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 2004  gennaio 28 Mercoledì calendario

Il polmone verde del mondo, come viene definita l’Amazzonia, tira un sospiro di sollievo: dopo anni di notizie tra l’allarmante e l’apocalittico, finalmente ne giungono di buone

Il polmone verde del mondo, come viene definita l’Amazzonia, tira un sospiro di sollievo: dopo anni di notizie tra l’allarmante e l’apocalittico, finalmente ne giungono di buone. Un’indagine satellitare sulle aeree tropicali, pubblicata da ”Science” lo scorso agosto, rivela che la deforestazione è minore di quanto si credesse. Un risultato positivo, in linea con quello che il presidente brasiliano Fernando Cardoso ha portato recentemente al vertice Onu sull’ambiente a Johannesburg, in Sudafrica. C’è poi la scoperta d’un antico metodo indio, a base di carbonella, per mantenere la fertilità delle zone deforestate e preservarle così dalla desertificazione. E, in ultimo, il 21 agosto, sempre Cardoso ha inaugurato un sofisticato sistema di sorveglianza militare aeroterrestre contro lo sfruttamento clandestino delle risorse amazzoniche. Nel complesso l’area amazzonica è grande oltre 20 volte l’Italia. Gran parte appartiene al territorio brasiliano, il resto si divide tra Venezuela, Colombia, Ecuador, Bolivia, Perù. La denominazione Amazzonia si deve al frate domenicano spagnolo Gaspar de Carvajal, che partecipò a una spedizione al seguito di Francisco de Orellana nel 1541, e nel resoconto parlò d’indigene guerriere come le amazzoni della mitologia ellenica. Queste si chiamavano così perché usavano amputarsi uno o entrambi i seni per tirare meglio con l’arco (a mazzòs, in greco, vuole dire appunto «senza seno»). De Carvajal negli scontri con gli indio perse invece un occhio. Sulla deforestazione si disponeva di dati controversi e soprattutto univoci in quanto provenienti da un’unica fonte, la Fao, gli stessi su cui si basa il protocollo per l’ambiente sottoscritto a Kyoto dal 2001. Ma la Fao, agenzia delle Nazioni Unite per l’agricoltura e il cibo, come ha elaborato queste stime? Assemblando i rapporti provenienti dagli oltre 200 paesi membri. Come fanno notare gli esperti di ecologia, non si tratta sempre di relazioni accurate né tanto meno omogenee. Il programma di ricerca di cui parla ”Science”, denominato ”Trees”, («Alberi»), è statistico. svolto per mezzo di satelliti che hanno tenuto sotto osservazione, dal 1990 al 1997, 100 zone campione, il 6.5 per cento del totale, in Amazzonia, Africa e Sudest Asiatico, dove si trova la rain forest, o pluviisilva, ossia la foresta pluviale. Conclusione: la deforestazione dell’insieme di queste aree è stata del 23 per cento minore rispetto a quanto affermato dalla Fao. Sono questi i risultati della statistica. ma la situazione resta grave C’è chi mette in dubbio la validità della mappatura, sostenendo che sono stati scelti dei campioni di territorio non rappresentativi. Secondo la Fao, dal 1997 al 1990 la deforestazione ammonta a 5.8 milioni di ettari, la famosa area «grande due volte il Belgio» della campagna stampa ecologista. Per ”Trees” la cifra va ridimensionata a 4.9 milioni. L’Amazzonia contribuisce con 2.2 milioni di ettari, il Sudest Asiatico con 2 e l’Africa con 0.71. In assoluto, la maggiore area deforestata è quella in America Latina. Ma in proporzione alla parte rimasta intatta, quella distrutta è più limitata in Amazzonia che in Africa e nel Sudest Asiatico. In futuro, il miglioramento della tecnologia computerizzata abbatterà i costi delle ricerche e consentirà di estendere l’area presa in esame da ”Trees”. Se la situazione è migliore del previsto, resta l’elemento di fondo: biosistemi, vegetali, animali e umani, sono gravemente minacciati