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 2004  gennaio 28 Mercoledì calendario

Che cosa hanno in comune uno scimpanzè e un apprendista cuoco di sushi, una delle più delicate raffinatezze della cucina giapponese? Certamente non la passione per il pesce crudo

Che cosa hanno in comune uno scimpanzè e un apprendista cuoco di sushi, una delle più delicate raffinatezze della cucina giapponese? Certamente non la passione per il pesce crudo. Entrambi, però, imparano senza spiegazioni verbali, osservando e imitando i gesti di individui più esperti della loro stessa specie. « un’affermazione importante» spiega Fran de Waal, primatologo di fama mondiale, la cui ultima fatica, Lo Scimpanzè e il Maestro di Sushi, è in uscita da Garzanti, «perché se gli animali sono in grado di tramandarsi in maniera non genetica un bagaglio di informazione e abitudini, si può parlare di una vera e propria cultura degli animali». Roba da far uscire dai gangheri gli antropologi, ma le tesi del ricercatore olandese sono confortate da un’abbondante serie di dati oggettivi. Un’analisi durata quasi dieci anni, su sette diversi gruppi di scimpanzè, ha permesso di identificare ben 39 comportamenti differenti imparati dagli individui più giovani cresciuti all’interno di una comunità. Secondo de Waal non possiamo però discutere di una cultura animale senza prescindere dal nostro approccio culturale. Buona parte delle teorie proposte da tanti studiosi del comportamento animale finiscono così sulla graticola. Per gli occidentali sembra abbastanza ovvio che all’interno di una comunità tutti i comportamenti siano competitivi, perché ogni individuo mira ad avvantaggiarsi rispetto al resto del gruppo. La verità è che queste idee sono fortemente influenzate dall’ideologia e dalla cultura occidentale e in particolare americana, mentre è dimostrato che la selezione naturale produce anche comportamenti collaborativi e atti di gentilezza. Il problema di fondo è che per tradizione storica e religione, gli occidentali sono molto restii a riconoscere a una specie animale qualsiasi capacità che possa in qualche modo avvicinarla all’uomo. Queste analogie, particolarmente spiccate ed evidenti nel caso di specie biologicamente a noi molto vicine come gli scimpanzè (condividiamo il 98,4% del genoma), possono invece rivelarsi uno strumento di indagine molto utile. Non è quindi un caso se i primi successi nello studio del comportamento animale siano venuti da ricercatori orientali, meno prevenuti nel riconoscere negli animali che studiavano qualità simili all’uomo, tanto da essere i primi a dar loro un nome e a parlare di una vita psicologica e culturale dei primati. «Invece di identificare la nostra specie in funzione di quanto essa sia diversa da ogni altra» osserva de Waal «dovremmo probabilmente definirci come animali che sono stati in grado di sviluppare le proprie abilità in maniera molto più significativa». Come per esempio saper preparare il sushi: non sono finora stati segnalati casi di scimpanzè in grado di confezionare un involtino di tonno a malapena decente. Guido Romeo