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 2004  febbraio 07 Sabato calendario

Se siete particolarmente ansiosi, potrebbe semplicemente essere colpa di un gene. Un gruppo di ricercatori britannici coordinati da Marcus Munafo, psichiatra presso l’Università di Oxford, in Gran Bretagna, ha recentemente isolato il gene 5-Httlpr che regola il trasporto della serotonina, il principale neurotrasmettitore associato alle sensazioni di benessere: il gene, quando presente nella sua versione ”corta”, cioè mutata, può aumentare addirittura del 10% il rischio dell’insorgenza di disturbi d’ansia

Se siete particolarmente ansiosi, potrebbe semplicemente essere colpa di un gene. Un gruppo di ricercatori britannici coordinati da Marcus Munafo, psichiatra presso l’Università di Oxford, in Gran Bretagna, ha recentemente isolato il gene 5-Httlpr che regola il trasporto della serotonina, il principale neurotrasmettitore associato alle sensazioni di benessere: il gene, quando presente nella sua versione ”corta”, cioè mutata, può aumentare addirittura del 10% il rischio dell’insorgenza di disturbi d’ansia. Il risultato è di quelli che lasciano il segno: la speranza è che, con l’aiuto del profilo genetico di questo disturbo, si possano presto mettere a punto farmaci più efficaci e con meno effetti collaterali. Il costo sociale dell’ansia è altissimo: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità colpisce due persone su dieci e si sta registrando una vera esplosione di pazienti nell’arco dell’ultimo ventennio. Giovanni Cassano, medico psichiatra e responsabile del dipartimento di Psichiatria e neurobiologia dell’Università di Pisa, sostiene che «l’obiettivo della ricerca è ridurre lo spettro dei geni coinvolti, ma la verità è che l’ansia, come la depressione e altre patologie psichiche, è determinata da molti geni insieme, che lavorano tutti come la combinazione di una grande cassaforte». Oltre al coinvolgimento dei geni, che controllano enzimi e sistemi funzionali concatenati tra loro, ci sono fattori organici e ambientali. «Non tutti i membri di una famiglia geneticamente predisposta all’ansia risultano effettivamente ansiosi» osserva Cassano «perché le influenze dell’ambiente sono diverse. Per esempio mangiano cose diverse e vivono vite diverse. Questa patologia è favorita da sostanze stupefacenti, cortisone, antibiotici, alcol, anoressizzanti. Inoltre diversi tipi di cancro, come quello al pancreas, e in più anemie, linfopatie, leucemie possono esercitare influenze dirette sullo sviluppo di disturbi psichici». Chiariamo di cosa stiamo trattando: nel nostro cervello la paura attiva una serie di circuiti neurologici, per permetterci di reagire a eventi improvvisi come la macchina che ci viene incontro mentre stiamo per attraversare la strada. In questo senso si parla anche di ansia difensiva o normale. L’ansia patologica invece consiste nell’attivazione degli stessi meccanismi cerebrali, anche in assenza di una minaccia esterna. come un allarme che scatta a vuoto perché la reazione può essere scatenata da una situazione che percepiamo come difficile, ma che è in realtà innocua, o anche da un semplice ricordo, certe volte così vago che il soggetto fa fatica a descriverlo. Quello della paura è un ”sistema di allarme” fisiologico indispensabile per la nostra sopravvivenza, ma nel caso dell’ansia l’allarme suona senza che vi sia nessun reale pericolo. E invece di favorire l’adattamento della persona all’ambiente, lo può peggiorare fino a rendere necessario un intervento terapeutico. Un tempo i cosiddetti ”disturbi d’ansia” erano catalogati dai clinici tra le nevrosi. Oggi l’ultima edizione del ”Diagnostical and statistical manual of mental disorders” il manuale diagnostico-statistico universalmente riconosciuto, distingue tra disturbi d’ansia generalizzata, attacchi di panico, disturbi ossessivo-compulsivi, fobia specifica, fobia sociale e disturbo post-traumatico da stress. Ma cosa succede esattamente nel cervello quando un soggetto viene assalito da una crisi d’ansia? Più o meno quello che capita ogni volta che riceviamo uno stimolo particolare dall’esterno. «Così come la corteccia visiva, stimolata elettricamente, ci fa percepire una visione di luce, e quella uditiva costruisce i suoni, allo stesso modo, l’amigdala, uno dei corpi profondi dell’encefalo, posto sotto altalamo, genera le emozioni» spiega Piergiorgio Strata, neurofisiologo presso l’Università di Torino «tutte le nostre percezioni hanno una componente strettamente sensoriale e una emotiva che può risultare piacevole o spiacevole. Nel caso dell’ansia, come nel caso della semplice paura, la nostra percezione è evidentemente spiacevole e