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 2004  gennaio 28 Mercoledì calendario

I rapporti tra piante e insetti sono stretti, ma anche molto vari: in alcuni casi i vegetali e gli invertebrati collaborano, e allora si ha l’impollinazione, oppure qualche strana alleanza, come quella delle formiche e di una fascinosa orchidea carnivora

I rapporti tra piante e insetti sono stretti, ma anche molto vari: in alcuni casi i vegetali e gli invertebrati collaborano, e allora si ha l’impollinazione, oppure qualche strana alleanza, come quella delle formiche e di una fascinosa orchidea carnivora. Il fiore, che ha un nome orrendo, Schomburgkia tibicinus, è pigro e non cattura insetti, ma si nutre del pattume che raccolgono per lui le formiche, portandoglielo in dispensa, ossia in una specie di cavernetta che hanno scavato all’interno del bulbo. A parte il trasporto del polline le alleanze sono rare, mentre le guerre sono continue e durissime. Da milioni e milioni di anni le piante lottano per non essere smangiucchiate, e gli insetti per contrastare le sostanze velenose che le poverine inventano e producono nei loro laboratori interni, cercando di tenere lontani gli invasori. A quelle tossine abbiamo aggiunto i nostri pesticidi, ma l’abilità che mostrano gli invertebrati nel disattivare e neutralizzare i veleni è stupefacente: in poco tempo i loro geni mettono in funzione enzimi capaci di imprigionarli, impregnandosene come spugne, finché riescono a metabolizzarli e a renderli inattivi. Studiando le loro tecniche, un entomologo dell’Università di Stato della Carolina del Nord, Michael Roe, ha avuto l’idea di copiarle e utilizzarle per disinquinare l’acqua e il terreno dai pesticidi che, in modo sconsiderato e forsennato, l’uomo riversa nell’ambiente, rendendolo sempre meno abitabile per tutti gli esseri viventi. Roe e il suo gruppo di ricerca hanno messo sotto osservazione una grande quantità di insetti e infine hanno scelto quelli che si sono dimostrati più abili nel difendersi: gli afidi del tabacco, Myzus nicotianae. Questi pidocchi, infatti, negli ultimi anni sono stati protagonisti di un’importante mutazione. «Da quando si sono trovati nella necessità di fronteggiare sostanze nocive» spiegava Roe «si è verificata una mutazione: gran parte del loro materiale genetico si è spostata da un cromosoma all’altro. Risultato: i nuovi afidi sono molto più prolifici, resistono a un notevole numero di insetticidi, e hanno cambiato perfino colore, da verdi sono diventati rossicci». L’aumento di resistenza è dovuto ad alcuni enzimi, le esterasi, che hanno un ruolo molto importante nei processi digestivi e sono in grado di scomporre le sostanze tossiche rendendole inerti. Roe e la sua équipe non intendevano utilizzare direttamente gli afidi come un’invincibile armata per abbattere le molecole venefiche sparse nelle coltivazioni. L’intento degli studiosi americani è stato quello di isolare i geni che fabbricano le esterasi, riprodurli per sintesi e trasferirli in altri batteri da pronto intervento come l’Escherichia coli, un saprofita comunissimo che alloggia un po’ dovunque, anche nel nostro intestino, ed è sempre disposto a lasciarsi manipolare. Secondo l’entomologo americano la soluzione migliore per utilizzarli è quella di costruire dei bioreattori carichi di questi batteri modificati, e farvi scorrere dentro l’acqua inquinata, in modo che ne esca purificata. La neutralizzazione dei pesticidi non è solo una speranza. Se nel passato gli insetti sono riusciti a rendere innocuo il vecchio Ddt, vale sicuramente la pena di sfruttarli ancora: i loro geni possono vanificare anche nuove sostanze, per noi risultate tossiche. Con questo sistema, ossia rubando brevetti a questi coinquilini alchimisti, forse riusciremo a liberare un po’ l’ambiente dai veleni che continuiamo a spargere con sublime incoscienza.