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 2004  gennaio 28 Mercoledì calendario

L’ingrediente chiave della mummificazione nell’antico Egitto? Il natron. «Una miscela naturale di sodio carbonato, sodio bicarbonato e comune sale da cucina (cloruro di sodio), dentro cui si metteva la salma per disidratarla» spiega Gino Fornaciari, paleopatologo dell’Università di Pisa

L’ingrediente chiave della mummificazione nell’antico Egitto? Il natron. «Una miscela naturale di sodio carbonato, sodio bicarbonato e comune sale da cucina (cloruro di sodio), dentro cui si metteva la salma per disidratarla» spiega Gino Fornaciari, paleopatologo dell’Università di Pisa. «L’eliminazione dei liquidi, infatti, bloccava l’azione dei batteri responsabili della putrefazione». Gli Egizi trovavano il natron direttamente in natura. Era presente nel terreno che faceva da fondale ad alcuni laghetti. Quando l’acqua evaporava, il natron si depositava e poteva essere facilmente raccolto. La principale fonte di approvvigionamento era Wadi Natrun, a 75 chilometri a nord-ovest del Cairo. Grazie a questa sostanza i corpi arrivavano intatti nell’aldilà. garanzia di vita eterna Gli Egizi, infatti, credevano nella vita dopo la morte. Alla nascita, secondo la tradizione, ogni individuo possedeva un gemello invisibile, una specie di angelo custode, conosciuto come ka. Finché il ka era accanto a una persona, questa rimaneva in vita. Quando se ne andava, sopraggiungeva la morte. Gli Egizi erano anche convinti che ognuno aveva un’anima, rappresentata da un uccello. Dopo la morte, l’anima doveva ricongiungersi al corpo per poter intraprendere il lungo viaggio nel Regno di Osiride, dio della morte e della rinascita. Svolazzando, l’uccello doveva quindi ritrovare la salma che gli corrispondeva. Ma c’era un problema: il corpo, purtroppo, è destinato a svanire. qui che entrano in gioco gli imbalsamatori. Spesso questi professionisti della morte cercavano anche di restituirgli le fattezze di quando era vivo, modellandolo dall’interno con bende di lino o resina, oppure coprendogli il viso con una maschera. In Egitto nacque una fiorente industria funeraria. I negozietti degli imbalsamatori, qualcosa tra una pompa funebre e la bottega di un artigiano, spuntarono ovunque. Il mestiere di trasformare cadaveri in mummie, trasmesso di padre in figlio, risale alla notte dei tempi, probabilmente a oltre 6.000 anni fa. «Si pensa sia nato dall’osservazione di cadaveri umani o animali mummificati spontaneamente nel deserto» spiega Christian Orsenigo, sezione di egittologia, Università di Milano. «Quello che ha fatto la differenza, in Egitto, è stato proprio il clima arido che contribuisce a conservare i cadaveri. All’inizio i defunti venivano semplicemente sepolti in buche poco profonde scavate nella sabbia. Al contatto con la terra, i corpi rimanevano integri, tanto che alcuni sono stati ritrovati in uno stato di conservazione sorprendente. Solo dopo, quando si è diffusa la pratica di seppellirli nei sepolcri, dove erano più soggetti a decomporsi a causa dell’umidità, vennero escogitate delle tecniche per mummificarli, dando il via a una professione che si è evoluta nel tempo». un lavoro lungo due mesi Presto si capì l’importanza di rimuovere le parti più corruttibili del corpo: cervello, polmoni, stomaco, intestino, fegato e cuore. Dopo essere stato lavato, il morto veniva steso su un tavolo. Recitando una preghiera, un imbalsamatore estraeva il cervello con un uncino introdotto nella narice destra, e lo gettava tra i rifiuti della mummificazione, che non venivano buttati via, ma riposti nella tomba con tutto ciò che era entrato in contatto col defunto. Il passo successivo era l’estrazione degli organi addominali, attraverso un’incisione praticata lungo il fianco sinistro. Dopo essere stati trattati col