Varie, 4 febbraio 2004
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Schnabel Julian
• New York (Stati Uniti) 26 ottobre 1951. Pittore. I suoi lavori sono grandi ritratti neoespressionisti, collage tra astrazione e figurazione, sculture in materiali eterogenei. anche regista: Basquiat, 1996; Prima che sia notte, 2000 • «Il 10 settembre 2001, la giornalista americana Barbara Koppel e una troupe televisiva della Hbo andarono a intervistare il pittore Julian Schnabel, nella sua casa di Montauk, a Long Island. Era l’ultimo appuntamento del progetto per un documentario sugli Hamptons, ritiro privilegiato dei newyorkesi che possono e che contano. Davanti alla cinepresa, Schnabel fra le altre cose raccontò alla Koppel del sogno o meglio dell’incubo di qualche giorno prima. Ricorda l’artista: ”Ero su un aereo, che si schiantava contro un grattacielo. L’impatto mi fece svegliare di colpo e mi precipitai sconvolto nella stanza di mio figlio Cy per dirglielo”. Il giorno dopo l’intervista, l’11 settembre, la realtà superò ogni immaginazione, la Storia del mondo prese un’altra direzione e il documentario sugli Hamptons divenne un oggetto di culto, proprio grazie a quella profezia, filmata meno di ventiquattr’ore prima: ”Non so se ho visto il futuro, ma è quello che ho sognato e mi ha fatto molta paura”. Qualcuno, vedendo il filmato, si ricordò anche di un quadro dipinto da Schnabel nel 1998, Domingueros en la Plaza de la Revolucion . E, col senno di poi, non fu difficile trarne l’impressione delle rovine di un edificio, alimentando così ulteriormente il mito di un artista in anticipo sui tempi. Sono 25 anni che Julian Schnabel non smette di sorprendere estimatori e critici, prendendoli spesso in contropiede, deludendone in meglio o in peggio le aspettative, giocando in modo spregiudicato, ma sempre con successo, con altre forme dell’espressione artistica. Passando per esempio dalla pittura alla scultura, per approdare anche al cinema alla metà degli anni Novanta. Come autore di testi e come regista. Dapprima con Basquiat , dove raccontava vita e morte di un collega e amico, il pittore Jean Michel Basquiat. E poi, nel 2000, con Before Night Falls , storia dello scrittore cubano Reinaldo Arenas, morto suicida a New York, premiata quell’anno al Festival di Venezia con il Premio speciale della giuria e la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Ma Schnabel rimane in primo luogo un pittore. Mr. Big, come ebbe a definirlo una volta il ”Sunday Times”, dove il riferimento ne abbracciava le dimensioni dei quadri, mai più piccoli dei due metri di lato; la stazza fisica e lo smisurato appetito; le idee, visionarie fino alla megalomania; lo stile di vita, sempre generoso e principesco, accanto alla bellissima moglie basca, Olatz Lopez Garmendia. ”La pittura è la mia natura, attraverso di essa io vedo il mondo” spiega [...] Se uno chiede a Schnabel di spiegare il suo stile e le caratteristiche essenziali della sua pittura, lui scrolla le spalle: ”Non ho un marchio, una cifra riconoscibile. Non mi è mai riuscito di realizzare un lavoro che in qualche modo si collegasse a uno precedente. Lo stile per me è solo il vantaggio supplementare dell’intenzione e dell’azione conclusa”. un fatto che, per la gioia o la disperazione di critici e galleristi, abbia sempre oscillato tra l’astratto e il figurativo, i colori fortissimi e le tinte smorte, i dettagli e i campi lunghi. Quanto ai materiali, nulla è mancato nei quadri di Schnabel: olio, cera, resina, plastica, stampa, piatti rotti, legno, velluto e stracci. I suoi modi di procedere nel processo creativo dicono molto. Schnabel è capace di comprare le tele dai camionisti (nel senso di quelle che servono a coprire i carichi) e poi va a stenderle nella giungla, fra due alberi, per lavorarci sopra. Vede nel golfo del New Mexico la vela di una barca di nome Jane? Schnabel l’acquista, la squaderna e impiega olio, resina e gesso, per farne un’opera dedicata a Jane Birkin. Oppure il suo grande amico Lou Reed, leggenda del rock che lo ha accompagnato a Francoforte per l’occasione, fa cenno di abbassarsi mentre Julian tenta di aprire la cappotta del suo fuoristrada? ”Perché ti abbassi?” gli chiede