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 2004  gennaio 28 Mercoledì calendario

Dare vita a un sogno, renderlo vivo, quasi tridimensionale, visibile a tutti. Ricostruire attraverso le più avanzate tecniche della grafica digitale una suggestione antica di oltre cinquecento anni, rendendo finalmente reale l’immaginario, attraverso il virtuale

Dare vita a un sogno, renderlo vivo, quasi tridimensionale, visibile a tutti. Ricostruire attraverso le più avanzate tecniche della grafica digitale una suggestione antica di oltre cinquecento anni, rendendo finalmente reale l’immaginario, attraverso il virtuale. questo l’intrigante passaggio logico che ci troviamo a commentare quando lo sguardo si posa su Il giardino di Polifilo, ricostruzione digitale di come nel 1500 veniva miticamente immaginata l’isola di Citèra, l’isola natale di Afrodite secondo la mitologia greca. Il giardino di Polifilo risplende in tutta la sua magnificenza, oggi, nel ricco libro omonimo edito da Franco Maria Ricci e reso possibile dallo sforzo di due architetti, Silvia Fogliati e Davide Dutto, che hanno deciso di intraprendere l’impresa di questa avveniristica ricostruzione.  il 1499, quando nelle stamperie veneziane di Aldo Manuzio nasce un incunabolo ricco di oltre centoquaranta xilografie destinato a rivoluzionare la storia dell’architettura italiana rinascimentale. Il titolo sembra uno scioglilingua Hypnerotomachia Poliphili (che suona circa come «la battaglia d’amore in sogno di colui che ama Polia») e anche l’autore, tale Francesco Colonna, pare agli studiosi di oggi essere uno pseudonimo a celare l’identità di altri e ben più alti teorici dell’umanesimo italiano, forse addirittura Leon Battista Alberti o Pico della Mirandola. Un libro raro (tanto che ancora oggi le poche copie originali vengono battute a prezzi da capogiro: un miliardo e settecento milioni di vecchie lire da Sotheby’s solo pochi mesi fa) e intriso di un sapere che coniuga perfettamente le scienze naturali e quelle matematiche, secondo una sintesi tipicamente aristotelica che poteva vedere la luce solo alla fine del 1400, con la riscoperta e la diffusione negli ambienti culturali delle opere dello stagirita. summa di saperi L’Hypnerotomachia Poliphili è la storia di un doppio sogno: quello di Polifilo che sogna di sognare, e che nel suo viaggio onirico si addentra nei meandri dell’Isola di Citèra, descritta come il più lussureggiante e curato dei giardini rinascimentali. così che il testo diventa summa dei saperi architettonico e botanico che si sarebbe poi tramandato nei secoli attraverso una tradizione esoterica, quasi che il libro dell’abate Francesco Colonna risultasse un testo di studio, una fonte di ispirazione, un punto d’arrivo dello scibile umano in quell’epoca di unità dei saperi, dove la vita dell’artista e dello scienziato proseguiva senza soluzione di continuità. Le suggestioni dell’Hypnerotomachia furono importanti per l’intera storia dell’arte successiva: addirittura il Bernini ne rimase soggiogato quando, nel 1665, Papa Alessandro VII gli commissionò la progettazione e la costruzione del basamento per l’obelisco che oggi si trova nella piazza antistante la chiesa di Santa Maria sopra Minerva a Roma. Ebbene, quella che i romani ben conoscono come ”Il pulcino della Minerva” è un’immagine tratta proprio dall’opera di Francesco Colonna: un elefante che sorregge un obelisco sul proprio dorso. La chiave per comprendere l’importanza di un’opera come l’Hypnerotomachia, sta nel fatto che a ogni immagine onirica viene associata una fattibilità teorico-pratica, in una sintesi mirabile tra poema e trattato scientifico. Non una notazione contenuta nel testo è al di fuori della fattibilità tecnologica rinascimentale, al punto che il fervore descrittivo si rende capace di creare neologismi adatti a descrivere ciò che – fino a quel momento – non era mai stato nemmeno immaginato. Da allora, dal 1499, non è stato che un inseguire quella sintesi di sapere e bellezza che nell’Hypnerotomachia ha raggiunto uno dei punti più alti nella storia della cultura occidentale. la citera del III millennio Non deve stupire, quindi, che le antiche suggestioni dell’opera di Colonna siano giunte praticamente intatte fino a noi. E che oggi, grazie alle più avanzate tecniche della computer grafica, si sia riusciti finalmente a realizzare una descrizione