Marco Marinoni, Macchina del Tempo, settembre 2002 (n.9), 27 gennaio 2004
uno degli ultimi velivoli anfibi rimasti in servizio, ma i corpi forestali continuano a preferirlo ad altri modelli, anche se più moderni
uno degli ultimi velivoli anfibi rimasti in servizio, ma i corpi forestali continuano a preferirlo ad altri modelli, anche se più moderni. Il Canadair ha il suo momento di gloria soprattutto d’estate, quando solca i cieli per spegnere gli incendi nei boschi. A 36 anni suonati, è ancora il re dei mezzi aerei antincendio: la sua sagoma gialla e rossa è divenuta il simbolo della lotta alle fiamme. Anche se da 16 anni il velivolo non si chiama più Canadair bensì Bombardier, dal nome della società - anch’essa canadese - che nel 1986 ha assorbito la storica ditta che inventò i water bombers, i bombardieri d’acqua. Il progetto dell’aereo risale al 1966: i corpi forestali di tutto il mondo stavano cercando un modo più efficace degli idranti per domare gli incendi boschivi. La Canadair propose il CL-215, un aereo anfibio bimotore con 4 serbatoi in grado di contenere 5.346 litri d’acqua. Il primo volo del Canadair avvenne il 23 ottobre 1967 e il primo aereo fu consegnato alla Francia il 6 giugno 1969. Col passare del tempo si decise prima di sostituire i motori a pistoni con dei nuovi turboelica (CL-215T), poi di rimodernare il velivolo, migliorando la capacità di carico dei serbatoi e aggiungendo una strumentazione digitale (CL-415). La fusoliera del Canadair è molto simile alla chiglia di un motoscafo, e ciò permette al CL-415 di atterrare o decollare anche sull’acqua, oltre che a terra grazie al tradizionale carrello: per questo è un velivolo anfibio. Le grandi ali, ampie quanto un piccolo appartamento, sono in posizione rialzata, per non toccare le onde nelle delicate operazioni di ammaraggio; alle estremità delle ali due galleggianti aumentano la stabilità in acqua. Anche i 2 motori turboelica sono posizionati in alto, per evitare che entrino in contatto con i flutti. Nella fusoliera sono alloggiati 4 serbatoi in grado di contenere 6.137 litri di liquido, pari al contenuto di oltre 40 vasche da bagno: vengono riempiti tramite 2 prese retrattili (chiamati probes, proboscidi) installate sotto il velivolo. PROBOSCIDI E SCHIUME Per effettuare un rifornimento d’acqua, il Canadair compie il cosiddetto scooping: studia eventuali ostacoli lungo il cammino, si porta a bassa quota (circa 15 metri), poi continua a ridurre l’altitudine finché lo scafo dell’aereo entra in acqua per 40 cm circa; a questo punto l’elevata velocità del Canadair crea un risucchio da parte delle probes, che in soli 12 secondi riempiono i 4 serbatoi con oltre 6.000 litri d’acqua. Poi il velivolo esce dall’acqua, riprende quota e si dirige verso la zona dell’incendio, con un ciclo continuo di prelievo, sorvolo e sganciamento. Giunto nell’area in fiamme, se questa è pianeggiante, il Canadair si porta ad una quota di 35 metri e diminuisce la velocità fino a 200 km/h; quindi, aprendo i 4 portelloni ventrali (che si possono spalancare tutti insieme o uno alla volta), in meno di due secondi scarica l’acqua sull’incendio. Se il territorio è collinoso o montuoso, il pilota può modificare la velocità e la quota del velivolo, per sfruttare al meglio i 6.137 litri d’acqua dei serbatoi. Ma per domare gli incendi l’acqua, da sola, non basta: perciò i velivoli la mescolano a speciali schiume che permettono di raddoppiare la superficie su cui viene liberato il liquido; inoltre proteggono la vegetazione e gli edifici non ancora raggiunti dall’incendio, poiché le goccioline sospese in aria riescono a creare una barriera in grado di riflettere il calore sprigionato dal fuoco. Se ciò non bastasse, gli estinguenti riducono, oltre al fumo emanato, l’altezza e l’intensità delle fiamme, facilitando le operazioni delle squadre antincendio terrestri. Ma perché il Canadair è così largamente impiegato contro gli incendi? Merito delle sue caratteristiche uniche: può atterrare anche sull’acqua per rifornirsi; ma è pur sempre un aereo, capace di toccare una velocità massima in volo di crociera di 370 km/h, e ciò gli permette di raggiungere in pochi minuti le zone attaccate dalle fiamme in pochi minuti; l’avionica di bordo è molto avanzata per l’utilizzo antincendio (anche se ai piloti qualche strumento in più non spiacerebbe), e permette al Canadair di individuare e combattere le fiamme con una precisione stupefacente. Ma la cosa più importante è che viaggiando a 130 km/h, l’aereo può riempire i suoi serbatoi in soli 12 secondi: questa caratteristica gli permette di rifornirsi anche in specchi d’acqua di dimensioni ridotte; in una missione un Canadair svolge normalmente almeno 30-40 rifornimenti. FIAMME SULL’ACROPOLI Oggi in 9 Stati (Francia, Italia, Grecia, Spagna, Croazia, Thailandia, Minnesota, North Carolina e Canada) sono in servizio 141 Canadair, di cui 88 CL-215 e 53 CL-415. La Protezione Civile italiana ha a disposizione 16 velivoli di questo tipo (quattordici CL-415 e due CL-215) e sta trattando l’acquisto di un diciassettesimo esemplare. I velivoli sono dislocati in 6 basi (Genova, Olbia, Reggio Calabria, Roma, Trapani e Treviso) che assicurano la copertura di tutta l’Italia in un’ora di volo. Nel 2001 sono state effettuate 5.020 ore di volo per interventi su 1.060 incendi. I Canadair italiani hanno eseguito in tutto 20.273 lanci, corrispondenti a 121.638.000 litri di liquido estinguente lanciato, con una media di 8,31 lanci per ogni ora di volo. Al di là degli aspetti tecnici, volare con un Canadair «è una sfida alla natura», raccontano il generale Vito Fiore e il comandante Francesco D’Agostino, piloti di CL-415. «Ammarare per rifornirsi d’acqua, calcolare le onde e il vento, riversare l’acqua su un incendio è molto impegnativo» osserva Fiore.«Ho pilotato molti altri aerei, e gli istruttori mi hanno sempre raccomandato di non avvicinarmi al mare, perché è insidioso; quando sono passato ai Canadair ho dovuto cambiare filosofia: con questo velivolo nel mare ci devi entrare per strappargli l’acqua». Tra le missioni che hanno fatto epoca, quella ad Atene, nel ’99, quando un incendio minacciava l’Acropoli. «Siamo onorati di aver contribuito a salvare un monumento così prezioso». Marco Marinoni