o già cancellati. In Amazzonia si trova il 30 per cento della biodiversità dell’intero pianeta. Di circa cinque milioni di indio che vivevano nella regione al momento del contatto con i colonizzatori spagnoli, ne restano sì e no 200mila. E delle 180 etnie (tra cui: Makù, Raramuri, Kayapo, Iyojwaha), alcune sono rappresentate da un solo individuo anziano. Dunque sono praticamente estinte insieme con la lingua, tradizioni ancestrali e patrimonio di conoscenza dell’ambiente. David Schimel, del National Center for Atmospheric Reasearch di Boulder, in Colorado, afferma che ”Trees” dovrebbe portare a riconsiderare i modelli climatici dell’effetto serra. Il motivo per cui la deforestazione incide sul clima è che gli alberi abbattuti rilasciano carbonio nell’atmosfera. Per non parlare di quelli eliminati col metodo degli incendi, dove al rilascio fisiologico si aggiunge quello della combustione. In Amazzonia, ci sono legnami pregiati, come il mogano e il tek. Una tentazione irresistibile per paesi con grandi problemi economici come il Brasile. Contro i continui tentativi da parte delle multinazionali del legname (brasiliane, americane, giapponesi e tedesche), operanti attraverso lobby locali, il Fondo monetario internazionale fa leva sulla concessione di prestiti condizionati a politiche eco-compatibili. Dopo la deforestazione il deserto Nel breve periodo la deforestazione è irreversibile. Il clima amazzonico è un eterno equinozio con dì e notte della durata uguale. Precipitazioni pressoché giornaliere e un tasso d’umidità altissimo fanno di quelle terre un gigantesco laboratorio della natura a cielo aperto, dove l’unico limite alla vita è la vita stessa, ovvero la competizione per lo spazio vitale. Il risultato è un’esplosione delle specie, parte delle quali non è stata studiata né classificata. Solo quelle vegetali sono oltre 20 mila, 1.500 quelle arboree. Scrive lo scienziato brasiliano Rubio Recio in Amazzonia, il continente verde (ed. Fenice 2000): «Scimmie con un quinto braccio; porcospini arboricoli; rettili provvisti di ventose per arrampicarsi sui tronchi; aquile mangiatrici di scimmie; pipistrelli che si nutrono di fiori; uccelli con il becco più lungo del corpo, altri che lo usano per arrampicarsi...insomma specializzazione, specializzazione e ancora specializzazione». Questo laboratorio naturale è il frutto di un clima favorevole ma anche di stratificazione plurimillenaria. Dopo la deforestazione, non resta che il wet desert, il deserto umido. Passano le seghe elettriche dei madereiros, i tagliatori assoldati delle multinazionali del legname, e fanno il vuoto. Il terreno, infatti, è acido e viene dilavato dalle frequenti piogge e inondazioni del Rio della Amazzoni e dei suoi circa 500 affluenti, il bacino idrico più grande del mondo. E senza l’humus costituito dal ciclo nascita-morte vegetale, la fertilità svanisce in pochi mesi. Per questo l’agricoltura amazzonica si basa sul sistema chiamato ”taglia e brucia”: si coltiva per due-tre anni, con l’ausilio della cenere della biomassa deforestata come fertilizzante, poi si abbandona. Pur essendo nomadi, le popolazioni indio, come è stato da poco scoperto quasi per caso, avevano adottato delle contromisure. Compiendo scavi archeologici nel sito di Iranduba, ricercatori tedeschi hanno notato che dove i reperti sono più numerosi, dunque dove c’era una maggiore concentrazione abitativa, la terra risponde a una tipologia detta preta, cioè nera. Misteri della terra preta La terra preta ha una fertilità sorprendentemente duratura, come afferma Bruno Glaser, chimico dell’Università di Bayreuth, in Germania. Varie équipe scientifiche hanno investigato su questo ”dono del passato”, come è stata definita la terra