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 2004  gennaio 28 Mercoledì calendario

S ono in un laboratorio di ricerca sugli animali, tutta vestita di carta blu. Cuffia di carta, maglietta e pantaloni di carta, persino scarpe di carta

S ono in un laboratorio di ricerca sugli animali, tutta vestita di carta blu. Cuffia di carta, maglietta e pantaloni di carta, persino scarpe di carta. Il mio volto è coperto da una mascherina di plastica, le mani da guanti. Tutto questo è necessario perché sto abbracciando una scimmietta rhesus appena nata, una minuscola palla di peli con gli occhi marroni e ciuffi dritti in cima alla testa. Il cucciolo si dimena tra le mie braccia, mi stringe i pollici, emette dei suoni simili a un «coo-coo», teneri da spezzare il cuore. Lo guardo negli occhi e penso che questo giovanotto è la cosa più graziosa che abbia mai visto. Difficile credere che potrebbe diventare un alcolista cronico. Ancora più dolorosa l’idea che il suo futuro alcolismo non è solo causato da un cattivo patrimonio genetico. In realtà, un’infanzia innaturale e infelice potrebbe spingerlo verso la bottiglia. Da quindici anni, il team del National Institutes of Health Research, guidato dallo psicologo Dee Higley, alleva rhesus allo scopo di sviluppare un modello animale per l’alcolismo cronico. Higley ha scoperto che, nonostante l’importanza dei geni nel rischio di cadere vittime dell’alcol, il maggiore impatto l’hanno il distaccamento dalla madre e una vita sociale squilibrata nei primi anni di vita: se le scimmie vengono allontanate dalla madre alla nascita, se gli si impedisce di aver rapporti con un genitore, se si relazionano solo coi coetanei, spesso va a finire che diventano del tutto asociali, con una predilezione per le ubriacature. E se hanno un patrimonio genetico che le rende vulnerabili all’abuso di alcol, una cattiva infanzia sarà sufficiente a trasformarle in alcolisti cronici. La complessa influenza di geni ed esperienza di vita nel consumo di alcol tra le scimmie pone Higley al centro del dibattito sulle cause dell’alcolismo umano. una malattia al di fuori del nostro controllo, come siamo portati a credere? Oppure è un prodotto della società, dell’educazione, qualcosa che possiamo cambiare? L’alcol è la droga psicoattiva più consumata e accettata nel mondo. Il suo abuso è devastante per la salute dell’individuo e porta sofferenza nelle famiglie e nella società. Due terzi della popolazione mondiale beve, ma la metà dell’alcol è consumata solo dal dieci per cento. Ovviamente, alcuni sono predisposti alla dipendenza, altri bevono con moderazione. Perché solo certe persone non possono fare a meno del vizio? Molti credono che chi beve troppo si trovi in una situazione fisica o mentale biologicamente predestinata. E alcuni studi hanno dimostrato l’importanza dei geni nell’abuso di alcol. Kenneth Blum della University of Texas Health Science Center and Ernest Noble dell’Università di California a Los Angeles, nel 1990 riferirono di aver scoperto una forma del gene del recettore della dopamina che poteva sviare la normale percezione del piacere, spingendo la gente a dipendere da alcol, sigarette, o cibo. Naturalmente, i soli geni non spiegano perché alcuni individui siano più a rischio di altri. Adesso alcuni ricercatori sospettano che l’alcolismo dipenda da influenze psicologiche e sociali che modellano una personalità già predisposta a sostanze capaci di alterare la mente. lo studio su 300 esemplari Dee Higley e io stiamo passeggiando davanti a una fila di gabbie nel National Institutes of Health Animal Care Center di Poolesville, Maryland. Di fronte a ogni gabbia, mi chiede: «Quali sono secondo te i bevitori cronici?». Persino con venti o più adulti di scimmia rhesus in ogni gabbia, è facile individuare quelli ubriachi. Alcune scimmie succhiano un liquido rosso o verde da un aggeggio a lato della gabbia. Higley dice che a entrambi i liquidi è stato aggiunto del dolcificante artificiale, ma solo uno contiene l’8,5 per cento d’alcol. L’alcol è disponibile cinque volte a settimana per un’ora al giorno. Studiando il comportamento di 300 esemplari, Higley ha scoperto che le scimmie stabiliscono presto una certa routine. Alcune si astengono sempre, altre bevono occasionalmente, dal dieci al venti per cento consumano quantità paragonabili a quelle degli uomini alcolisti. Il ricercatore è giunto alla conclusione che dal modo in cui le scimmie vengono trattate nell’infanzia, si può prevedere quali sono a rischio. All’Animal Care Center, alcuni neonati vengono tolti alla madre e allevati per un mese dai ricercatori. Poi vengono messi in una grande gabbia con esemplari della stessa età, in modo da formare un gruppo di coetanei. Altri cuccioli nati nello stesso periodo restano con la madre per sette mesi (il tempo necessario a educarli), quindi entrano nelle gabbie coi loro coetanei. Quando le rhesus diventano adulte, cioè quando compiono quattro anni, viene offerto a tutte da bere. «Quelle cresciute senza adulti intorno consumano enormi quantità di alcol, circa il doppio di quello bevuto dai cuccioli allevati dalle madri» dice Higley. «E sono più propense a ubriacarsi ogni giorno. Inoltre mostrano altre caratteristiche