l’amigdala è esattamente il centro di smistamento di questo genere di emozione». A lei, infatti, vengono mandati i ricordi e le informazioni necessarie alla realizzazione di questo meccanismo di difesa, perché è così che va intesa l’ansia in condizioni normali. «Pertanto» prosegue Strata «se vengo rapinato e incontro lo stesso malvivente una seconda volta, o mi trovo in una situazione palesemente analoga, l’amigdala riceve informazioni d’archivio dall’ippocampo e fa scattare l’allarme, mettendo in atto una vera e propria prevenzione, a partire dal tronco dell’encefalo fino ad arrivare alle reazioni visibili, come tremore, aumento delle palpitazioni, contrazione muscolare». Il meccanismo innescato dall’ansia patologica è identico. Cambia soltanto l’attivazione, che non è più legata a un evento realmente e oggettivamente temibile. «In una situazione di malattia» spiega ancora Strata «il circuito nervoso corteccia-talamo-amigdala non funziona adeguatamente e si attiva più rapidamente a partire da una soglia molto più bassa. Questo significa che basta uno stimolo banale o distorto e non una memoria precisa per allarmare il sistema e provocare le reazioni della paura». Capire perché questo accada rimane una delle sfide più ambiziose della neurologia. Una delle ragioni è riconducibile al Gaba (acido gamma amminobutirrico), un neurotrasmettitore che inibisce la trasmissione degli impulsi nervosi al punto che, se la sua concentrazione nelle cellule dell’encefalo è troppo bassa, si ha un sovrafunzionamento dell’amigdala e un conseguente innalzamento del livello d’ansia. Anche il cervelletto è coinvolto nella gestione della memoria dell’ansia. In uno degli esperimenti più famosi nello studio dei meccanismi della paura compiuti da Joseph E. LeDoux, direttore del centro di studi neurologici dell’Università di New York, mediante sistemi di condizionamento pavloviano, è stato insegnato ad alcuni gruppi di topi che, in corrispondenza di un suono improvviso, la loro gabbia subiva un’elettrificazione. Dopo poche ripetizioni i topi associavano stabilmente il suono al sopraggiungere della scossa e, anche in assenza di scossa, udendolo, si immobilizzavano e la loro pressione sanguigna saliva. Ciò significava che avevano memorizzato la paura. Nel nostro cervello esisterebbero quindi due percorsi attraverso i quali gli stimoli esterni possono raggiungere l’amigdala: passando attraverso la corteccia, che li filtra e distingue i veri pericoli dai falsi allarmi, e direttamente all’amigdala che, senza andare tanto per il sottile, innesca una risposta rapida e immediata. Ciò che i ricercatori non hanno ancora chiarito è come mai in alcune persone le risposte dell’amigdala arrivino troppo presto come nel caso dell’ansia patologica. La buona salute dell’amigdala sembra molto importante perché l’organo si attivi solo se e quando è veramente indispensabile, ma apparentemente in alcune persone c’è come una valvola che rimane aperta, generando così uno stato di ”iperallerta” continua. E quando si superano certi livelli di intensità, nel tentativo di organizzarsi e rendere meno fastidiosa quella sensazione di pericolo, una delle modalità consiste nell’organizzare l’ansia con ulteriori meccanismi di difesa. Si originano così le varie forme di disturbi d’ansia: la fobia, il disturbo post-traumatico da stress, le compulsioni e le ossessioni, i disturbi somatoformi. In questi casi un intervento terapeutico si rende necessario. «L’importante è la consapevolezza» osserva Piero Parietti, presidente della Società italiana di medicina psicosomatica, «perché l’ansia non è da considerarsi solo in maniera negativa: sei ansioso, distraiti, vai in ferie; stai male, piglia l’antidepressivo, vedrai che ti passa.  anche un fenomeno positivo e vitale, che può spingere il soggetto a cercare un nuovo equilibrio tra le componenti interne e quello che l’ambiente esterno gli dà. necessario capire, più che agire. Ansia e panico possono significare: così non va più bene, cambia strada. Bisogna solo avere il coraggio di farlo». Non è necessario essere asceti o vivere in Tibet, anzi è inutile importare modelli di comportamento che non si adatteranno mai alle nostre abitudini quotidiane. Partiamo proprio dalla nostra vita: se siamo a casa e qualcuno suona alla porta, il cento percento di noi chiede ”Chi è?” o comunque non fa finta di nulla, come se nessuno avesse suonato. Perché reagiamo così se qualcuno bussa da fuori e non ci comportiamo allo stesso modo quando qualcosa bussa da dentro? Se un campanello suona, ci deve essere per forza un chi o un cosa che provoca il trillo. Per luogo comune, l’ansia è di solito assimilata allo ”stress” per il lavoro, il conto