaggio, scrivono gli storici William Davis e Russell Pritchard, «e non era, come spesso è stato dipinto, una regione pullulante di fuorilegge e di crimini violenti». Perché «malgrado la reputazione acquisita e l’immagine di sé che volle dare durante la sua fase di splendore, il West fu più pacifico che violento, più costruttivo che dedito alla rovina. Per ogni giorno di scontro armato fra rossi e bianchi, per ogni sparatoria o rapina, per ogni catastrofe che l’uomo e la natura rovesciarono su quei territori e sui loro abitanti, si susseguirono decine, forse centinaia, di giorni e settimane di pace. La vita di tutti sulla Frontiera era basata in realtà sulla fatica e sul lavoro, e solitudine e monotonia caratterizzavano quell’esistenza ben più dell’avventura eccitante che tanti si aspettavano». Risse, scontri a fuoco e rapine «accaddero, è vero, ma furono abbastanza rari... La verità è che la maggior parte delle zuffe e del teppismo collegati ai cowboy riguardava incidenti isolati e individuali... Le grandi città dell’Est ebbero una percentuale di crimini molto maggiore». Della stessa opinione è Roger McGrath, storico dell’università di Los Angeles, per cui «certe nozioni tanto diffuse sulla violenza e sulla mancanza di leggi e giustizia nel vecchio West... non sono che un mito». William C. Holden, che ha studiato in modo approfondito il periodo tra il 1875 e il 1890, conclude che se le porte delle case non erano chiuse a chiave, i cittadini avevano poca paura delle aggressioni. Mentre, secondo Frank Prassel, un abitante del West «godeva probabilmente di maggior sicurezza sia nella persona che nella proprietà di quanta ne godessero gli abitanti dei centri urbani dell’Est». Pare dunque che i bounty killer, cioè i cacciatori di taglie, le agenzie investigative, come la celebre Pinkerton, i marshall, ovvero gli sceriffi, e le altre strutture private garantissero un ordine sufficiente. Ma l’assenza o meglio la lontananza dello Stato contribuì a diffondere tra i detrattori il mito di un periodo di caos tremendo. Al contrario, chi pone l’accento sugli aspetti positivi della Frontiera, vede nel West una prova generale di società capitalista allo stato puro che ha avuto esito positivo e si riverbera tuttora nella visione politica americana. Naturalmente resta la non trascurabile questione degli indiani: «Quando la frontiera iniziò a spostarsi a Ovest» dice Viviana Zarbo, autrice di una pregevole ”Storia del Far West” edita nel 1995 da Newton & Compton e tradotta con successo in Germania, «era chiaro che questo mutamento epocale sarebbe stato accompagnato dalla sconfitta dei nativi, come andrebbero chiamati gli indiani, o dei bianchi. Il risultato dello scontro sarà in qualche modo determinato da un’invenzione, quella del Winchester, il fucile a ripetizione, che non a caso viene identificato col West». Per Viviana Zarbo, «i grandi massacri, come quello dei Cheyenne nel 1864 a Sand Creek e nel 1868 a Washita, o dei Sioux a Wounded Knee, fecero meno vittime tra i nativi delle deportazioni, dell’alcool somministrato ad arte per fiaccare la resistenza, dell’uccisione sistematica delle mandrie dei bisonti. Buffalo Bill fu pagato dal governo per sterminare il bisonte, mezzo di sostentamento dei nativi, che non praticavano l’agricoltura e ne utilizzavano la carne per mangiare e il resto per utensili e attrezzi». Quando è avvenuta la presa di coscienza dell’opinione pubblica rispetto a questo lato poco edificante della conquista del West? «Attraverso film come ”Un uomo chiamato Cavallo”, ”Piccolo grande uomo”, ”Soldato blu”. Tutti del 1970, momento importante per le lotte in favore dei diritti civili delle minoranze. Ma ora siamo al buonismo, forse eccessivo, di ”Balla coi lupi”». Qual è la situazione attuale degli indiani? «Sono stati rinchiusi nelle riserve. stato loro impedito di professare la loro religione, di parlare la loro lingua, di mantenere vive le loro tradizioni. I trattati non sono stati quasi mai rispettati. I territori delle riserve sono stati sempre i peggiori per l’agricoltura. I Sioux furono circoscritti sulle Colline Nere, ma quando vi si scoprì l’oro furono costretti a combattere per potervi rimanere. Nel 1934 con l’Indian Reorganization Act l’organizzazione delle riserve è stata modificata, rendendole più autonome. Ma i nativi hanno vissuto le stesse problematiche dei neri, con discriminazioni ed emarginazioni. Anche se in parte sono stati impiegati come costruttori di grattacieli perché non soffrono di vertigini. Non solo: nella Seconda guerra mondiale il loro linguaggio fu usato come codice segreto e gli arcieri servirono ad abbattere silenziosamente il nemico». Recenti sono le ammissioni dei misfatti compiuti nel passato: nel 1994 Clinton ha ricevuto una delegazione dei capi di varie tribù. «Oggi i nativi stanno cercando di recuperare la propria individualità culturale e un’indipendenza amministrativa ed economica: usufruendo dei diritti delle risorse petrolifere e minerarie, della possibilità d’istituire casinò nelle riserve e magari, come i Navajo, affittando il loro territorio, la Monument Valley, per le riprese cinematografiche. Ma la situazione è sempre disperata».  opinione diffusa che il cow- boy incarni la mentalità americana. «Credo che si possa dire che effettivamente quell’epoca sia stata cruciale per la formazione del popolo americano. Hanno conquistato un territorio immenso trasformandolo radicalmente. Si sono convinti di poter raggiungere qualsiasi frontiera, tanto che Kennedy ne dovette trovare un’altra, ma sulla Luna! Sarebbe utile approfondire le proprie conoscenze di ciò che accadde nell’Ovest. A scuola non se ne parla se non con un accenno: non si studia questa parte di storia che secondo me è invece fondamentale per capire quello che oggi è lo Stato più potente del mondo». L’analisi della Zarbo è avvalorata anche dalle dichiarazioni rilasciate da Lucio Villari, autore dei manuali su cui molti studenti delle scuole superiori italiane studiano la storia. Il docente dell’università di Roma non ha un’opinione su quel periodo: «Non ne so dare un giudizio», ammette. Un giudizio deciso e un po’ fuori corrente ce lo dà invece uno studioso americano, Clay McShane, professore di storia alla Northeastern University di Boston: «La parola genocidio, spesa talvolta per descrivere le guerre contro gli indiani, è troppo forte. C’è stato un sia pur minimo rispetto per il nobile selvaggio. Era del tutto assente una deliberata volontà di sterminio, diversamente dalla Germania nazista, anche se gli scontri sono stati marcati da atrocità come quasi tutte le guerre tra razze diverse». Secondo McShane, nella cultura popolare americana è diminuito molto negli ultimi decenni, soprattutto a causa dei mutamenti demografici, il peso del mito del West: «Su 274 milioni di americani, 34 sono ispanici, 32 neri, 10 asiatici, 4 indiani. Il mito del West non ha alcun richiamo per questi gruppi. Non ce l’ha nemmeno per 40 milioni d’irlandesi, 20 milioni d’italiani, 8 milioni di ebrei e 7 di arabi. Al contrario, la morale manichea del West, da una parte i buoni dall’altra i cattivi, la giustizia fai-da-te eccetera, ha ancora presa nel Sud e nell’Ovest e in alcune zone rurali influenti in politica». Antonio Armano