Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2004  gennaio 28 Mercoledì calendario

Quando il 25 dicembre dell’anno scorso Fritz Steininger, direttore del Naturmuseum Senckenberg di Francoforte, uno dei più importanti d’Europa, ricevette una lettera, scritta dalla Società Cinese di Paleontologia dei Vertebrati (CSVP), capì subito che non doveva trattarsi di un biglietto con gli auguri di Natale

Quando il 25 dicembre dell’anno scorso Fritz Steininger, direttore del Naturmuseum Senckenberg di Francoforte, uno dei più importanti d’Europa, ricevette una lettera, scritta dalla Società Cinese di Paleontologia dei Vertebrati (CSVP), capì subito che non doveva trattarsi di un biglietto con gli auguri di Natale. La lettera era del tipo ”aperta”: il collega asiatico lo accusava di aver acquistato fossili di dinosauri esportati illegalmente dalla Cina. «Crediamo che ogni forma di commercio e trasferimento illegale di fossili da un Paese all’altro avrà l’unico effetto di mettere in pericolo lo spirito della ricerca scientifica incoraggiando nuove razzie e il commercio sotterraneo di preziosi fossili» c’era scritto senza tanti convenevoli. Il governo di Pechino ha varato nel 1993 una legge contro il contrabbando di fossili, ma non ha stabilito le pene, il che non esclude neanche il ricorso alla condanna a morte. Alcune istituzioni internazionali cercano di scoraggiare questo commercio: vanno ricordate la Convenzione dell’Unesco sui mezzi per la proibizione e la prevenzione di esportazione, importazione e trasferimento illecito dei beni di valore culturale e la Convenzione dell’Undiroit (l’Istituto internazionale per l’unificazione del diritto privato) sugli oggetti di valore culturale rubati o illegalmente esportati. Il problema non deriva solo dal fatto che questi fossili vengono venduti e esportati illegalmente, ma nasce già al momento della raccolta: i contrabbandieri pensano solo a estrarre il malloppo e a lasciare il più presto possibile il luogo dello scavo, ma così si perdono informazioni che valgono, in certi casi, più del reperto stesso, e cioè la località in cui il fossile è stato trovato, la stratigrafia ecc. E anche se un giorno il fossile potesse essere recuperato, quelle informazioni sarebbero perse per sempre. Ecco perché, spiegano gli studiosi del CSVP, «un museo responsabile non dovrebbe comprare e depositare reperti di contrabbando, per quanto possa sembrare giustificabile». Dopo qualche giorno, Steininger ammise che aveva scoperto quel fossile su Internet e l’aveva poi comprato da un mercante tedesco: con tutta probabilità proveniva dalla provincia del Liaoning Occidentale, nel nordest del Paese. Disse anche che aveva i documenti d’importazione ed esportazione, registrati dagli Stati Uniti, ma quando quelli della rivista ”Nature” gli chiesero se aveva anche i documenti cinesi, rifiutò di rispondere. Nella lettera i responsabili del CSVP chiedevano anche la restituzione di alcuni fossili di Kongziniao, un famoso uccello primitivo. LA RAZZIA INIZIò NEGLI ANNI OTTANTA Il giacimento cinese di fossili di dinosauri più importante si trova appunto nel Liaoning Occidentale, dove dal 1980 sono stati scoperti numerosissimi reperti risalenti in media a 125 milioni di anni fa e attribuibili ad almeno venti diverse specie biologiche. Oltre al Kongziniao (primo uccello al mondo dotato di becco), sono interessanti i reperti dei primi mammiferi, rane, lucertole, tartarughe, libellule, angiosperme. L’abbondanza è dovuta al fatto che si trattava di un’area vulcanica, e molti animali sono stati seppelliti dalla lava, mantenendo intatto lo scheletro e, in alcuni esemplari straordinari, perfino pelle e organi interni. Alla fine degli Anni Ottanta, i trafficanti, che avevano già scoperto preziosi fossili di pesci e insetti, mandarono i loro emissari in giro per villaggi promettendo laute ricompense a chi avesse portato loro fossili. All’inizio degli Anni Novanta era già stata messa sul mercato un’enorme quantità di uccelli del Mesozoico, così si spostò l’attenzione su uccelli e dinosauri più rari. I contrabbandieri si sono fatti sempre più raffinati, e si avvalgono della collaborazione di esperti paleontologi: Charlie Magovern, della Stone Company di Boulder (Colorado) dice che a lui hanno offerto esemplari riparati utilizzando il microscopio, «come se provenissero da musei o centri di ricerca». Il fenomeno è diffuso anche a livelli più bassi, e i fossili riempiono i banchetti di souvenir dei mercati di Yunnan, Shandong, Hubei, Sichuan. Uova di dinosauro di 200 milioni di anni fa sono comprate dai contrabbandieri per 100 yuan (circa 12 euro) e rivendute sul mercato internazionale per 10.000 dollari nel caso in cui contengano un embrione. Reperti di valore inestimabile vanno via per poche centinaia di yuan. non c’è solo il mercato cinese Il mercato cinese, pur essendo di gran lunga il più importante