in banca, il traffico e il matrimonio; si usano espressioni come ”situazione stressante”, ”sono sotto stress”, fino a ”Che stress!”, come semplice esclamazione. «Oggi parliamo di stress in continuazione, come se fosse allo stesso tempo la malattia del secolo e un compagno abituale», rileva Riccardo Telleschi, presidente della Società italiana di psicologia clinica e psicoterapia, «ma clinicamente l’equazione tra ansia e stress non ha nessun significato. Lo stress è una reazione di disagio a uno stimolo proveniente dall’esterno. Essere incolonnati in centro crea stress, non ansia, così come la disoccupazione o un professore molto rigido. L’ansia è invece un tentativo di adattamento che, se fallisce, può diventare una vera e propria patologia. sostanzialmente un problema personale che viene da dentro, non dall’esterno». L’accostamento tra ansia e stress è però sempre più frequente: si va dal medico a chiedere qualcosa per l’ansia o in erboristeria per una tisana antistress, ci si fa massaggiare per eliminare la tensione e si va in vacanza perché è stato un anno pesante. In altre parole, allontanandosi dal concetto clinico di ansia, si sconfina in un’accezione del termine che descrive una vera e propria malattia collettiva. I numeri però parlano chiaro: secondo il Centro per il controllo dei disturbi mentali statunitense nelle società occidentali 2 persone su 10 soffrono di un qualche tipo di disturbo legato all’ansia: da panico (1,7%), a disordini ossessivo-compulsivi (2,3%), ansia generalizzata (2,8%), stress post-traumatico (3,6%) e fobie sociali (8%) più o meno marcate. «Il problema è che un secolo fa l’individuo nasceva, cresceva, aveva progetti di vita precisi», osserva il professor Sabino Acquaviva, sociologo presso l’Università di Padova, «mentre oggi le nostre idee si sono diversificate e sono assai più confuse». «Un’altra ragione delle grandi cifre dell’ansia è sicuramente la crisi delle grandi religioni. Una volta esistevano orizzonti comuni che apparivano immutabili. Buddismo, cristianesimo, e in parte anche l’Islam, portavano con sé alcune tecniche di rasserenamento e di meditazione. Oggi tutte patiscono invece un profondo stallo e i momenti di raccoglimento e riflessione si sono frammentati in attività ludiche, come lo yoga o il training autogeno, praticate da una ristretta nicchia di popolazione. Oggi la maggioranza della popolazione del pianeta è a metà del guado: non sa se affogherà o arriverà dall’altra parte». Come se non bastasse, quella delle terapie è una vera e propria giungla. Le benzodiazepine come il Valium possono dare buoni risultati in caso di crisi acute, ma a lungo andare provocano forti effetti collaterali e raramente alleviano la depressione che spesso accompagna gli stati di ansia. I farmaci che aumentano l’effetto della serotonina, il principale neurotrasmettitore che svolge un’effetto calmante sull’amigdala, hanno dato buoni risultati sia nel trattamento della depressione che dell’ansia, ma la loro efficacia varia enormemente a seconda del paziente. Per altri la terapia migliore nel lungo periodo è rappresentata dalle psicoterapie, in particolare quelle cognitivo-comportamentali, che insegnano all’individuo a elaborare le sensazioni che provocano ansia e a distaccarsene come se si trattasse di un’immagine vista alla tv. «Il problema dell’ansia non è solo il fatto che ci siano più geni coinvolti», osserva Xavier Estivill, direttore del Centro di ricerca medica di Barcellona, in Spagna, «è che a livello neurologico ci sono più meccanismi che attivandosi danno effetti analoghi». Estivill ha infatti analizzato più di 300 persone che soffrivano di panico per scoprire che più dell’90 per cento era portatrice di una duplicazione di una particolare regione del Dna sul quindicesimo cromosoma. Non solo, in un gruppo di controllo di 189 volontari che non soffrivano di nessun disturbo d’ansia solo 14 erano portatori di quella particolare anomalia genetica. Purtroppo però, nonostante il lavoro di Estivill sia stato condotto nel migliore dei modi e abbia meritato la pubblicazione sulla prestigiosa rivista ”Cell”, gli altri laboratori che studiano questi disturbi non sono riusciti a replicare i risultati. Oggi Estivill sta lavorando su un gruppo di topi da laboratorio che esprimono vari geni della regione che ha individuato e, anche se è molto riservato sui dati ammette che ci sono esiti incoraggianti e che alcuni topi cominciano a dimostrare atteggiamenti di panico molto accentuati. Quello che è certo è che il quadro delle cause dell’ansia si fa ogni giorno più preciso e la speranza di poter presto avere trattamenti migliori per i pazienti è sempre più vicina. Alessandro Calderoni