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 2004  febbraio 04 Mercoledì calendario

Barbaro Guido

• Foggia 23 gennaio 1936, Torino 2 febbraio 2004. Giudice. «Divenne celebre come presidente della Corte d’assise che condannò il nucleo storico delle Br e, successivamente, i terroristi che sparsero sangue innocente a Torino, ferendo e uccidendo decine di persone che per gli assassini avevano un’unica colpa: indossare una toga, una divisa delle forze dell’ordine, la tuta di capetto in fabbrica, la giacca di funzionario o dirigente industriale. Parliamo di una stagione terribile e remota, del biennio ’76-’78 quando Curcio, fondatore delle Brigate rosse, e il suo gruppo sedettero sul banco degli accusati, dentro la gabbia costruita nell’aula bunker ricavata in una ex caserma. Giudizio tormentato in una città militarizzata dai posti di blocco, attraversata dall’incessante ululare delle sirene delle pattuglie di polizia e carabinieri, incupita dalle minacce di morte dei terroristi. Non erano minacce a vanvera: il presidente degli avvocati subalpini, Fulvio Croce, venne ucciso da un commando Br mentre si tentava di formare la giuria popolare; il maresciallo della questura, Rosario Berardi, fu trucidato, sempre dagli stessi furiosi, la mattina della prima udienza. Ce ne volle per trovare sei coraggiosi che accettassero di indossare la fascia tricolore di giurato popolare, Barbaro riuscì a condurre il procedimento fino alla sentenza di condanna. Un’impresa, comprensibile solo se ci rapportiamo al clima di quei tempi con molti intellettuali che più o meno apertamente solidarizzavano con i soldati dell’eversione e Leonardo Sciascia lanciava il proclama ”Né con lo Stato né con le Brigate rosse”. Sempre tranquillo, giocherellando con l’amato sigaro, mai rinunciando al sorriso, all’ironia usata per stemperare la tensione, Barbaro compì in aula un miracolo: dialogare con Curcio e i suoi visionari, aprendo così uno squarcio di comprensione su quel mondo alieno, e alienato, che erano le Brigate rosse. Indifferente alle promesse di morte, ”Presidente, noi spariamo alla toga come simbolo, se poi dentro la toga c’è lei peggio per lei”, usando il bastone e la carota, portò a termine il processo più difficile della storia italiana. Con la stessa strategia, tre anni più tardi, concluderà anche il giudizio contro gli oltre cento terroristi sgominati grazie alle confessioni del pentito Patrizio Peci. Però, nella lunga carriera di presidente dell’Assise, Barbaro non pronunciò sentenze solo sugli apostoli della lotta armata. Parricidi, uxoricidi, mafiosi, rapitori e rapinatori, l’intero libro della malvagità umana ha letto il giudice galantuomo. Ma, è naturale che il suo nome, i 47 anni trascorsi al servizio dello Stato saranno ricordati soprattutto per i procedimenti contro le Brigate rosse. Dei quali, Barbaro ha sempre parlato poco, malvolentieri ”Il silenzio è la cosa migliore... non rivelerò mai se ebbi paura... il verdetto contro Curcio e banda, cioè contro chi non voleva essere giudicato e per questo giunse ad ammazzare, fu aspramente criticato dallo Stato, non piacque che avessi concesso la parola agli imputati... Rognoni, ministro dell’Interno, espresse irritazione perché alcuni accusati furono condannati a pene lievi”. Sulle nuove Brigate rosse ”non bisogna dire nulla, sennò si rischia di propalare fesserie”. Sul fenomeno di tanti visionari che, dopo aver assassinato gente inerme, adesso vanno in tv a concionare, scrivono libri, collaborano a giornali, Barbaro sospirava: ”Che cosa vuole? la caducità delle cose umane. Ieri sul banco degli imputati per reati gravissimi, oggi s’atteggiano a professoroni, fanno gli storici, non hanno perduto la vocazione a insegnare al mondo come ci si deve comportare, che cosa si deve fare. Per fortuna che adesso almeno lo fanno con la parola, la penna e non più con il mitra”. Appena in pensione, il magistrato accettò l’invito del Comune, divenne difensore civico ”soprattutto per la passione del lavoro, del fare. Chi si ferma è perduto, se me ne stessi con le mani in mano rinseccherei in un lampo. Eh sì, il processo mi manca, mi mancherà. Non credo di aver commesso grossi errori, Certo, ne avrò fatti, però non me sono accorto. Un errore fu pensare alla massoneria, il mio nome era nelle liste della P2 ma io non fui mai affiliato tant’è che il Csm mi assolse”» (Claudio Giacchino, ”La Stampa” 3/2/2004).