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 2004  febbraio 07 Sabato calendario

Il ritiro dei ghiacciai nel mondo? «Ormai i cicli naturali c’entrano poco: la responsabilità è sempre più dell’uomo»

Il ritiro dei ghiacciai nel mondo? «Ormai i cicli naturali c’entrano poco: la responsabilità è sempre più dell’uomo». Secondo Claudio Smiraglia, presidente del Comitato glaciologico italiano, il bilancio è indubbiamente negativo, anche se bisogna dare un senso a questo termine. Durante la lunga storia della Terra, infatti, ci sono già stati numerosi periodi, anche recenti, in cui i ghiacciai erano molto più arretrati di oggi e non per questo è avvenuto il finimondo. Ma per l’umanità del nuovo millennio il ritiro dei ghiacciai può avere forti ripercussioni economiche e sociali. Se tutti i ghiacciai della Terra si sciogliessero, infatti, il livello dei mari si alzerebbe di una sessantina di metri. Ma anche se si sciogliessero solo i ghiacciai alpini, le ripercussioni non sarebbero indifferenti: molte popolazioni si ritroverebbero senz’acqua, senza energia elettrica (là dove la loro fusione riempie le dighe idroelettriche) e non ultimo senza gli introiti legati al turismo. Durante la fase di ritiro, inoltre, i ghiacciai possono incutere paura per i loro improvvisi franamenti e per la formazione di laghi effimeri, che se si svuotano improvvisamente possono provocare paurose inondazioni nelle valli sottostanti. Ma perché questa fase di ritiro così acuta? Innanzitutto non va dimenticato che ci si trova nel mezzo di una fase interglaciale. Circa 10.000 anni fa l’ultima espansione dei ghiacci terminò e forse ora ci troviamo nel momento più caldo del periodo intermedio, poco prima dell’inizio di una nuova espansione glaciale (ammesso che continuino i cicli degli ultimi 5 milioni di anni). Poi vi è la crescita della temperatura (per cause naturali o legate all’attività umana) con pochi precedenti negli ultimi due millenni. Quindi vi è una dilatazione delle stagioni più calde. Negli ultimi anni, infatti, la primavera inizia 15 giorni prima rispetto alla media e l’autunno termina dopo due settimane. Infine il bilancio delle nevicate si è fatto di anno in anno sempre più negativo e le calde giornate primaverili fanno scomparire la neve caduta durante l’inverno, lasciando la superficie di quelli che venivano chiamati i ”ghiacciai eterni” esposti all’insolazione estiva. Ecco la situazione nel mondo là dove il fenomeno è più intenso o più pericoloso per l’uomo. Kilimanjaro (Tanzania-Kenia): è una delle montagne i cui ghiacciai destano più inquietudine. Dal 1962 a oggi lo spessore del ghiaccio si è ridotto di circa 20 m. Dai primi rilevamenti d’inizio ’800 a oggi la lunghezza delle lingue dei ghiacciai si è ridotta del 90%. Se il grande vulcano restasse senza neve e ghiaccio, le conseguenze per gli abitanti della regione potrebbero essere gravissime. Oggi, infatti, oltre a costituire un’attrazione turistica irresistibile per gli alpinisti di mezzo mondo, il ciclico scioglimento dei ghiacci fornisce l’acqua potabile e quella per l’irrigazione dei campi. Secondo la ricercatrice Lonnie Thompson, della Ohio State University (Usa), se l’arretramento dei ghiacciai dovesse continuare come in questi ultimi anni, entro 20 anni essi potrebbero sparire. Himalaya (Asia): il ritiro di migliaia di piccoli e grandi ghiacciai che coprono le più alte montagne della Terra ha avuto come drammatica conseguenza la formazione di centinaia di laghi d’alta quota che potrebbero collassare da un momento all’altro causando catastrofi immani nelle valli sottostanti. Il ”lago effimero” che si formò l’anno scorso sul Monte Rosa è solo un esempio riduttivo di ciò che sta avvenendo in Himalaya. Spiega Surendra Shreshtha, che segue la ricerca per l’Unep: «Abbiamo individuato 20 laghi in Nepal e 24 in Bhutan che sono in condizioni tali che entro i prossimi 5 anni potrebbero rovesciare milioni di metri cubi d’acqua su villaggi abitati da migliaia di persone». Tuttavia, almeno altri 5.000 laghi nelle stesse zone non sono ancora stati studiati in dettaglio: alcuni potrebbero trovarsi in condizioni ancora peggiori. Solo per pochi laghi sono stati messi a punto allarmi sonori per allertare la popolazione se l’acqua dovesse fuoriuscire dai margini. Ande (Sud America): anche qui i ghiacciai si restringono. Il Chalcaltaya, il ghiacciaio boliviano con i più alti campi da sci del mondo, ha perso negli ultimi 10 anni il 40% dei ghiacci. Il Quelccaya Glacier, che tra il 1970 e il 1990 si ritirava al ritmo di 3 m all’anno, negli ultimi 13 anni si è ritirato di 30 m l’anno. Spiega Lonnie Thompson, geologo del Byrd Polar Research Center: «Il Qori Kalis vede scomparire tanto ghiaccio ogni settimana quanto 10 anni fa lo vedeva in un anno e più. Ci si può sedere davanti al ghiaccio e vederlo arretrare». Per le popolazioni andine i ghiacciai sono l’unica fonte di acqua potabile e di energia elettrica. E anche nelle Ande si è fatto evidente il pericolo dei laghi effimeri, che più volte in passato hanno causato la morte di migliaia di persone. In Patagonia la situazione non è diversa. Il ghiacciaio Frias, uno dei principali, ha raggiunto la massima estensione degli ultimi 2000 anni fra il 1640 e il 1660, durante la ”Piccola era glaciale”. Da quel momento e fino al 1850, ha cominciato a retrocedere di 2,5 metri l’anno. Quando è iniziata l’epoca del riscaldamento globale la velocità è passata a 7 metri (1850-1900), a 10 (1910-1940) e infine a 36 (1976-1986). «Ora il ritmo è ulteriormente cresciuto», ha spiegato il glaciologo Ricardo Villalba. Alaska (Usa): la chiamano la ”terra dei ghiacci”, ma potrebbe non essere più così tra pochi decenni. Fino a qualche anno fa il ghiacciaio Columbia, che dall’interno si snoda per decine di km verso il mare, era meta di molti turisti. Arrivavano via mare fin sotto il fronte terminale del ghiacciaio, dove assistevano allo spettacolo del distacco di enormi blocchi di ghiaccio che cadevano nelle acque dell’Oceano. Un fenomeno normale a causa della spinta del ghiacciaio. Oggi questo spettacolo non si può più osservare. Negli ultimi 15 anni il fronte del ghiacciaio si è ritirato di 15 km lasciando davanti a sé una flotta di iceberg che impediscono l’avvicinamento delle navi. Ma mentre in passato il ritiro avveniva lentamente, durante le ultime estati l’arretramento ha toccato punte di 35 m al giorno. Keith Echelmeyer della University of Alaska di Fairbanks ha dati ancora più inquietanti: «L’85% dei ghiacciai dell’Alaska ha subìto un forte arretramento che è iniziato nel 1950. Ma dal 1990 a oggi l’assottigliamento è raddoppiato rispetto ai 40 anni precedenti». L’estate scorsa, poi, si è accentuato un fenomeno ancor più preoccupante: il permafrost (il terreno eternamente ghiacciato all’interno del Paese) ha iniziato a fondere e migliaia di km quadrati di foreste si sono trasformate in paludi. Glacier National Park (Montana, Usa): quando un secolo fa i primi naturalisti esplorarono l’area del grande parco, rilevarono la presenza di circa 150 ghiacciai. Oggi ne sono rimasti 35. Secondo i glaciologi tra 30 anni non ve ne saranno più. Spiega Blase Reardon, un esperto di valanghe che lavora