2 febbraio 2004
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Baioni Giuliano
• Nato a Voltana di Lugo (Ravenna) il 4 agosto 1926, morto a San Donà del Piave il 30 gennaio 2004. Germanista. «Il più grande germanista che l’Italia abbia avuto, uno studioso e scrittore cui si devono veri capolavori saggistici di respiro e grandezza internazionale. [...] Nato a Voltana di Lugo nel 1926, in una Romagna che gli si confaceva a pennello, Baioni è allievo del grande Ladislao Mittner, suo maestro specifico: l’unico studioso che - forse con maggiore ma talora azzardato ardimento - possa contendergli la corona della germanistica. [...] La saggistica e la critica di Giuliano Baioni - rigorosamente ancorate alla precisione filologica e storica, affidate a una mirabile e asciutta prosa da codice civile, stendhaliana, esenti da ogni vezzo e fin troppo oneste nella riluttanza a lanciarsi in discorsi generali di facile effetto - sono sempre un dialogo dei massimi sistemi. Così i suoi due libri Goethe. Classismo e Rivoluzione (1969) e Il giovane Goethe (1996) illuminano a fondo non solo uno dei più grandi poeti della letteratura universale, ma anche un nodo centrale della modernità, il nostro rapporto con l’incessante e travolgente trasformazione del mondo e dell’uomo stesso, il nichilismo che investe progressivamente la coscienza occidentale e la sua poesia. Con questo nichilismo e i suoi rapporti con l’avanguardia Baioni si è misurato pure in altri testi, ad esempio nelle sue interpretazioni - e traduzioni - di Benn e di Nietzsche, sul quale si apprestava a scrivere un libro complessivo. [...] I libri di Giuliano Baioni, rivoluzionari per gli specialisti e godibilissimi per i lettori comuni, non sono letti da un pubblico più vasto, come meriterebbero, perché egli, nella sua ruvida ritrosia, non ha fatto proprio nulla per promuoverne una maggiore diffusione. Baioni si lasciava distrarre fin troppo poco dalle continue sollecitazioni del dibattito culturale; non ha mai tenuto una conferenza né una relazione a un convegno, non si è mai ripetuto nè è mai divenuto un manager del proprio sapere. Parlava e scriveva solo di ciò che poteva sperare o ritenere di conoscere sul serio; in questo era l’opposto dell’intellettuale tipico di oggi, costretto ad esternare di continuo su tutto e dunque ripetersi, senza avere materialmente e psicologicamente il tempo di rinnovarsi. La sua serietà, tanto più preziosa in un clima in cui per esempio chi scrive di storia non va più in archivio, non era solo modestia e onestà, ma nasceva anche da zone d’ombra, da un selvatico pudore anche eccessivo, da un misto di scorbutica timidezza e vitale insofferenza, che rischiava di dissimulare la sua gagliarda e generosa capacità di affetto. Nella sua appartata autosufficienza, Baioni non indulgeva ad alcuna spiritualeggiante retorica dell’interiorità vacuamente contrapposta alle superficialità mondane; se non è mai andato in televisione, non è certo per patetico distacco aristocratico o dispregio delle pompe spettacolari, ma semplicemente perché non gli andava di farlo» (Claudio Magris, ”Corriere della Sera” 31/1/2004). «Un uomo di una lucidità e di un rigore intellettuale esemplari. Figura di spicco della germanistica non solo italiana, egli era cresciuto alla scuola del grande maestro Ladislao Mittner, di cui divenne l’allievo prediletto e il successore sulla cattedra di letteratura tedesca di Ca’ Foscari. Come lui, Baioni era piuttosto schivo, ma tutt’altro che insocievole. Anzi pronto al dialogo, incalzante, curioso e sempre in grado di cogliere le cose da un’ottica originale e stimolante. Amava le contrapposizioni, il classico e il moderno: Goethe e Kafka sono stati fra i suoi autori prediletti, oggetto di studi di livello internazionale. Ma in realtà il genio di Weimar e quello di Praga nelle pagine dello studioso sono ben più vicini di quanto si possa credere. Essi rientrano in quel grande progetto di analisi della modernità che informò il suo percorso critico. Fin dal primo studio goethiano, Classicismo e rivoluzione (1969), e poi in modo ancor più dichiarato nello splendido volume Il giovane Goethe (1996), Baioni tenta in un’interazione di molte prospettive, psicologica ed estetica, sociologica e politica, una genealogia della modernità. Parla di maschera, di nichilismo, di esistenza estetica, di demonismo: è la scoperta di un’inedita sensibilità del soggetto metropolitano tra fantasmi di disperata incostanza, traumi e disillusioni. Goethe lo portava a riflettere sulla vita intesa come opera d’arte estranea a qualsiasi raffigurazione di un ordine o di una cosmica armonia. Kafka, interpretato in chiave storica, al di qua di ogni dimensione esistenzial-metafica (nel profilo del 1962, Romanzo e parabola) e poi nell’originale saggio Kafka: letteratura ed ebraismo (1984), lo stimolava ad un ritratto di ”Tartuffe e menteur”, pronto a librarsi nello spazio dell’esistenza estetica, disposto a bruciare la vita nel piacere sommo della letteratura. Baioni tracciava qui, con il rigore di sempre e l’attenzione a materiali spesso trascurati, la tragica parabola dell’ebraismo d’assimilazione, ampliando la sua prospettiva fino alla più ampia crisi della cultura europea nel contesto del ’900. Non poteva mancare nella sua ricerca le figure di Nietzsche, che egli ha spesso utilizzato come indispensabile strumento per la riflessione sul tema dell’anti capitalismo romantico e la tragedia dell’esistenza divisa fra vita e arte. Né poteva mancare Gottfried Benn, di cui tradurrà le Poesie statiche (1972), corredandole con un essenziale commento, in termini filosofici e antropologici sul problema dell’estetismo e del dilettantismo artistico. Baioni è stato il raffinato critico della schizofrenia dell’uomo moderno, il sensibile interprete di quell’esistenza estetica disorientata nel labirinto del mondo, su cui si soffermò nell’ineguagliabile introduzione alla poesia di Rilke per la Pléiade einaudiana (1994). [...] Nel suo stile e nel suo pensiero, limpido e seducente, era racchiusa, al di là di mode e tendenze, una lezione di vita, felicemente schiva, nella fedeltà alla propria vocazione» (Luigi Forte, ”La Stampa” 31/1/2004).