Vito Tartamella,Macchina del Tempo, novembre 2002 (n.11), 28 gennaio 2004
Un mese alla pressione di 17 atmosfere. Alternando immersioni di quattro ore a 160 metri di profondità, in una campana subacquea imbottita di elio ed ossigeno, a lunghi periodi di noia, isolato in una camera iperbarica su una piattaforma in mezzo al mare, attendendo la fine della decompressione
Un mese alla pressione di 17 atmosfere. Alternando immersioni di quattro ore a 160 metri di profondità, in una campana subacquea imbottita di elio ed ossigeno, a lunghi periodi di noia, isolato in una camera iperbarica su una piattaforma in mezzo al mare, attendendo la fine della decompressione. è questa la dura vita dell’operatore tecnico subacqueo, il moderno palombaro addetto alla manutenzione e alla posa degli oleodotti. Un lavoro per pochi eletti, armati di nervi d’acciaio ed un fisico perfetto: «Come quello degli astronauti», racconta Riccardo Petracca, pisano, 29 anni, che lavora sotto il mare al servizio dell’Agip e dell’Eni. «Per fare questo lavoro», continua, «ci vuole passione e coraggio. Mi è capitato di fare riparazioni immerso in una melma oscura». In Italia si diventa operatori subacquei dopo un corso di formazione professionale di 6 mesi. Un esercito invisibile di tecnici che garantisce la tenuta e l’installazione degli oleodotti nelle viscere del mare. Armati di casco, muta a tenuta stagna e linea di comunicazione con la superficie, lavorano sott’acqua guadagnando - nelle missioni più difficili - fino a 500 e al giorno. «L’importante» conclude Petracca, «è non soffrire di claustrofobia». Vito Tartamella