del mondo, non è l’unico. In Mongolia il contrabbando è molto diffuso, e i turisti che si trovino a passare per Ulan Bator possono facilmente comprare uova di dinosauro. Quelli sorpresi con in valigia un uovo da portare a casa come ricordo, magari per fare un regalo di Pasqua a una zia, pagano multe fino a decine di migliaia di dollari (a meno che non vogliano trascorrere un po’ di tempo nelle prigioni mongole). Mahito Watabe, del Museo di Scienze Naturali Hayashibara di Okayama (Giappone), racconta che durante un viaggio nel deserto del Gobi ha visto numerosi scavi illegali. In Australia è stato scoperto un traffico di coralli fossili risalenti a 570 milioni di anni fa e la refurtiva, proveniente dalle Ediacara Hills, è stata poi recuperata in alcuni magazzini di Tokyo. Alcuni pesci, provenienti da Gogo e risalenti al Devoniano, sono stati intercettati prima che decollassero dall’aeroporto di Perth: erano stivati nei tamburi di un gruppo folk, apparentemente pronto a partire per una tournée. Il governo australiano ha vietato nel 1986 l’esportazione di fossili, meteoriti e pezzi d’arte aborigena, a meno che non si disponga di una licenza governativa. Il problema è che i commercianti possono sostenere di aver acquistato i reperti prima di quella data. E se qualcosa si può fare per dissuadere i contrabbandieri, le leggi sono impotenti contro gli amatori: «Cercano pezzi per le loro collezioni, non per venderli» dice Tony Thulborn, paleontologo dell’Università di Queensland (Brisbane), e racconta il caso delle impronte di stegosauro risalenti a 130 milioni di anni fa, staccate nell’ottobre del 1996 dalla costa rocciosa vicino Broome per finire, secondo lui, in qualche salotto o cantina. Nello spiegare i danni causati dal contrabbando, Mark Norell, esperto di dinosauri asiatici dell’American Museum of Natural History di New York, fa l’esempio di un psittaccosauro apparso alla fine dell’anno scorso su Internet, scatenando subito l’interesse di scienziati e giornalisti di ”Nature” e ”Science”. «La caratteristica unica di questo dinosauro» spiega «è che sulla coda ha un ciuffo di peli, cosa mai vista; pensiamo che potrebbe essere una caratteristica comune a tutti i dinosauri primitivi. Ma non possiamo dire niente di più, perché abbiamo solo visto le foto». liberalizzare il commercio? Ma i cinesi non possono proprio far niente per sventare questo contrabbando? Michael Schmidt, un commerciante di reperti fossili, spiega che «fanno un lavoro di prevenzione molto inefficiente. vero, minacciano anche la pena di morte per quest’attività, ma serve a qualcosa? No. Conosco due cinesi che fanno i soldi in questo modo: uno fu sorpreso dagli inviati di una tv mentre acquistava illegalmente fossili. Dopo tre mesi era di nuovo in occidente con un fornitissimo campionario. Il problema è che in Cina è facile corrompere chiunque sia addetto al controllo. E i contrabbandieri, come quasi tutti i loro uomini, sono in genere ex militari». I contadini non ci hanno messo molto tempo a scoprire che vendendo un uovo di Kongziniao a un contrabbandiere potevano assicurare pranzo e cena a tutta la famiglia per molti giorni. E in certe zone questi reperti sono così abbondanti, che si racconta di villaggi in cui vengono usati per costruire muretti di cinta. Hanno ancora senso, allora, le leggi che ne vietano la vendita? O non sarebbe meglio liberalizzarla, spingere per un antiproibizionismo che avrebbe un valore culturale inestimabile? Del resto, come sottolinea Mike Triebold della Triebold Paleontology di Valley City «i fossili non sono rari e senza quelli che, come me, li commerciano, i prezzi sarebbero molto più alti. E non basta: molti sarebbero ancora sottoterra, e di quelli sul mercato non si saprebbe la provenienza né nessun altra informazione, vitale per gli studi scientifici». E non è neanche detto che quel che va bene per il mercato abbia un valore scientifico: «I miei clienti cercano soprattutto fossili che siano belli da esporre, o che parlino di qualcosa che conoscono. La maggior parte di loro vuol possedere un frammento di un dinosauro familiare, come il Triceratopo» dice Henry Galliano, che gestisce a New York il negozio Maxilla and Mandible. Storrs Olson della Smithsonian Institution di Washington aggiunge che «senza gli incentivi economici derivanti dal commercio, molti fossili non verrebbero raccolti e finirebbero con l’essere distrutti dall’erosione». Schmidt calcola che per ogni uovo di Kongziniao cinese che arriva sul mercato occidentale ce ne sono dieci che vengono distrutti. Stando così le cose, il prossimo Natale quelli della Società Cinese di Paleontologia dei Vertebrati farebbero meglio a scrivere una lettera a qualcuno di quelli che comandano a Pechino. Meglio chiusa, se vogliono mantenere il posto: le prigioni cinesi sono piene di gente arrestata perché protestava contro qualcosa. Massimo Parrini