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 2004  febbraio 07 Sabato calendario

Venti giorni di navigazione a tutta velocità, tra tempeste e acque gelide, disseminate di insidie, per raggiungere un peschereccio sospetto e recuperare il suo prezioso carico: il raro e protetto austromerluzzo

Venti giorni di navigazione a tutta velocità, tra tempeste e acque gelide, disseminate di insidie, per raggiungere un peschereccio sospetto e recuperare il suo prezioso carico: il raro e protetto austromerluzzo. l’impresa portata a termine dalle navi di tre nazioni - Australia, Gran Bretagna e Sudafrica - che la scorsa estate hanno unito le forze e pedinato, per quasi 8.000 chilometri, l’imbarcazione, battente bandiera uruguayana, Viarsa I. L’inseguimento, fra le pericolose correnti marine lungo i confini dell’Antartide, ha consentito alla flotta internazionale di bloccare il Viarsa, con i 40 membri del suo equipaggio, a sud di Città del Capo. A bordo del peschereccio, circa 85 tonnellate di austromerluzzo (Dissostichus eleginoides), che gli anglosassoni chiamano «Patagonian toothfish» (pesce-dente della Patagonia), capaci di fruttare oltre due milioni e mezzo di euro al mercato nero. Un solo esemplare può valere sul mercato internazionale 900 euro. Scoperto dal punto di vista commerciale solo nei primi anni Novanta, il pesce è sempre più richiesto nei ristoranti giapponesi, statunitensi ed europei, e oggi è già a rischio d’estinzione. Nonostante viva a grandi profondità e nelle zone più meridionali e impervie degli oceani Atlantico, Pacifico e Indiano, i pescatori di frodo non gli danno tregua e ogni anno ne prelevano dal mare una quantità pari a cinque volte quella consentita dai regolamenti della Commissione per la conservazione delle risorse biologiche dell’Antartide (Ccamlr). Il pesce dentato della Patagonia, che cresce molto lentamente e può deporre le prime uova solo dieci anni dopo la nascita, non ce la fa a sostenere questo ritmo e gli esperti ritengono che nel giro di pochi anni si potrebbe arrivare al collasso della specie. Come se non bastasse, le trappole per questi pesci uccidono anche milioni di uccelli marini che si avvicinano attirati dalle esche. «In Italia» fa sapere Carlo Froglia, Sezione pesca marittima dell’Istituto di Scienze Marine del Cnr, «per evitare che il Dissostichus eleginoides venga importato illegalmente - magari facendolo passare per un altro pesce non protetto - abbiamo fornito alla Guardia Costiera una scheda con i suoi caratteri distintivi».