nel parco: «La velocità e la frequenza con cui cadono le valanghe è impressionante. è come avere una poltrona in prima fila alla 500 miglia d’Indianapolis». Groenlandia : s’ipotizzava che, date le dimensioni, i ghiacciai groenlandesi rispondessero lentamente all’aumento della temperatura. Ma le ricerche di Waleed Abdalati, del Polar Program (NASA), dicono che le cose non stanno così. Utilizzando misure ottenute con i GPS, il ricercatore ha messo in luce che la velocità con cui i ghiacciai fluiscono in mare varia da 31 cm al giorno in inverno a 40 cm in estate. Che il peso dei ghiacci li faccia muovere verso l’esterno è un fenomeno noto e naturale, ma nessuno ipotizzava questa velocità di movimento. E Konrad Steffen della University of Colorado ha evidenziato che negli ultimi 22 anni i ghiacciai groenlandesi hanno perso il 20% del volume. Risultato: secondo la Nasa, ogni anno sono immessi in mare 50 miliardi di tonnellate d’acqua. Islanda: la più grande calotta di ghiaccio europea non in aree polari potrebbe scomparire nel giro di un secolo. Lo sostiene il glaciologo Helgi Bjornsson, dell’Università d’Islanda a proposito del Vatnajokull, il ghiacciaio a sud-est dell’Islanda, la cui superficie si abbassa di circa 90 cm all’anno dal 1996. Oggi lo spessore del ghiaccio raggiunge i 900 m, ma la quantità di neve che cade ogni anno è notevolmente inferiore a quella che si scioglie per le elevate temperature estive. Il ghiacciaio è anche sottoposto a un forte calore che proviene direttamente dalla crosta, composta da vulcani, alcuni dei quali sono entrati in attività recentemente. Polo Nord: per i suoi ghiacciai vi sono due dati significativi. Secondo l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente Americana, dalla fine degli anni ’60 a oggi l’estensione della calotta polare estiva occupa una superficie ridottasi dal 10 al 40%. E Ola Johannessen, dell’Istituto di ricerche Nansen di Bergen (Norvegia), dopo uno studio decennale sui ghiacci artici prevede che «entro fine secolo, in estate nell’emisfero Nord i ghiacci polari spariranno totalmente, per tornare solo in inverno». Già oggi l’estensione della calotta in estate si riduce di un milione di km quadrati, più di 3 volte la superficie della penisola italiana. Antartide: i pareri sono contrastanti. Se si pensa ai giganteschi iceberg che negli ultimi anni si sono staccati dal continente (uno ha liberato in mare 720 miliardi di tonnellate di ghiaccio) verrebbe da pensare che questo possa essere il destino dell’Antartide se continuerà il riscaldamento in atto. Ma altre ricerche ridimensionano il fenomeno. David Vaughan del British Antarctic Survey ha condotto una ricerca sulla regione Wais (West Antarctic Ice Sheet) da dove si sono staccati gli iceberg e dice: «Vi è solo il 20% delle possibilità che la regione collassi completamente entro i prossimi 200 anni». La Wais, che contiene circa il 13% di tutto il ghiaccio antartico, si era già sciolta del tutto circa 120.000 anni fa, quando la temperatura dell’area era di 7-8 °C superiore a oggi. Dunque, il timore che il fenomeno possa ripetersi non è del tutto ingiustificato. Anche se in quest’area l’aumento della temperatura terrestre sembra più significativo che altrove, la possibilità di uno scioglimento globale in breve tempo sembra comunque improbabile. Ciò vale anche per il resto dell’Antartide, in quanto le temperature sono ancora notevolmente sotto zero: ci vorranno secoli (ammesso che la temperatura prosegua a salire con il ritmo di oggi) prima che tutti i ghiacci del Polo Sud si sciolgano in maniera preoccupante. Mario Torre