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 2004  febbraio 03 Martedì calendario

ABBÉ PIERRE

(Henri Grouès) Lione (Francia) 5 agosto 1912, Parigi (Francia) 22 gennaio 2007. Francescano • «Assomigliava a un giovane San Francesco e riuscì a colpire al cuore la Francia parlando dai microfoni di Radio Luxembourg: “Mes amis, au secours... ogni notte migliaia di persone raggomitolate sulle strade, muoiono di freddo e di miseria...”. [...] Era il primo febbraio 1954 [...] Famiglia numerosa e benestante, attivo nella resistenza contro i nazisti, deputato all’Assemblée Nationale per cinque anni (1945-51), viceparroco e parroco in banlieue, un mistico che non aveva paura di sporcarsi le mani con le cose del mondo, soprattutto per aiutare i più poveri. [...] È un santo che cammina(va) nelle strade di Parigi e delle periferie più dimenticate, come madre Teresa di Calcutta, è un’icona della bontà e dell’efficacia. La sua comunità detta di Emmaus ha fatto della positività il suo messaggio: “Hommes, debout”, uomini, in piedi! Il cardinal Roncalli, nunzio a Parigi prima di diventare papa Giovanni XXIII, gli diceva: “Lei è il mio carbone ardente”. Ha frequentato i grandi della Terra, è stato amico di Albert Einstein, del dottor Schweitzer, del teologo Teilhard de Chardin. La sua vita è un’antologia di miracoli, ha attraversato la Pampa argentina dove sono nate parecchie sue comunità, l’India sulle tracce di Gandhi, il Brasile, la Bolivia, il deserto africano. Nel ’63 è sopravvissuto al naufragio di una nave, è rimasto cinque ore nelle acque dell’oceano, a Montevideo. Molti grandi - come capita spesso - hanno voluto farsi vedere con lui. Il giorno stesso dell’appello [...] Charlie Chaplin era a Parigi, al lussuosissimo hotel Crillon. Ha voluto farsi portare dall’Abbé, gli ha firmato un assegno di due milioni di franchi (circa 35 mila euro) dicendogli: “Non le regalo niente, le restituisco qualcosa di ciò che ha avuto il vagabondo che ero...”. [...] Si faceva vedere poco dopo dal ’96 quando s’è scoperta una sua lettera di solidarietà al filosofo marxista Roger Garaudy che s’era convertito all’Islam e in un libro (I miti del XX secolo) aveva messo in dubbio l’entità della Shoah, lo sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti. Processato per crimini contro l’umanità, Garaudy con il suo avvocato Vergès, avevano esibito un messaggio dell’Abbé Pierre: “... conserva la forza e l’amicizia della mia affettuosa stima e il rispetto per l’enorme lavoro del tuo libro... confonderlo col revisionismo è un’impostura...”. La vicenda è complicata, la Bibbia si confonde con la storia, l’Abbé ha confessato il turbamento per aver trovato nel libro di Giosué un’altra Shoah di cui in quel caso gli ebrei non erano vittime, ma carnefici. In ogni caso la storia è finita là. [...] L’icona dell’Abbé Pierre è rimasta intatta. E nelle sue biografie si racconta che nel ’43 rischiò la vita cadendo in un crepaccio in Svizzera mentre aiutava un gruppo di ebrei a sfuggire alla deportazione. E in quello stesso anno riuscì a sfuggire per un nulla all’arresto della Gestapo» (Cesare Martinetti, “La Stampa” 2/2/2004) • Iniziò la sua vita religiosa nei cappuccini, il ramo più duro dei francescani: sei anni di convento con un ritmo quotidiano spaventoso... «Ma non c’era niente di spaventoso! A vent’anni dormire su un asse non è un supplizio: si dorme. Le nostre notti erano tagliate a metà, ma non avevo nessun problema a riaddomermentarmi alle due. I digiuni non erano impietosi: erano limitati, ciascuno seguiva le direttive del suo superiore, che teneva conto del suo stato di salute. Terzo elemento sorprendente: la flagellazione [...] Non veniva praticata da un altro, ma ciascuno provvedeva da sé. Sotto la manica avevamo due tasche: in una tenevamo una piccola raccolta di testi di meditazione, nell’altra quella che chiamavamo la “disciplina”, un mazzo di funicelle con nodi. Non era terribile... la flagellazione contribuiva a far circolare il sangue. Oggi è stata sostituita dallo sport, anche se in qualche convento ancora si pratica. Lo