Filippo Ceccarelli, "La Stampa" 3/2/2004, pagina 10., 3 febbraio 2004
Ma da quando in qua gli attori danno corpo, voce e priorità ai problemi sociali, e lo fanno accumulando su di sé, fiction dopo fiction, una tale abbondanza di consenso da poter esercitare non solo un ruolo politico, ma addirittura una sorta di magistero morale? Al problematico interrogativo la risposta può suonare altrettanto opinabile
Ma da quando in qua gli attori danno corpo, voce e priorità ai problemi sociali, e lo fanno accumulando su di sé, fiction dopo fiction, una tale abbondanza di consenso da poter esercitare non solo un ruolo politico, ma addirittura una sorta di magistero morale? Al problematico interrogativo la risposta può suonare altrettanto opinabile. E dunque: tale sovraccarico di compiti si realizza forse quando gli attori vengono clamorosamente scambiati con i personaggi che essi interpretano. O almeno: da questo particolare punto di vista Lino Banfi, più che un caso, è un fenomeno. Nulla che possa essere paragonato con figure di attori, pure assai significativi sul piano della vita pubblica, come Sabina Guzzanti, Dario Fo o Roberto Benigni. E tanto per incominciare: a differenza di Benigni, Fo e Guzzanti, Lino Banfi non si chiama Lino Banfi, ma Pasquale Zagaria. Ma questo nome d’arte, pare suggeritogli da Totò, sempre più spesso si evolve gloriosamente nell’identità dominante del nonno bipartisan della Repubblica. Detto altrimenti: più che un attore, maturatosi e affinatosi fino al punto di mettere in scena una naturalezza che con qualche azzardo potrebbe avvicinarsi perfino a quella del grande Eduardo, Banfi è oggi una delle pochissime figure sopra le parti. Un’autorità pontificale e a tratti perfino miracolistica, un super-personaggio, un’icona indiscutibile, una specie di santo della società degli spettacoli. Ma non è così semplice, perché Banfi lo è divenuto, poco a poco, dopo essere stato prima una macchietta dialettale («Porca puttena», «checchio», «Madonna sentissima») e poi un’incarnazione della commediaccia trash, debitamente scollacciata e disimpegnata. Colui che aveva sconfitto Carotenuto e mortificato Alvaro Vitali nell’atto di spiare Edwige Fenech dal buco della serratura. Davvero un incredibile destino. Ieri «ricchione» barese o bidello infoiato ne La liceale nella classe dei ripetenti (ma sono dieci i film della «serie scolastica», da L’insegnante va in collegio a La ripetente fa l’occhietto al preside). Oggi GoodWill Ambassador dell’Unicef, pubblicamente lodato dalla signora Franca Ciampi e predicatore a Porta a porta sui temi controversi dell’adozione. Un altro po’ e potrebbe diventare sul serio in odore di senatore a vita. Ora, è vero che il mondo dello spettacolo è fortunatamente imprevedibile. E certo Banfi, nato ad Andria ma cresciuto a Canosa di Puglia, figlio di agricoltori e seminarista assai dubbioso, ha calpestato qualsiasi palcoscenico: fotoromanzo, radio, sceneggiata napoletana, avanspettacolo, cabaret, film di serie A, B e C, fino a Domenica in. Ha fatto la spalla a Noschese, Franco e Ciccio, a Montesano, a Villaggio. Dall’Esorciccio a L’onorevole con l’amante sotto il letto passando per Lisa dagli occhi blu; dai filmetti proto-sexy a base di docce al genere da caserma (tipo La soldatessa alle grandi manovre o La dottoressa ci sta col colonnello), dello spettacolo Banfi ha sperimentato i fondali più ineffabili. E tuttavia, o forse proprio per questo, l’altezza che gli si riconosce oggi, quel suo stare sopra la mischia amato e lodato da tutti, ecco, più che di una semplice metamorfosi sembra il frutto di una indicibile purificazione. L’ultima sua fiction per RaiUno, Raccontami una storia, è stata seguita domenica sera da 6 milioni e 555 mila telespettatori. Non ha vinto la sfida con Elisa di Rivombrosa, Canale5. Ma la popolarità del nonno dà l’idea di aver travolto quella di qualsiasi altro rivale. Ci facciano un pensierino, i potenti della politica e dell’economia. Ne Il medico in famiglia (tre serie e la quarta che si sta cominciando a girare in questi giorni) Banfi era Nonno Libero ed era comunista. Gli autori gli avevano messo l’Unità in tasca e per questo si levò un tale parapiglia di polemiche da fare impallidire la vicenda della statua di Moro, anch’egli raffigurato con l’Unità in tasca. Non solo, ma quando il governo Amato ottenne che Nonno Libero facesse uno spot gratis per reclamizzare (si disse in realtà: per far conoscere) certi provvedimenti varati a favore della famiglia, be’, protestò Berlusconi in persona. Nessuno meglio e prima del Cavaliere aveva capito che, attraverso Banfi, il centrosinistra puntava al suo stesso pubblico, o elettorato che dir si voglia. E saranno pure valutazioni che lasciano il tempo che trovano, ma un sondaggio di Datamedia, pubblicato dal Giorno nel novembre del 2000, calcolò che lo spot di Zagaria-Banfi-Nonno Libero aveva il potere di spostare qualcosa come un milione e seicentomila voti. Ora, a parziale riequilibrio, Nonno Libero è diventato Salvatore. Ma soprattutto, invece che un pensionato comunista delle Ferrovie, con un governo di centrodestra gli autori hanno voluto che Banfi fosse un colonnello dell’Aviazione, nonché meteorologo televisivo, per quanto sempre in pensione. In omaggio all’inestricabile nodo che tiene avvinte fiction e realtà, la prima visione dell’ultimo serial si è tenuta nel Palazzo dell’Aviazione, alla presenza del Capo di Stato Maggiore dell’Arma Azzurra. C’erano anche la moglie del Presidente della Repubblica, il ministro Prestigiacomo, la presidente della Rai Lucia Annunziata, il direttore di RaiUno Fabrizio Del Noce. E a rileggere i dispacci delle agenzie, si è trattato di una esperienza catartica, nel senso che alla fine tutti hanno pianto, compreso Banfi. Il soggetto ruotava attorno alle peripezie incontrate nell’adozione di una bimba ucraina. Tema assai emotivo e dunque impatto garantito. Rapporto con la vita vero, invece, sacrificato alle esigenze sceniche: tanto che la Prestigiacomo ha sentito la necessità di chiarire che si trattava «di un’opera di fantasia», che le procedure, i tempi, i percorsi erano «romanzati» e comunque non rispecchiavano la realtà. Di questo, sia ben chiaro, sarebbe ingiusto dare la colpa a Lino Banfi. Ma anche perché gli attori, in fondo, sono attori. E caricarli di responsabilità politiche e civili, dopo tutto, significa fare un torto alla loro stessa arte e un po’ anche alla loro virtù.