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 2004  gennaio 29 Giovedì calendario

CINI Marcello

CINI Marcello Firenze 29 luglio 1923. Scienziato. Nel 2010 capolista di Sinistra e Libertà alle Regionali del Lazio • «Ingegnere, docente universitario, si è occupato di fisica delle particelle elementari e di fondamenti della meccanica quantistica. Ma soprattutto si è distinto come intellettuale, padre ispiratore dei movimenti ambientalisti, assai critico contro la presunta neutralità della scienza. È stato anche direttore del Centro di ricerca in metodologie della scienza dell’Università romana La Sapienza, collaboratore del quotidiano “il manifesto”, di cui fu tra i fondatori. Tra le sue pubblicazioni, il recente volume Dialoghi di un cattivo maestro, che è edito da Bollati Boringhieri» (Franco Manzoni, “Corriere della Sera” 28/1/2003) • Artefice della lettera aperta del 14 novembre 2007 che innescò l’incidente più serio con il Vaticano da tempo immemorabile (il 15 gennaio 2008 papa Benedetto XVI, contestato per via di una controversa dichiarazione su Galileo risalente al 1990, rinunciò a presenziare all’inaugurazione dell’anno accademico alla Sapienza di Roma): «[...] È uno dei grandi vecchi della cultura italiana. Fin da quando, oltre mezzo secolo fa, Edoardo Amaldi, Enrico Persico e Giorgio Salvini — vale a dire, la Fisica — lo chiamarono a insegnare proprio alla Sapienza. “Cattivo maestro” si definisce (riprendendo un’invettiva di Giorgio Bocca) nel titolo della propria autobiografia intellettuale, pubblicata nel 2001 da Bollati Boringhieri. Ma si capisce bene che scherza e, in fondo, si stima. “Non posso fare a meno di domandarmi se non mi sono troppo spesso identificato con Charlie Brown quando confessa: odio la gente, ma amo l’umanità!”, ha scritto di sé. Di Ratzinger, invece: “Ci vuole un bel coraggio a nascondere sotto lo zerbino le crociate, i pogrom contro gli ebrei, lo sterminio degli indigeni delle Americhe, la tratta degli schiavi, i roghi dell’Inquisizione...”. Nato a Firenze, formatosi al liceo D’Azeglio di Torino, iscritto al Pci fin dai primi anni del dopoguerra, nel ’56 porta al congresso della federazione di Catania, dove insegna, una mozione di critica all’invasione dell’Ungheria: “Pajetta mi rispose facendomi nero, con il sarcasmo che gli era abituale”. Critico da sinistra del togliattismo, amico di Raniero Panzieri, fu l’unico tra i docenti di fisica — lo racconta il suo allievo Marco D’Eramo — a schierarsi con gli studenti ribelli del ’68. Cofondatore del Manifesto. E poi: Medicina democratica, la polemica con Emilio Sereni reo di aver esaltato lo sbarco americano sulla luna (“ma quale progresso, è stato il più fantastico spettacolo di circenses offerto alla plebe dai tempi di Nerone!”), i protoambientalisti, la battaglia contro il nucleare. Ma Cini ha lasciato il più ampio segno di sé con L’ape e l’architetto, che fu il caso politico-culturale del 1976. Un titolo mutuato da Marx, un pamphlet a più mani per dire che la scienza non è mai neutrale, non è indifferente alla storia, alle idee, e soprattutto agli interessi. La reazione dei colleghi fu ora ammirata, ora beffarda; uno di loro replicò che i corpi cadevano nel vuoto allo stesso modo, sia che al potere fossero i democristiani, sia i comunisti. Lucio Colletti infierì: “C’è una certa differenza tra le verità scientifiche e la predica di un parroco o la relazione di un segretario generale”. “Il mio vero rimpianto — si immalinconì lui — è che uno impara a vivere quando non gli serve più”. Serviva invece a respingere Benedetto XVI, che gli ha regalato una seconda giovinezza: “Possiamo tollerare che il papa”, minuscolo ovviamente, “possa dire ai nostri colleghi biologi che non devono prendere sul serio Darwin?”. Capelli bianchi, occhi azzurro pallido, una riproduzione di Guernica dietro la scrivania, Cini non è mai stato un intellettuale retrivo. Pronto già nel ’94 a dichiarare la fine del paradigma delle certezze (Un paradiso perduto uscì da Feltrinelli), è stato tra i primi a occuparsi di bioetica e a denunciare “il pericolo maggiore, una visione di onnipotenza”. Critico della clonazione e della scienza ridotta a mercato, ha ammonito a non demonizzare gli ogm — “non fanno peggio delle sigarette e degli hamburger” — e ha invitato la sinistra a diffidare “degli scienziati che giocano a Dio”, e anche un poco di se stessa. Proprio sul Manifesto scrisse: “Io non capisco più cosa voglia dire l’aggettivo ‘comunista’ che compare sulla sua testata”. Ha fatto autocritica sui figli — “dev’essere stato difficile per loro avere un padre ingombrante, egocentrico e non sempre presente” —, si è sporto sull’orlo di una confessione di fallimento: “Ho passato gran parte della mia vita concentrandomi sul comunismo e sulla fisica. Ora viviamo in un mondo in cui non c’è il comunismo e non c’è la fisica”. [...]» (Aldo Cazzullo, “Corriere della Sera” 16/1/2008).