natron, bendati e profumati con delle spezie, gli organi venivano riposti in vasi chiamati canopi, i cui tappi, a partire dal Nuovo Regno (1500 a.C.), riproducevano le fattezze dei quattro figli del dio Horus: Hapi, testa di babbuino (per i polmoni), Duamutef, testa di sciacallo (per lo stomaco), Kebesenhuf, testa di falco (per l’intestino) e Amset, testa umana (per il fegato). Il cuore, invece, veniva rimesso nella cassa toracica. Sopra veniva posto il più importante tra gli amuleti, lo scarabeo del cuore, simbolo della rinascita e del sole al mattino. «Gli Egizi davano a quest’organo una grande importanza» spiega Orsenigo. «Era considerato la sede del pensiero e delle emozioni, uno scrigno che custodisce il ricordo delle azioni, buone o malvagie compiute in vita, sulla base delle quali il defunto era giudicato. Un po’ come è per noi il cervello». Per entrare nel regno dei morti, il defunto prima doveva apparire davanti a una corte di 42 spiriti giudici e convincerli che in vita aveva tenuto una buona condotta. Poi, in una prova finale, Anubi, la divinità dalla testa di sciacallo, pesava il suo cuore bilanciandolo con la piuma della verità. Se i piatti si equilibravano, il defunto entrava nel regno di Osiride; in caso contrario veniva divorato da un mostro. Un sacerdote con indosso la maschera di Anubi, dio delle sepolture e protettore dei mummificatori, presiedeva tutta l’imbalsamazione. Privata degli organi, la cavità addominale veniva sterilizzata con vino di palma, e riempita di pacchetti di lino contenenti di tutto: mirra, cannella, segatura, terra, paglia, licheni e addirittura cipolle! Quest’ultime, a volte, venivano anche usate come falsi occhi. «A questo punto entrava in gioco il natron» precisa ancora Fornaciari, paleopatologo dell’Università di Pisa, che ha partecipato al progetto Anubis, coordinato dall’egittologa Edda Bresciani, con cui sono state catalogate e studiate oltre cento mummie presenti nei musei e nelle collezioni italiane. «Ecco quindi che il cadavere veniva steso, coperto della sostanza disidratante, su un tavolo inclinato, dotato all’estremità di un piccolo canale attraverso il quale scolavano i liquami. L’immersione durava quaranta giorni. Quindi il corpo veniva unto con olio di cedro, strofinato con sostanze fragranti quali mirra e cinnamoro, e coperto con resina liquefatta allo scopo di rinforzare e impermeabilizzare la pelle. E finalmente si arrivava alla fase della fasciatura, un processo molto complicato che impiegava diverse centinaia di metri quadri di lino. Prima venivano bendate le dita, poi il resto del corpo. Le strisce venivano incollate con la resina. Alla fine il sudario era talmente resistente che, qualche decennio fa, quando ancora si usava liberare le mummie dalle bende per studiarle, gli archeologi dovevano usare la motosega!». A questo punto, erano passati quasi due mesi dalla morte del soggetto, il negozio veniva ripulito. Gli imbalsamatori erano un po’ distratti e nel trambusto potevano perdersi un pezzo di cadavere, come un dito o un orecchio. Quindi per sicurezza spazzavano e raccoglievano tutto in vasi che venivano messi accanto al cadavere. Non si buttava niente, almeno durante il Nuovo Regno, neanche le bende avanzate e il sale caduto in terra. In Epoca greco-romana, erano diventati più sbrigativi. Ma non si può parlare di decadenza, piuttosto di democratizzazione. «In questo periodo l’imbalsamazione si estende anche agli strati più modesti della popolazione» conclude Fornaciari. «Un fenomeno tipico sono le false mummie. Ad esempio è stato trovato un corpo che sembrava quello di un bambino, ma tolte le bende c’erano solo un femore, una tibia e un vecchio cranio riempito di fango. Probabilmente l’originale era andato distrutto oppure perduto, e la famiglia si era dovuta accontentare». Isabella Vergara