Varie, 3 febbraio 2004
Tags : Gentry Lee
Lee Gentry
• 1942. Scrittore • «Ha scritto libri con Arthur C. Clarke, ma le sue giornate sono governate dal ritmo della Nasa. È ingegnere capo al Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, un luogo dove la creatività è quotidiana per riuscire nelle imprese più ardue del nostro tempo, quelle delle spedizioni interplanetarie. Qui, ora, è alle prese con il Pianeta rosso ed è tra i supervisor che seguono le mosse dei nuovi robot scesi all’equatore marziano. “Negli anni Settanta mi occupai delle sonde Viking sbarcate lassù per cercare tra le sabbie rossastre tracce di vita — racconta — . Era la prima volta che si tentava, non ci riuscimmo. Il fallimento, però, ci indicò la strada giusta, quella dell’acqua che ora seguiamo”. Poi è “volato” su Giove con Galileo che ha trasmesso suggestioni su possibili forme viventi, forse nascoste nei mari ricoperti di ghiaccio della luna Europa. “Sì, i robot della mia esistenza hanno sempre avuto a che fare con la biologia, con l’esistenza aliena. Del resto — prosegue — proprio il fascino degli extraterrestri mi ha guidato sin da bambino verso le concrete aspirazioni degli ingegneri spaziali, la mia realtà”. Accadde però, intorno alla metà degli anni Ottanta, che Gentry Charles Lee, nelle sue serate, coltivasse un sogno diverso: scrivere una storia dove la scienza diventava fantascienza, e il suo mondo un altro mondo. “Non riuscii a pubblicarla”. [...] Dalla Nasa se ne era andato, ma gli hanno chiesto di tornare, lui ha accettato. E anche per la fantascienza, dopo aver scritto sette volumi, ammette: “Coltivo l’idea di un libro diverso”. Se la prima, lontana, prova letteraria fu sfortunata, il successo lo raggiunse in fretta ed imprevisto: un’amicizia con Arthur C. Clarke, un’intesa profonda da creatori di storie extraterrestri. Clarke era un gigante della fantascienza, decine di libri venduti nel mondo [...] e una grande popolarità conquistata alla fine degli anni Sessanta, in piena epoca di conquista lunare, con il mitico film 2001, Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, di cui era stato ispiratore con il racconto The sentinel. Dall’incontro Clarke- Lee nascono prima Culla e poi Rama trasformatosi in una saga in quattro volumi (pubblicati in Italia da Rizzoli) in cui si racconta il mistero di un oggetto celeste, Rama appunto, una sorta di isola artificiale apparentemente senza abitanti, avvolta da enigmi quasi inviolabili. A questo punto Gentry Lee cammina da solo con tre romanzi dove i protagonisti sono coloni marziani in fuga dalla Terra in preda al collasso della civiltà e viaggiatori aggrediti da “pirati spaziali”. [...] La fantascienza è cambiata, propone visioni future negative, tristi, infelici, con gli uomini talvolta prigionieri, se non sopraffatti dalle macchine. Come mai? “Perché gli autori di oggi, al contrario del passato, quando spesso erano gli scienziati a inventare storie — spiega Gentry Lee — ignorano la scienza, le sue possibilità di trasformazione positiva del mondo, della vita. Anzi ne hanno paura e trasferiscono i loro timori in ciò che scrivono, arrivando persino a influenzarsi vicendevolmente. Offrono quindi una visione mutilata della cultura, inadeguata a decifrare l’evoluzione del mondo odierno. Nei miei libri, invece, cerco ancora di trasmettere le stesse conoscenze che alimentano le mie giornate di ingegnere dello spazio. E chi legge, oltre a viaggiare con la fantasia, può imparare molte cose. [...] Nei libri con Clarke abbiamo preferito esprimere le grandi idee della vita, le scelte che l’uomo deve compiere per migliorare il futuro. Rama si occupa del destino della specie umana ma con il buon senso della ragione e non con le visioni terroristiche dell’ignoranza. Per evitare che ciò continui a manifestarsi è necessario cambiare l’educazione: chi oggi sa solo di scienza può essere noioso, però chi non sa nulla è ignorante”. Ma come sono nati i libri con Clarke? “”Ci si incontrava a Colombo, nello Sri Lanka dove lui abita, studiavamo le reciproche idee costruendo una trama. E poi scrivevo. Ed era facile perché Clarke è un grande maestro, disposto ad accettare i modi di vedere altrui. [...] Si discuteva anche animatamente, ma di fondo condividiamo le stesse idee. Clarke è interessato alla gente, alla descrizione delle emozioni. L’unica raccomandazione che mi faceva era ’no sex’. Tieni il sesso al minimo, mi diceva. Ma l’editore dell’ultimo volume di Rama invece la pensava diversamente e ne voleva di più. Alla fine ho dovuto rivedere e tagliare alcune scene”» (Giovanni Caprara, “Corriere della Sera” 31/1/2004).