accurata di questo luogo onirico, passando dal regno del sogno (per quanto progettato, per quanto possibile) a quello della realtà (per quanto virtuale). Ed è proprio lo spazio virtuale il punto di partenza per questo viaggio nell’isola di Citèra del III millennio. Una ricostruzione il più possibile fedele al testo, al punto da avere adottato l’unità di misura rinascimentale, il ”passo” (circa un metro e 48 centimetri) come riferimento per la suddivisione dello spazio e per il disegno della planimetria di Citèra così come descritta. Da questo si è poi passati al modello matematico tridimensionale, forma pura. Un’elaborazione che sottende il reale, lo traduce in dati numerici prima di essere riempito di colore, attraverso l’utilizzo di software per la grafica 3D usati abitualmente in architettura. Anche la scelta dei colori non è stata arbitraria: al contrario ci si è rifatti alle disposizioni degli antichi erbari coevi alla pubblicazione dell’Hypnerotomachia (come il Liber de Simplicibus, o Codice Roccabonella – summa del sapere naturalistico del 1500). Le immagini sono quindi, tecnicamente parlando, dei renderings, ricostruzioni fedeli che non si permettono alcuna licenza rispetto alla disposizione cinquecentesca. L’isola di Citèra, ricostruita, appare così come deve essere stata immaginata dal suo autore, permettendoci un viaggio a occhi aperti dentro un sogno cinquecentesco: una serie di cerchi concentrici (venti) ognuno ornato e definito da una specifica vegetazione e da motivi architettonici particolari. Mano a mano che ci si sposta verso il centro si incontrano poi strade lastricate secondo i dettami dell’ars topiaria (l’arte di potare in forme geometriche e bizzarre piante e arbusti), fino ad accedere all’anfiteatro con la fontana di Venere. L’idea dei cerchi concentrici, di questo progressivo avvicinarsi definito da vari passaggi iniziatici fino a raggiungere la sorgente della bellezza è un concetto tipicamente rinascimentale, che riflette la cosmologia aristotelica (fatta di cerchi, anzi di sfere concentriche) e l’idea della centralità umana nell’universo. autore misterioso Il suo autore, dicevamo. Già, chi? L’abate Francesco Colonna, infatti, sembra essere uno pseudonimo capace di celare ancora oggi un’attribuzione sicura. Diverse scuole di pensiero, infatti, attribuiscono altrettante diverse realtà storiche al Francesco Colonna. Che si trattasse di un frate veneziano del convento domenicano dei Santi Paolo e Giovanni? O ancora Francesco Colonna della stirpe Colonna, signore di Palestrina? Il dilemma è già cinquecentesco, quando Leonardo Grassi, nell’introduzione latina all’Hypnerotomachia, definisce il libro parente orbatus – ovvero senza padre – quindi sostanzialmente anonimo. Francesco Colonna è derivato dall’acronimo «Poliam Frater Franciscus Columna permavit» (tradotto: «Il fratello Francesco Colonna amò intensamente Polia») che si evince dalle iniziali dei trentotto capitoli di cui il libro si compone, secondo un uso di questa tecnica tipicamente cinquecentesco. Ma c’è chi scommette che dietro a quel Francesco Colonna e alla sua formidabile erudizione si nasconda una tra le menti più alte dell’intero Rinascimento. Analisi linguistiche e di contenuto suggeriscono che l’Hypnerotomachia sia stata composta in ambienti culturali romani, cosa che rimanderebbe alla scuola di Leon Battista Alberti (se non proprio all’Alberti addirittura), già autore di quel De re aedificatoria (un tratto di architettura) a cui tanto deve l’Hypnerotomachia in termini di ispirazione e di conoscenza teorica. L’ultima e più recente teoria vuole che lo pseudonimo di Francesco Colonna celi l’identità di un altro genio: Pico della Mirandola, l’unico erudito quattrocentesco capace – secondo alcuni – di padroneggiare tutti i riferimenti di cui il testo è pieno. Da quelli naturalistici a quelli architettonici, passando per la conoscenza della cosmologia e della filosofia antica, saperi necessari per una stesura tanto complessa come quella dell’Hypnerotomachia. Per noi, purtroppo, nessuna certezza: sarebbe bello potere, un giorno, avere la garanzia, dopo la fatica di avere ricostruito un immaginario tanto complesso, di potergli attribuire una paternità tanto prestigiosa. A noi non resta che guardare ammirati un sogno che oggi, grazie alla tecnologia, diventa una quasi-realtà. Alessandro Cecchi Paone