Marco Rossi,Macchina del Tempo, novembre 2002 (n.11), 28 gennaio 2004
Lo scorso settembre sono bastati i piani di guerra di George W. Bush e l’ipotesi di un attacco all’Iraq, sospettato di sostenere il terrorismo internazionale e di sviluppare armi di distruzione di massa, per far aumentare il prezzo del barile e innescare i timori di una recessione dell’economia mondiale
Lo scorso settembre sono bastati i piani di guerra di George W. Bush e l’ipotesi di un attacco all’Iraq, sospettato di sostenere il terrorismo internazionale e di sviluppare armi di distruzione di massa, per far aumentare il prezzo del barile e innescare i timori di una recessione dell’economia mondiale. Tale è la dipendenza dal petrolio delle società occidentali. Alcuni esperti come Jeremy Rifkin, autore del saggio Economia all’idrogeno (Mondadori, 17,60 euro) sulla necessità di sviluppare le energie alternative, hanno poi sostenuto che dietro questa guerra c’era la volontà degli Stati Uniti di controllare le seconde riserve di greggio del mondo. Si tratta almeno di 112 milioni di barili di petrolio, scorte inferiori solo a quelle dell’Arabia Saudita e sfruttate in minima parte. Petrolio che al 75 per cento si produce nelle regioni di Mosul e Kirkuk e in quelle abitate da quattro milioni di curdi, che rivendicano l’autonomia da Bagdad. Ma sono tante le aree del mondo nel caos a causa dell’oro nero: oltre alla regione del Caspio, con l’Afghanistan appena uscito da una guerra e il Caucaso sempre instabile, c’è il Sudan, con il Sud in mano ai ribelli, e la Colombia, dove l’oleodotto di Caño Limón è stato più volte attaccato dai guerriglieri delle Farc. Marco Rossi