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 2004  gennaio 29 Giovedì calendario

Transtromer Tomas

• Stoccolma (Svezia) 15 ottobre 1931. Poeta. Nobel per la Letteratura 2011 • «La morte di Virgilio, il capolavoro di Hermann Broch, si conclude, dopo cinquecento pagine di monologo interiore del poeta agonizzante, con una parola che non si può dire perché è “al di là del linguaggio”. La più grande letteratura moderna e contemporanea, come ha scritto George Steiner, si confronta col silenzio e spesso nasce dal silenzio; è una parola che si sporge sul ciglio dell’indicibile, talora inabissandosi in queste tenebre come Euridice che Orfeo non riesce a riportare alla luce e talora strappando a questo tacere un estremo frammento di vita. Nulla che risucchia ogni espressione o grembo da cui nasce la creazione, il silenzio è talora pure il rifiuto della comunicazione falsa e alienata, la lotta contro la violenza della menzogna, la resistenza al disumano. Il cammino verso la terra promessa della poesia passa, per i contemporanei, attraverso il deserto del silenzio. Tomas Tranströmer è una di queste voci orfiche di una poesia estorta all’ineffabile, come dice il titolo dell’antologia della sua lirica curata da Maria Cristina Lombardi, Poesi a dal silenzio (Edizioni Crocetti). Psicologo, Tranströmer è uno dei grandi e riconosciuti poeti del mondo, amato da Brodskij e Walcott e tradotto in una cinquantina di lingue; in italiano da Giacomo Oreglia, Enrico Tiozzo, Maria Cristina Lombardi, Gianna Chiesa Isnardi e, qualche singola poesia, Franco Buffoni. Nel corso della sua vita ha pubblicato piuttosto poco, undici o dodici smilze raccolte di liriche, caratterizzate, nota Gianna Chiesa Isnardi, da un’estrema essenzialità e concentrazione. La poesia di Tranströmer punta ad un’assolutezza che trascende la letterarietà e investe il senso o il non-senso della vita, la possibilità o meno di viverla, conoscerla ed esprimerla. Come quello dei suoi grandi modelli - da Eliot a Montale - il suo dire è un discorso metafisico ed esistenziale sul mondo, non sugli stati d’animo del piccolo io: “La mia poesia cresce/ mentre io mi ritiro... mi toglie di mezzo”, dice una sua lirica. Straordinariamente ricca di immagini, come ha ricordato Enrico Tiozzo, la poesia di Tranströmer si nutre di profonda cultura ma si scioglie in canto, aspro e struggente come i paesaggi nordici che essa evoca - il Baltico, l’uragano islandese, l’estate groenlandese che brilla, tenera e selvaggia, dalle pozzanghere, le costellazioni travolte come le selve nel temporale - e si affida specialmente alla metafora, che allude anche alle cose indicibili e sconfina oltre tutte le frontiere consuete del linguaggio e del pensiero, come sottolinea Maria Cristina Lombardi. È una poesia che - ha scritto Roberto De Denaro - sta sul limite tra sogno e realtà, luce e tenebra; ascolta il grande respiro cosmico del mare, ma anche il fruscio della foglia. La vita trascorre e lascia i suoi segni - cicatrici sul corpo, tracce sulla neve - e la poesia trascrive questi segni misteriosi. Proprio perché ama la vita, Tranströmer ha un forte senso del suo irrimediabile lutto; l’ultima sua silloge - tradotta da Gianna Chiesa Isnardi - si chiama La gondola funebre (editore Herrenhaus). Se la vita è per lui un viaggio, egli l’attraversa portato dalla propria ombra, «come un violino nella sua nera custodia» (traduzione di Maria Cristina Lombardi); la morte, dice un’altra lirica, viene a prendere le misure all’uomo e, anche se egli se ne dimentica, continua in silenzio a cucire il vestito» (Claudio Magris, “Corriere della Sera” 28/1/2004).