preta, che copre circa il 10 per cento dell’Amazzonia a macchie, a pelle di leopardo. L’obiettivo è scoprire un sistema per riprodurla: non per riforestare che è altra impresa, ma per coltivare in modo stabile e dare un sostentamento agli indio. E soprattutto per impedire altre deforestazioni dovute alla ricerca di nuovi terreni da coltivare. La tipologia terricola preta si trova nelle adiacenze dei fiumi. I più antichi insediamenti di questo tipo risalgono a oltre duemila anni fa e si collocano in Amazzonia centrale e meridionale. L’estensione varia da 1 a 5 ettari, cioè dai dieci a cinquanta chilometri quadrati. La profondità sta sul mezzo metro ma arriva anche a 2 metri. La terra preta contiene una particolare concentrazione di calcio, fosforo, zolfo e nitrati. Ma l’elemento chiave è la carbonella, che previene la mineralizzazione della materia organica, dunque l’inaridimento. Cristoph Steiner dell’Università di Bayreuth e Wenceslau Texeira della Brazilian Agricoltural Research Enterprise hanno provato a riprodurre il metodo nei dintorni di Manaus (la decadente capitale dell’Amazzonia, dove è più evidente il fallimento dello sfruttamento di breve respiro). Nel primo anno non aumentava la fertilità. A partire dal secondo si avvertiva la differenza: i terreni davano un raccolto dell’880 per cento maggiore di quelli trattati con la cenere. Se il metodo venisse esteso si tornerebbe a quella che è considerata l’agricoltura precolonizzazione, vale a dire quella precedente il 1500, secolo dell’arrivo dei conquistadores? In parte. L’agricoltura ”deforesta e brucia” risale al contatto con la civiltà occidentale, con gli strumenti antichi era impraticabile. Tagliare un albero con un’accetta di pietra (anche questo hanno provato i ricercatori tedeschi) richiede 30 volte di tempo in più che con un’accetta di ferro, utensile introdotto dai colonizzatori. Gli indio amazzonici praticavano un’agricoltura agroforestale. Oltre a tipiche colture come manioca e mais, piantavano una trentina di specie arboree compresa l’epena, la pianta allucinogena con cui gli sciamani si mettevano in comunicazione con gli hekura, gli spiriti della foresta (la provò l’antropologa americana Florinda Donner, che assaggiò anche un brodo cannibalico di ossa di morto e descrisse le sue esperienze nel libro Shabono, ed. Mondadori 1983). In futuro la carbonella verrà usata per coltivazioni di tipo estensivo e moderno, uno sviluppo sostenibile più che una strategia puramente conservativa. Quest’ultima sarebbe piuttosto affidata alla sorveglianza. Lo sfruttamento selvaggio e illecito continua a farsi strada tra il fuoco dei piromani, le perforazioni illegali alla ricerca di minerali preziosi, la caccia di specie rare e protette di pappagalli. L’Amazzonia brasiliana sarà monitorata da un sistema d’osservazione militare che comprende aerei-radar, radar terrestri, satelliti. Chiamato Sivam, Sistema de Vigilancia da Amazonia, è stato inaugurato il 21 agosto scorso a Manaus dal presidente brasiliano. Un motivo di vanto per Cardoso. Il Sivam è stato allestito in collaborazione con la Raytheon americana (produttore mondiale di missili e armamenti vari), con un investimento complessivo di 1.4 miliardi di dollari. Tra i contributi alla battaglia ecologista, oltre a Greenpeace che fermò, un paio d’anni fa, una nave di mogano amazzonico in un porto del Belgio, la produzione lirica dell’indio trapiantato a New York Marcia Theophilo: «E il cuore dell’albero gigante/ si disfa e ricompone/ infinita materia/ ondeggia una nuvola di polvere/ dentro il corpo del vento/ è acuta la sua voce/ la voracità del serpente di fuoco/ penetra le radici del sole/ nuvole nere asfissianti/ nuvole di brace sul mondo». Antonio Armano