Fabrizio Carbone, Macchina del Tempo, novembre 2003 (n.11), 7 febbraio 2004
Il re sta per abdicare: fino a vent’anni fa circa 230mila leoni dettavano legge nelle savane dell’Africa, oggi ne rimangono meno di un decimo, circa 23mila unità
Il re sta per abdicare: fino a vent’anni fa circa 230mila leoni dettavano legge nelle savane dell’Africa, oggi ne rimangono meno di un decimo, circa 23mila unità. «Sono in grave rischio di estinzione», è la conclusione di Laurence Frank, biologo dell’Università della California, dopo trent’anni di studi in Kenia. All’origine della decimazione, la tubercolosi bovina e l’Aids dei felini, che hanno colpito la razza. Ma, secondo Frank, al massacro hanno contribuito anche bracconieri, proprietari dei ranch e allevatori. Intanto, dall’altra parte del mondo, in un lembo sconosciuto di foresta, nel nordovest del Brasile, l’ara di Spix, Cyanopsitta spixii, piume blu lungo tutto il corpo e testa che sfuma sul grigio, una specie della grande famiglia dei pappagalli, sta vivendo gli ultimi momenti della sua vita su questo pianeta. Pare che ce ne sia rimasta una sola allo stato selvaggio. La crisi del leone e la fine prossima dell’ara di Spix sono il risultato della sesta estinzione di massa che la biodiversità (la varietà delle specie viventi, animali e vegetali) sta subendo in questi ultimi decenni. Solo che questa volta non è colpa di meteoriti, come fu per la scomparsa dei dinosauri, o di altre calamità naturali (glaciazioni, desertificazioni, vulcanismo). Questa volta è colpa dell’uomo e dell’assalto che la specie Homo sapiens sapiens sta dando all’ecosistema Terra e a tutti i suoi abitanti. La lista è lunghissima e tragica: di rinoceronti di Sumatra ne sono rimasti meno di mezza dozzina, di delfini di fiume della Cina alcune centinaia. La lince pardina della Spagna meridionale, relegata intorno alla foce del Guadalquivir, ha gli anni contati. Per il rospo dorato del Costarica non c’è più nulla da fare. Di aquile delle Filippine ne sono rimaste forse una decina di coppie. La tartaruga liuto, la più grande tra le specie marine, è sempre più rara da avvistare. La gru americana, 80 esemplari, resiste grazie agli incredibili sforzi dei naturalisti che proteggono sia le aree di nidificazione in Canada che quelle di svernamento, in Texas. La biodiversità, l’insieme di tutte le forme di vita naturale sul Pianeta, se ne sta andando in fumo. Così almeno dicono i massimi esperti del settore: biologi e zoologi di tutto il mondo sono infatti ormai d’accordo con l’inglese Norman Myers, uno dei massimi ecologi, che per primo, negli anni Settanta del secolo scorso, lanciò l’allarme allora inascoltato. «Le specie animali nel mondo» dice oggi Myers «si stavano estinguendo non al ritmo di una all’anno, come si era soliti affermare a quel tempo, ma al ritmo di decine e decine al giorno». Myers presentò i suoi dati alla comunità scientifica internazionale, che allora li accolse con scetticismo. Ma oggi le sue ricerche e le sue statistiche sono condivise e accettate dai ricercatori che in ogni parte del globo si stanno formando il quadro generale delle specie in via di estinzione, di quelle seriamente minacciate, di quelle minacciate, di quelle vulnerabili. un lavoro immenso, quasi massacrante, messo in piedi dall’Iucn, l’Unione internazionale per la conservazione della natura che, assieme al Wwf internazionale, si batte da decenni per la salvaguardia degli ecosistemi naturali più importanti e per le specie a rischio di scomparsa. Così oggi sul sito web della Iucn è possibile avere in tempo reale il quadro della situazione e, specie per specie, conoscere quale sarà il loro destino. Già. Ma quante sono le specie viventi sul nostro pianeta? Perché è così importante che non scompaiano? Quali sono le cause di queste estinzioni, visto che siamo noi umani a provocarle? E cosa è possibile fare per non perdere questo patrimonio di diversità biologica che, stando alle ultime statistiche, potrebbe dimezzarsi entro 50 anni? A tutte queste domande stanno rispondendo gli zoologi, i botanici e i ricercatori di tutti gli enti di ricerca più avanzati. Lo hanno fatto proprio nel settembre scorso a Durban, in Sudafrica, in occasione della conferenza mondiale sui parchi e le aree protette del mondo. Cominciamo allora a inquadrare il problema biodiversità. Nel mondo esistono oggi 1 milione e 700 mila specie viventi conosciute. La precisazione è d’obbligo perché ancora non siamo in grado di sapere l’esatta entità del patrimonio biologico del pianeta. «Non ci sono soldi sufficienti per queste ricerche. Mentre ce ne sono anche troppi per estrarre petrolio, emettere gas serra e inquinanti, distruggere foreste primarie, cementificare il suolo e costruire sempre più grandi megalopoli che rendono impossibile la vita a miliardi di persone» osserva l’americano Paul Ehrlich, professore