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 2004  gennaio 28 Mercoledì calendario

«Se solo si potesse guardare attraverso la volta cranica, e se solo la zona attivata fosse luminosa, si potrebbe vedere in un uomo pensante il mutare incessante di questo punto acceso che cambia continuamente di forma e dimensioni, circondato da una zona d’ombra più o meno densa che occupa tutto il resto dell’emisfero»: le parole di Ivan Petrovich Pavlov, premio Nobel 1904 e tra i maggiori studiosi dei riflessi condizionati nell’uomo, risalgono al 1927

«Se solo si potesse guardare attraverso la volta cranica, e se solo la zona attivata fosse luminosa, si potrebbe vedere in un uomo pensante il mutare incessante di questo punto acceso che cambia continuamente di forma e dimensioni, circondato da una zona d’ombra più o meno densa che occupa tutto il resto dell’emisfero»: le parole di Ivan Petrovich Pavlov, premio Nobel 1904 e tra i maggiori studiosi dei riflessi condizionati nell’uomo, risalgono al 1927. Ma il sogno di localizzare in aree del cervello le funzioni intellettuali è ben più antico: nel 1864 il francese Paul Broca scoprì nell’emisfero sinistro la zona che gestisce il linguaggio, almeno negli aspetti motori che permettono l’articolazione delle parole. Nel 1876 Carl Wernicke individuò l’area della comprensione del linguaggio. Nel 1950 Penfield e Rasmussen identificarono le regioni che presiedono al movimento e alla sensibilità. Oggi quelle luci nel cervello di cui parlava Pavlov si possono vedere. E pure troppo secondo qualcuno. Tra i più spaventati il settimanale ”The Economist” che in maggio ha avvertito: «La gente si preoccupa della genetica. Dovrebbe preoccuparsi anche delle neuroscienze». Perché è da lì che potrebbe venire «la vera minaccia alla natura umana». Fino a pochi decenni fa, per studiare il cervello i ricercatori potevano contare solo sui malati: scoperto un tumore, si poteva vedere se il paziente aveva comportamenti anomali, collegandoli poi alla zona colpita dalla malattia. Oggi ci sono strumenti d’analisi: dalla tomografia a emissione di positroni alla risonanza magnetica nucleare funzionale che, nell’ultima versione, la magnetoencefalografia, capta anche i più deboli campi magnetici generati dall’attività neuronale e vede tutta l’attività del pensiero in termini di metabolismo. Uno studio della Stanford University, pubblicato da ”Neuroimage”, mostra che la magnetoencefalografia può aiutare a scoprire difetti nella maturazione di un adolescente invisibili nei test di valutazione psicologica, permettendo di intervenire con lezioni compensative. E fin qui niente da ridire. Sul numero di maggio di ”Biological Psychiatry” si parlava di un esperimento dell’équipe di Greg Siegle all’Università di Pittsburgh: due gruppi, uno di persone affette da depressione e uno di persone normali, hanno letto una serie di parole deprimenti (morte, malattia ecc.). Ebbene, si è visto che entrava in funzione una regione del cervello, l’amigdala, e che nelle persone depresse restava attivata, per 25 secondi, in quelle normali per 10. Cosa accadrebbe se un simile macchinario fosse utilizzato dalle società di ricerca del personale? I depressi, subito individuati, sarebbero discriminati? Oggi un magnetoencefalografo costa più di 2,5 milioni di euro, tanto che solo pochi ospedali se la possono permettere, ma in futuro i prezzi scenderanno, e allora? In gennaio, poi, l’americana Food and Drug Administration ha dato il via libera ai pacemaker cerebrali: usati in pazienti affetti da epilessia e disturbi del comportamento, intervengono sui neuroni. Al paziente, sveglio, viene praticato un foro nel cranio in corrispondenza dell’area cerebrale malfunzionante, poi vengono inseriti degli elettrodi. Dopo una settimana gli mettono nel petto un pacemaker, alcuni fili vengono fatti passare dal collo per collegare tutto e i neuroni tornano a funzionare normalmente. Tra gli esempi più clamorosi quello di Mario Della Grotta, 33 anni, sofferente di disordini ossessivo-compulsivi, al quale ogni tanto il cervello si inceppava su certi pensieri e finiva col lavarsi le mani 70 volte in un giorno. Curato grazie al pacemaker cerebrale, è tornato a una vita normale. Se la fantascienza propone con il film di successo Minority Report (Steven Spielberg) un mondo in cui non ci sono crimini grazie all’azione di veggenti, la scienza andrà oltre creando un mondo senza delitti grazie a miliardi di macchinette capaci di riparare i neuroni? Avremo tutti un buco in testa e un pacemaker nel petto? Enormi ripetitori ci indurranno a non fumare, a non bere alcolici oppure a fare acquisti e votare per un certo partito? Marco Rossi