Giusy Cinardi, Macchina del Tempo, settembre 2002 (n.9), 27 gennaio 2004
«Immaginate un foglio di carta su cui delle Linee, dei Triangoli, e altre Figure geometriche, invece di restar ferme, si muovano qua e là sulla superficie o dentro di essa, senza potersi sollevare e senza potervisi immergere, come delle ombre dai contorni luminosi
«Immaginate un foglio di carta su cui delle Linee, dei Triangoli, e altre Figure geometriche, invece di restar ferme, si muovano qua e là sulla superficie o dentro di essa, senza potersi sollevare e senza potervisi immergere, come delle ombre dai contorni luminosi. Così facendo avrete un’idea abbastanza corretta del mio paese, Flatlandia». Inizia così Flatlandia, il romanzo matematico che il reverendo Edwin Abbott pubblicò nel 1884. Il sacerdote inglese fu il primo a chiedersi com’è la vita in un mondo a due dimensioni, Flatlandia, diviso in classi: «volgari e spigolosi» Triangoli (operai), «rispettabili» Quadrati (professionisti), nobili Poligoni e Circoli (sacerdoti), nei quali «la bruta natura angolare è del tutto annullata»; le donne sono Segmenti, forma che ne descrive la natura «bassa e infida, ma supremamente potente e temibile». Nei suoi viaggi il Quadrato arriva a Linelandia, mondo unidimensionale che guarda sprezzante, ma il dialogo con una Sfera lo sconvolge convincendolo dell’esistenza di uno spazio tridimensionale. Il libro si chiude con la crisi di ogni certezza: esiste una Quarta Dimensione, che potrebbe guardare in modo sprezzante il nostro mondo tridimensionale? In molti hanno visto nel racconto di Abbott un’anticipazione della teorie di Einstein. (G. Cin.)