chieda a chi la vive, vedrà che ne sorride. Di quei sei anni della mia vita conservo soprattutto un ricordo: i tempi dell’adorazione, ogni giorno tre quarti d’ora alla sera prima di cena e un’ora di notte. [...] A 15 anni, leggendo il Discorso sul metodo di Cartesio, rimisi tutto in discussione. “Se fossi nato in un ambiente musulmano, buddista o ateo, affronterei la vita in modo diverso?, mi chiedevo. Per trovare la risposta mi gettai in ogni sorta di letture. Ero affascinato dalle correnti panteiste, dalla loro aspirazione all’unità, all’universalità. A un certo punto, però, mi imbattei nella scena di Mosè di fronte al cespuglio ardente, dal quale esce una voce che gli dice di andare a chiedere al faraone di liberare il popolo ebraico. Mosè obietta: “Se il faraone mi chiede chi mi manda, io che cosa devo rispondere?”. E la parola replica: “Dirai Io Sono”. Questo “Io Sono” è stato per me un colpo di fulmine. Mi muovevo in un acquitrino, ho trovato una roccia. Da allora tutto mi è diventato chiaro. Tu sei, la tavola è, le cose sono, dunque l’Essere è. Credere in Dio è il contrario del dubbio. Occorre uscire dai limiti dello spazio e del tempo. L’Eterno è l’assenza di tempo. [...] La Provvidenza ha fatto in modo che nella mia vita non ci fosse quello che è normale nelle altre: la passione per una donna. Non l’ho mai provata, anche se l’ho conosciuta in circostanze particolari e con una intensità tale che me ne sono ammalato. A 14 anni ho vissuto un amore appassionato - di quelli che non ti fanno più mangiare, lavorare, dormire, senza pensare all’altro - per un compagno di scuola che aveva una straordinaria voce di soprano, una voce angelica. Non c’era ombra di omosessualità in questa relazione, ma era una passione tale che hanno dovuto mandarmi sei mesi al mare e poi in montagna. Vedendo che mi ammalavo, un altro ragazzo del collegio, che aveva 18 mesi più di me, mi scrisse: ‘Ciascuno fa della sua vita ciò che vuole, qualcuno la trascina nel fango e così ci mostra come renderla ignobile. Approfittiamo della lezione, rendiamo splendida la nostra!’. Non mi ha dato tregua, ha continuato a scrivermi finché non sono entrato in convento. Da adulto non ho mai più provato un moto di passione. E siccome mi spostavo di continuo, non ho mai potuto radicarmi in un luogo. [...] È nella natura umana desiderare di appoggiarsi a qualcuno. Durante la guerra il mio padre spirituale mi disse: “Ho appena incontrato, in una riunione clandestina di sindacalisti cristiani, una persona eccezionale che abita a Grenoble. Vada a chiederle aiuto da parte mia!”. Si chiamava Lucie Coutaz. Andai a trovarla, mi chiese due giorni per riflettere, è stata la mia assistente per 39 anni. Quando morì i compagni hanno voluto scrivere sulla sua tomba “Cofondatrice di Emmaus”. [...] Nel 1954, al momento dell’“Insurrezione della bontà”, Monsignor Guerry, segretario dell’Assemblea dei cardinali, mi scrisse: ‘Noi vescovi riteniamo di non dover offrire alla sua azione un patrocinio che, dandole una connotazione di clericalismo, la priverebbe dei mezzi per raggiungere ciò che noi non possiamo raggiungere, e noi benediciamo la Provvidenza per averla chiamata a questo apostolato della casa così necessario”. Quella lettera ha definito la mia collocazione nella Chiesa. Mai hanno tentato di “clericalizzare” il movimento. [...] Sono stato deputato sei anni - tanti quanti ne ho passati in convento. È stato il periodo meno interessante della mia vita, perché non ero preparato: non sapevo nulla di diritto, di economia politica, di relazioni internazionali. [...] Durante la guerra, quand’ero nella diocesi di Grenoble, mi rasavo regolarmente. Ma trovavo barboso farmi la barba... [...] Rimpianti? Sì, due: non aver imparato l’inglese e non essermi concesso adeguati momenti di ritiro, di solitudine. [...] Non sono un melomane, ma ho sempre amato un certo canto in latino, Rorate. Ho dato disposizione che venga cantato al mio funerale. [...] Sulla mia tomba vorrei che fosse inciso “ha cercato di amare”. Questo mi basta» (Jérôme Cordelier, “La Stampa” 9/2/2004).