e comportamenti tipici degli umani alcolizzati». Nel 1987 lo psichiatra Robert Cloninger ipotizzò che negli uomini l’alcolismo potesse essere causato da due differenti tipi di personalità, che corrispondono a diversi modi di bere. Gli alcolisti di tipo I, spiega Cloninger, sono persone emotivamente dipendenti dagli altri e timorose di rischiare. Di solito cominciano a bere da adulti, tra amici, e finiscono per diventare dipendenti. L’alcol, per loro, è un sedativo contro l’ansia. Al contrario, gli alcolisti di tipo II cominciano a bere presto, addirittura da adolescenti, e cercano l’alcol così come cercano altre situazioni rischiose. Di solito gli individui di questo gruppo non sanno controllare i loro impulsi e sono quasi tutti maschi. Una grande differenza tra le scimmie di tipo II e la loro controparte umana è che le femmine di scimmia rhesus, proprio come i maschi, prendono la bottiglia per il gusto del rischio. «Penso che sia la cultura a determinare la differenza tra uomini e donne» dice Higley. «Le donne vengono allevate con l’idea che bere troppo è qualcosa che non si fa». Ma le femmine di scimmia, libere d’agire d’impulso, bevono quanto vogliono, senza nessuno che le ammonisca a comportarsi da signore. MENO SEROTONINA PIù RISCHI Higley ha anche scoperto che il comportamento impulsivo e il bere hanno basi biologiche. Probabilmente sono molti i neurotrasmettitori che fanno apprezzare l’alcol, ma nelle scimmie la serotonina sembra avere una ruolo speciale. Negli uomini, un basso livello di serotonina è causa di depressione, disturbi ossessivo-compulsivi, disordini alimentari. «La serotonina, in un certo senso, è il freno del cervello. Regola ciò che facciamo con le nostre emozioni, con le nostre motivazioni, col nostro comportamento» dice Higley. Senza una buona attività della serotonina, perdiamo il controllo dei nostri impulsi. «Nel laboratorio, abbiamo una rhesus battezzata Devil Monkey. Lei e i suoi figli tendono a combattere di frequente, se ne stanno lontani dal gruppo, e consumano molto alcol». Questa scimmia ha i più bassi livelli di serotonina mai visti da Higley, e pure i suoi cuccioli hanno livelli bassi. Al contrario, i membri di una famiglia guidata da una simpatica scimmia di nome Redford sono del tutto differenti. Tutti i suoi cuccioli sembrano invulnerabili a qualsiasi precoce esperienza negativa. Gli animali del clan di Redford hanno livelli alti o medi di serotonina, e non bevono troppo. Osservando le scimmie in laboratorio, Higley ha verificato che dei bravi genitori possono prevenire il rischio di alcolismo nei figli con bassi livelli di serotonina. La chiave sembra tutta nell’attaccamento alla madre. «Dalle madri attente, le piccole scimmie ricevono il segnale di fermarsi e diventano disciplinate. I cuccioli che crescono coi loro coetanei non ricevono gli stessi segnali di stop. Quando tra loro si creano conflitti, li affrontano con la violenza. Non essendoci madri a dirimere i bisticci, non sono capaci di risolverli». Proprio come gli uomini, il carattere delle scimmie studiate da Higley dipende dai geni ma è modificato dall’esperienza. Tutte le caratteristiche biologiche presumibilmente sono ereditate, ma finora nessuno può indicare geni specifici o singoli processi biologici che determinano con certezza l’alcolismo. c’entra anche la cultura Molti ricercatori che credono nel modello della malattia ammettono che i geni possono spiegare l’alcolismo solo in parte. Lo psicologo Stanton Peele crede che questo modello sia stato sopravvalutato: non tutti gli ansiosi o gli impulsivi hanno problemi col bere, e molti alcolisti gravi smettono di bere senza cure. Ma se l’alcolismo è una malattia, come fa la gente a curarsi da sola? Peele fa notare la bassa percentuale di alcolismo in Asia. L’alcol è scomposto dall’enzima alcol deidrogenasi (ADH) che a sua volta produce acetaldeide, un composto che può causare innalzamento di pressione, arrossamento della pelle e vomito. La maggior parte della gente elimina l’acetaldeide con un altro enzima chiamato aldeide idrogenasi (ALDH2). Ma circa il dieci per cento degli asiatici ha una variante genetica di questo enzima che risulta inattivo. Perciò quando bevono si sentono male, e di rado diventano alcolisti. Secondo i ricercatori qui c’entra solo la biologia, ma Peele si interroga sugli asiatici che, pur avendo l’enzima comune, scelgono di bere poco o di non bere affatto. E ipotizza che il problema sia culturale, non biologico. Quando le culture disprezzano l’ubriachezza, la disaprovvazione è il più potente fattore di prevenzione. Anche Higley, ovviamente, è consapevole della rilevanza del contesto sociale dell’abuso di alcol. «Non nasci con un patrimonio genetico e finisci alcolizzato. l’interazione con l’ambiente che determina ciò che diventi». L’alcolismo ha colpito la sua famiglia. «Mio nonno morì gelato nella neve, inebetito dall’alcol. Accadde prima che io nascessi, ma di certo questa storia ebbe un terribile impatto sulla mia famiglia». Spiega con semplicità perché i suoi geni non l’hanno spinto verso la bottiglia: «Sono cresciuto nello Utah» dice ridendo «non so nulla dell’alcol. Sono un mormone». NeMeredith F. Small © Discover Traduzione di Roberta Mercuri