di scienze biologiche alla Stanford University, uno dei massimi ecologi del pianeta. «Così, aggiunge Ehrlich, «tagliando a fette le foreste vergini di ogni angolo del pianeta, portiamo via piante e animali, soprattutto insetti che non conosceremo mai e che magari, come è capitato di scoprire, posseggono enzimi o cellule che permettono di curare malattie come la leucemia e il cancro. Allo stesso tempo abbiamo prodotto negli ultimi anni decine di migliaia di sostanze di sintesi che non esistevano in natura e le abbiamo mandate in circolo senza verificarne la eventuale pericolosità». L’assalto al mondo naturale è stato compiuto a ritmi forsennati, gli stessi con cui è aumentata la presenza umana sulla Terra. Diecimila anni fa, dopo l’ultima glaciazione, la rivoluzione agricola lanciò l’Homo sapiens alla conquista del pianeta. Allora la popolazione umana, calcolano i demografi, non superava i 300 mila individui. C’erano centinaia di milioni di scimmie sulla Terra. Oggi, con 6 miliardi e 200 milioni di uomini, le scimmie sono tutte in pericolo di scomparire: alcuni lemuri del Madagascar, le microscimmie amazzoniche, quelle delle foreste del Vietnam, i gorilla di montagna, i bonobo del centro Africa, gli oranghi del Borneo e di Sumatra sono sull’orlo della scomparsa. Norman Myers e Paul Ehrlich, ambedue presenti a Roma per un ciclo di conferenze sulla biodiversità organizzata dal Wwf Italia e dal Comune di Roma, non hanno dubbi: «Il disastro riguarda tutto il pianeta. Perché, oltre alle specie nelle liste rosse e che rischiano di scomparire, tutte le popolazioni viventi, a parte l’uomo, si stanno riducendo in numero». Il discorso è chiaro: in pericolo ci sono 1.130 mammiferi su 4.630 conosciuti; 1.186 uccelli su 9.750; 752 pesci su 25.000. E così via fino ad arrivare a 555 insetti sugli oltre 950 mila classificati. Secondo gli scienziati, il tasso di estinzione imputabile all’uomo è circa mille volte superiore al tasso naturale di estinzione che si sarebbe potuto registrare alle condizioni attuali. Ma il problema riguarda anche gli elefanti africani, che nel 1970 erano quasi un milione e mezzo e in trent’anni si sono ridotti di un terzo. Non sono solo i panda maggiori della Cina a rischiare; delle 8 sottospecie di tigri, 3 sono già scomparse e le altre 5, tutte insieme, non arrivano a 7.500 individui. Cosa ha fatto l’uomo di così terribile da portare a un tale disastro? Prima di tutto ha distrutto le foreste. Diecimila anni fa, 8 miliardi di ettari di foreste ricoprivano il pianeta Terra. Oggi il manto forestale si è ridotto a 3,9 miliardi di ettari. E le foreste vergini primarie, cioè intoccate dall’uomo, non superano il 6-7 per cento del totale. La Fao ha calcolato che negli ultimi dieci anni del Ventesimo secolo nei paesi poveri e in via di sviluppo, dove esistono i legni più pregiati, sono stati tagliati 130 milioni di ettari di alberi. Possiamo ipotizzare che molte specie viventi in quelle aree sono scomparse, ma non sappiamo se tra queste ci fossero specie, come la pervinca rosea del Madagascar, una pianta con proprietà antitumorali, capaci di curare malattie oggi inguaribili. Oltre alle foreste l’uomo ha inquinato con pesticidi, diserbanti e agenti chimici, le acque dei fiumi, dei laghi e dei mari, facendo crollare, anche con la pesca industriale, lo stock delle specie ittiche. L’uso industrializzato dell’agricoltura, che impoverisce il terrenno, ha portato alla desertificazione d’immense aree del pianeta. Tutto a danno della biodiversità, fondamentale per noi perché enzimi, cellule e proteine di animali e piante possono, egoisticamente, salvarci. Mentre è in atto questa estinzione globale, si scoprono nuove specie di uccelli e di orchidee, nell’Amazzonia peruviana ad esempio, di gufi, in Australia, di cervi, in Vietnam. Di insetti, dovunque nel mondo. Possibile? «Le foreste tropicali hanno specie diverse: basta spostarsi di pochi metri al loro interno. Se noi arriviamo prima di chi taglia e brucia possiamo trovare animali e piante che non conosciamo. Ma abbiamo i minuti contati per farlo. E non abbiamo fondi» spiega Norman Myers. «Molte delle specie in pericolo si possono ancora salvare» continua Myers. «Ma dobbiamo cambiare rotta, cominciare seriamente a proteggere i loro territori, a tenere sotto controllo l’inquinamento, a ridurre il disboscamento, rendendo i nostri consumi più sostenibili». Ma oggi, inaspettatamente, contro tutta la comunità scientifica si muove un drappello di contestatori: sono i negazionisti che fanno capo al danese Bjorn Lomborg. Loro smentiscono tutto e tutti: riscaldamento del pianeta? Balle. Estinzioni di massa? Mai avvenute. Tutto va per il meglio su questo pianeta. Il problema è che non forniscono dati. Per loro sono solo sbagliati i sistemi su cui è basata la ricerca. E basta. Ma basta veramente? Fabrizio Carbone