Schnabel. ”I always liked to think of myself taller”, mi è sempre piaciuto credermi più alto di quello che sono, risponde quello: inutile dire che la frase diventa l’elemento centrale di un quadro. ”Schnabel non è tanto interessato al significato più profondo, quanto alla potenzialità della frase in quanto catalizzatrice di sentimenti, parte di una storia, sintesi di emozioni e ricordi” spiega Max Hollein, direttore della Schirn. E molto dell’uomo e dell’artista dicono anche le sue risposte feroci alle critiche, che per la verità mal sopporta. Alle ricorrenti profezie di morte della pittura, per esempio, Schnabel, parafrasando Keynes, ama rispondere: ”Tante persone hanno parlato per così tanto tempo della morte della pittura, che nel frattempo la maggior parte di esse sono morte”» (Paolo Valentino, ”Corriere della Sera” 3/2/2004). «’Non voglio nessun marchio e non ho trovato nessuno schema che mi possa rappresentare”. Forse ingenuamente Julian Schnabel è rimasto convinto, negli anni, di questa asserzione ma la sua arte e la scia di successo che si lascia alle spalle l’hanno prontamente smentito. Perché le sue opere sono facilmente riconoscibili e soprattutto un ”logo” c’è, è autoreferenziale, intriso di una soggettività in rivolta contro il concettualismo, infine, rimanda all’America, ai suoi interstizi metropolitani e a un postmodernismo con cui le generazioni che hanno cavalcato gli anni Ottanta hanno fatto comunque i conti, nel bene e nel male. Così, questo artista nato a New York (Brooklyn) nel 1951, che giovanissimo spedì le diapositive dei suoi lavori dentro a un sandwich per essere ammesso al Whitney Indipendent Study Program (’volevo essere sicuro che le guardassero”), ha scelto la strada di una immediatezza pittorica che distruggesse l’oggetto in un patchwork di elementi, facendo di un quadro (spesso dalle dimensioni gigantesche, fino a sei metri) la superficie-calamita di readymade come corna di cervo e cocci di piatti rotti (quanto è grande qui il debito al suo amatissimo Gaudì studiato a Barcellona nel 1978). Il tutto in un vocabolario di segni ridotto, affrontati d’istinto in un impeto gestuale che privilegia la materia e la corposità e insieme ne provoca una irriversibile erosione. Julian Schnabel, artista, musicista e cineasta (suo Basquiat e Before Night Falls, premio della giuria a Venezia del 2000 [...] Nonostante l’eccessiva grandezza di molti suoi lavori l’attenzione ossessiva è tutta verso il dettaglio, il frammento. Anche quando di mezzo c’è la figura umana, sia essa ”destrutturata” a colpi di piatti rotti o accecata da buchi di colore (Chinese Painting), Schnabel compie sempre delle prove tecniche di disidentificazione. Così la ragazza collegiale che accoglie i visitatori alla Mostra d’Oltremare, censurata nello sguardo e nella preveggenza, ha un sapore di ottusità che la trasforma in un manichino e la priva dell’anima. Oppure, c’è alla ribalta la finzione degli stereotipi etnici del ”moro” che si contaminano con brandelli di materiali dal vero, pelli ad esempio, in una composizione postcoloniale instabile e angosciante. Il dettaglio non satura lo spazio ma al contrario lo svuota, lascia aperti possibili sviluppi futuri, l’incompiuto è il dominio dell’immaginazione. E ogni opera di questo artista è la messa in scena di una personalità che fabbrica la sua realtà e lo fa attraverso una serie impressionante di rimozioni. Prima fra tutte, la storia recente, cancellando referenti artistici e tracimando energia in espansione, appropriandosi di territori già battuti e dando in offerta sacrificale ”brani” altrui. Julian Schnabel ha una capacità prodigiosa di rimixare gli elementi con l’handicap che nessun particolare da lui utilizzato risulta inatteso al visitatore. La sua iconografia pesca tra simboli cristiani e pagani e finisce per essere una versione volutamente pacchiana dell’idea di dipinto. L’artificio, questo va detto, è scoperto e gli strumenti della seduzione sono svelati tutti. San Sebastian - così ama autoritrarsi Schnabel - è un ragazzo infarcito di nozioni mal digerite, non un neo-espressionista come viene etichettato spesso ma un ”post” e basta. [...]» (Arianna Di Genova, ”il manifesto” 9/12/2004).