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 2004  gennaio 28 Mercoledì calendario

Andare nello spazio? è tutt’altro che una passeggiata. Il cosmonauta italiano Roberto Vittori, 38 anni, ha fresco nella memoria il ricordo della sua missione spaziale

Andare nello spazio? è tutt’altro che una passeggiata. Il cosmonauta italiano Roberto Vittori, 38 anni, ha fresco nella memoria il ricordo della sua missione spaziale. Per 10 giorni, con il collega russo Yuri Gidzenko e il miliardario sudafricano Mark Shuttleworth, è stato a bordo della Soyuz, atterrata il 5 maggio scorso in Kazakhistan. «Il training prima del volo ti mette a dura prova» racconta il tenente colonnello dell’Esa. «In palestra e soprattutto in acqua, che riproduce le condizioni di microgravità. Ma nulla può prepararti davvero all’impatto con la cruda realtà del volo spaziale. Il decollo è una vera scarica di adrenalina: bastano 8 minuti e 50 secondi per uscire dall’atmosfera terrestre e ritrovarsi in orbita nello spazio. Ma quando finisce la spinta del razzo e subentra la microgravità è un momento davvero critico. I primi giorni nello spazio ero molto disorientato: bastava muovere il viso e mi girava la testa, mi mancava l’equilibrio. Il cervello si deve abituare a queste condizioni, bisogna imparare ad acquisire un nuovo equilibrio, risintonizzarsi ed utilizzare comunque i muscoli nella navicella spaziale. è una vita totalmente diversa, ti senti a metà tra un pesce e un uccello. Con i compagni di viaggio abbiamo cercato di trasformare i disagi della microgravità in un gioco: la matita, il walkman, persino l’acqua galleggiano nell’aria. Con un po’ di esercizio abbiamo imparato a lanciarci un pezzo di Parmigiano da una parte all’altra della navicella, facendola galleggiare nell’aria con tanto di rimbalzi prima di farla arrivare alla bocca del destinatario». Ma gli sforzi sono tanti, così come i lavori da fare per la missione spaziale e per far funzionare la navicella. Incombenze compensate da un panorama mozzafiato. «Dalla Stazione spaziale internazionale si ha una prospettiva speciale. Guardando dall’oblò si vede l’intera superficie terrestre, quanto di più bello un uomo possa immaginare. Nessuna foto dallo spazio, per quanto riuscita, riesce a rendere l’idea di quello che si vede da lassù». Dopo tante emozioni, è duro tornare – è il caso di dirlo – coi piedi per terra. «L’atterraggio è ancora più critico del decollo» conferma Vittori. «L’impatto con l’atmosfera terrestre ha avvolto di fiamme la capsula. Quando, una volta in atmosfera, si è aperto il paracadute abbiamo subìto il primo strattone a cui è seguito il violento impatto col terreno. Dopo soli 10 giorni sullo spazio il fisico era molto provato: faticavo a reggermi in piedi e il riposo è stato fondamentale. Quando torni sulla Terra ti senti stordito, bisogna camminare lentamente i primi giorni per riprendere confidenza con il terreno. Siamo stati sottoposti ad accurati test medici, con una dieta particolare e contatti limitati con l’esterno durante la prima settimana di quarantena. Eppure non vedo l’ora di tornare nello spazio: ma per ora devo accontentarmi della vita di routine della Nasa a Houston». V. Tar.