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 2004  gennaio 28 Mercoledì calendario

Nel Novecento l’uomo ha dovuto subire tre pandemie influenzali. La prima fu nel 1918 a opera del virus A(H1N1) e venne chiamata ”spagnola”: fu la più letale infezione da virus influenzale mai documentata, causò, infatti, più di venti milioni di morti in tutto il mondo

Nel Novecento l’uomo ha dovuto subire tre pandemie influenzali. La prima fu nel 1918 a opera del virus A(H1N1) e venne chiamata ”spagnola”: fu la più letale infezione da virus influenzale mai documentata, causò, infatti, più di venti milioni di morti in tutto il mondo. Oltre che dalla mancanza dei farmaci oggi disponibili, come gli antibiotici che proteggono dalle complicazioni delle infezioni virali, la sua propagazione venne favorita anche dall’entrata in guerra degli Stati Uniti contro gli Imperi Austro-Ungarico e Prussiano; in questo modo, il virus riuscì ad attraversare facilmente l’Atlantico. Quella pandemia si distinse anche perché in un caso su due le vittime erano giovani che morivano nel giro di pochi giorni per le imponenti complicazioni polmonari. Le particolarità che resero il virus così letale sono ancora oggi di grande interesse per gli scienziati, perché possono contribuire a trovare nuovi farmaci contro l’influenza. Ecco perché dai resti delle vittime del 1918, conservati in qualche laboratorio di anatomia patologica, vengono prelevati campioni di tessuti nella speranza di trovare il materiale genetico del virus. Finora si è riusciti a identificare la sequenza dei geni che regolano la produzione di tre proteine chiave, tra cui la neuraminidasi che è indispensabile per penetrare nelle cellule umane. La seconda pandemia si verificò nel 1957 per il virus A(H2N2) e fu battezzata ”asiatica”. Essa causò diverse centinaia di migliaia di morti, partendo dalla Cina e arrivando poi negli Stati Uniti e in Europa. Dieci anni dopo l’onore della prima pagina toccò al virus A(H3N2) che provocò la ”cinese”, partendo da Hong Kong nella primavera del 1968 e arrivando nel mondo occidentale qualche mese più tardi. Il virus A(H3N2), che risulta in circolazione ancora oggi, provocò decine di migliaia di morti. Oggi, per fortuna, non è più così pericoloso: tant’è che è stato isolato anche nell’ultima stagione invernale in alcune regioni del Centro Italia dove non ha creato alcun problema particolare. Oggi la rete di centri specializzati, veri e propri virusbuster, che sorveglia sull’emergenza di nuovi microrganismi rende più facile affrontare le pandemie. Un esempio si è avuto nel 1997 quando scoppiò una epidemia di influenza tra i volatili di Hong Kong. Diciotto persone furono ricoverate in ospedale perché infette da A(H5N1), un tipo di virus che fino ad allora era stato riscontrato solo negli uccelli ed era arrivato a contagiare i polli. Sei di quelle persone morirono e tutti i polli della regione vennero abbattuti per ordine delle autorità sanitarie. Un particolare inquietante fece temere il peggio: la maggioranza delle vittime erano giovani adulti, come nel 1918. Fortunatamente, si vide poi che l’infezione si trasmetteva rapidamente dai polli agli uomini, ma meno facilmente da uomo a uomo. La continua attività di sorveglianza non ha più rivelato nuovi casi di infezione da A(H5N1) negli esseri umani.